BIRMANIA ed Il senso di impotenza

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Il senso di impotenza è quello di tanti elettori che nel 1990 votarono in Birmania in elezioni false e truccate

Avevo appena nove anni, nel 1990, quando si tennero, per la prima volta, le vecchie elezioni in Birmania dopo trentanni. Allora vivevo nella città di Okkalapa e vicino casa c’era un seggio elettorale.

I miei fratelli ed io eravamo felici di vedere moltissima gente al seggio, mentre giocavamo con gli altri ragazzi del vicinato, correndo tra le persone in fila per il voto. C’era una allegra atmosfera allora mentre il governo aveva incoraggiato tutti ad esprimere il proprio pensiero.

Non avevamo alcuna idea di ciò che volesse dire votare. Di che cosa parlavano gli adulti in eccitazione? Ci chiedevamo.

Malgrado tutto, ci divertivamo perché non dovevamo andare a scuola o fare compiti ed evitavamo il nostro sonnellino obbligatorio pomeridiano, qualcosa che tutti noi odiavamo. I nostri parenti erano solo presi dal risultato finale delle elezioni; ci prendemmo quella rara occasione di avere qualche soldo in tasca che ci era dato liberamente, e comprammo qualcosa al negozio. Mentre gli altri quel giorno voltavano per la libertà i miei amici ed io sentivamo di averla già avuta la nostra libertà.

Ma la nostra “democrazia”, il nostro tempo sotto al sole, come quello della Lega Nazionale per la Democrazia e Aung San Su kyi, durò solo un giorno. La mattina seguente dovevamo alzarci ed andare a scuola, e al pomeriggio mi madre mi costrinse a riposare il pomeriggio mentre volevo andare fuori a giocare con gli amici del vicinato.

E’ cambiato tanto in questi venti anni. Mia madre non mi manda più a dormire il pomeriggio ma molte altre cose non sono cambiate. I militari sono ancora al potere anche se il partito di Aung San Su Kyi sconfisse il Partito di Unità Nazionale in quel 1990.

Ho quasi trentanni ora e lo scorso 7 novembre ho avuto la possibilità di votare per la vera prima volta. Benché, come per la maggior parte della mia generazione, ne sappia poco di politica, so quello che accade nel mio paese. Vogliamo un cambiamento, ne abbiamo bisogno. Decisi di votare per il partito ce pensavo avesse la possibilità migliore di darmi quello che desideravo e speravo anche che gli altri condividessero la mia idea.

C’erano solo 8 o 9 persone in fila quando giunsi al seggio elettorale quella mattina, ma dopo aver atteso venticinque minuti la fila doveva ancora muoversi. Alcune persone non erano nelle liste elettorali e stavano discutendo animatamente con la commissione elettorale.

Una donna dell’età apparente di cinquantacinque anni non era nella lista dei votanti nonostante che tutti gli altri membri della famiglia lo fossero. Alla fine tutte le sue proteste caddero nel vuoto e non le fu permesso di votare.

Allora udimmo un uomo lasciare il seggio lamentandosi ad alta voce: “Sembra così strano e difficile da accettare che una coppia viva nella stessa casa per tanti anni ed uno risulti nelle liste elettorali mentre l’altro no.”

Si capì che l’uomo era venuto al seggio con la moglie, che poté votare, ma il nome dell’uomo non era incluso nelle liste così aveva perso il diritto a votare. Sembrava così frustrato per i desiderio che aveva di contribuire a dare un voto dopo così tanti anni. Alla fine capì il segnale: stava perdendo tempo. Attendere e lamentarsi di fronte a tutto l’ufficio era anche pericoloso : due poliziotti attraversarono la strada andando verso di lui.

Mentre osservavo la scena, una signora anziana mi sussurrò: “Quali partiti sono in corsa in questa città?” Per chi devo votare?”

Quando mi girai a guardarla, una donna Hindu di venti anni annuì con il capo in un silenzioso accordo.

“Sì, anche io. Non so nulla delle elezioni. Non ho idea di come si voti.”

Rimasi di pietra senza, al momento, riuscire a trovare le parole per rispondere.

In testa dicevo tante cose: “Dio mio, sono in fila a votare ma non hanno idea per quale partito farlo.”

Mi chiesi quante persone fossero in fila di fronte ai 40mila seggi per tutta la nazione sussurrando la stessa confusione. La coppia forse comprese il mio lungo silenzio come un segno. Non volli rispondere ma davvero sentii un po’ di pietà per loro. E non solo loro. Provavo pena per la mia città e la mia nazione, per il futuro della gente birmana.

Dopo, al mio turno di ritirare la mia scheda dalla commissione, scoprii che il mio nome era stato scritto male nei loro registri. Pregavo in silenzio che mi avrebbero fatto votare. Vissi quel momento come un’eternità mentre discutevano del mio destino ma alla fine mi diedero la scheda.

Feci il mio dovere di cittadino e votai. Non ci sono parole per descrivere la mia felicità.

Ma il mio piacere non è durato a lungo. E’ scomparso nel ritornare a casa parlando con un uomo del risciò.

“Ho scelto di non votare per alcun partito” diceva l’uomo. “Non mi interessano proprio le elezioni. Per la povera gente come me, non abbiamo tempo di pensarci seriamente. Poitica, votazioni, elezioni, non riempiranno il nostro stomaco.”

“Alcuni dicono che abbiamo bisogno do votare se vogliamo cambiare la nostra nazione. Ma credo che non cambierà nulla nel futuro sia che votiamo o che non votiamo. Stanno salendo tutti i prezzi a causa delle lezioni” aggiunse.

Molti condividevano il suo pensiero e non si aspettavano nessun cambiamento in positivo per la nazione, compreso mio padre. Dicevano che conoscevano già i risultati di questa elezione, chi avrebbe alla fine vinto e che avrebbe continuato a controllare la nazione. La cosa che li preoccupava è che le elezioni avrebbe ancora di più peggiorato le cose.

E poi c’era chi, compreso alcuni amici e familiari, che aveva votato per l’odiato partito USDP, qualcosa che non mi sarei mai aspettato da loro. Come potevano aver votatro per un partito formato da militari, quelli che ci facevano soffrire così tanto?

“Sappiamo bene la situazione. Sappiamo per chi dobbiamo votare e quale no. Ma non c’era davvero una scelta per noi. Abbiamo votato per USDP perché i nostri figli lavorano per il governo. Abbiamo avuto paura che sarebbe potuto accadere qualcosa di grave se non avessimo votato per il partito al governo.” disse una coppia di mezza età proveniente da Sud Dagon.

C’era forse molta gente come loro. Sono istruiti e sanno bene come i militari trattano la gente. Ma talvolta è difficile causare un cambiamento perché tutti noi siamo stati oppressi, sotto il loro controllo, per tanti anni. Talvolta è anche difficile immaginarsi un cambiamento.

Per un attimo potevo immaginare che un certo cambiamento fosse alla nostra portata. Avevo sentito in modo confidenziale che l’NDF aveva vinto in molti seggi, compreso il mio, a Yangoon. I candidati del USDP arrancavano al terzo posto. Il partito dei militari aveva davvero perso contro i partiti democratici ma sapevo che nei villaggi sarebbe stata tutta un’altra storia.

Tra giorni dopo, ancora dobbiamo conoscere i risultati finali ma è chiaro che USDP ha stravinto.

In molti seggi dove NDF andava avanti ha poi perso; a Sanchaung, un seggio dove un ministro del governo era stato sconfitto, la commissione elettorale sta ricontando i voti senza permettere ai partiti di opposizione di assistere. Nella mia cittadina il candidato odiato dell’USDP si crede abbia superato i due partiti democratici che gli erano davanti, in seguito all’intervento personale del sindaco di Yangoon.

E’ giusto dire che 36 partiti e forse 29 milioni di votanti sono disgustati, si vergognano per quello che è successo. Personalmente mi sento impotente. Per un piccolo istante, una breve serata, pensavo che le cose stessero cambiando per il meglio nel mo paese. Ancora una volta quelle speranze sono state annientate e mi torna in mente quello che mi ha ripetuto mio padre: “Cosa voti a fare? L’USPD ha già vinto”

Ha avuto ragione. Il problema è quello che accadrà da ora in poi. Certo, la gente è stata più coinvolta nel processo elettorale, anche chi ha deciso di non votare, ora che capiscono cosa ha avuto luogo. Ma non sono sicuro che si possa tradurre in un cambiamento positivo per il futuro.

Kiansin New Mandala

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