BIRMANIA: Esce il rapporto ufficiale sulle violenze razziali nell’Arakan

Il rapporto sulle violenze razziali contro i Rohingya nello stato birmano dell’Arakan steso da una commissione governativa è finalmente uscito. La commissione, come dice Maung Zarni nel suo blog, è formata uniformemente da tutte le componenti religiose ed etniche della Birmania ad eccezione di quella Rohingya che non è rappresentata, ed in essa sono presenti Ko Ko Gyi del Movimento 88 ed il commediografo Zarganar, insieme ad esponenti ultranazionalisti Rakhine.

Il linguaggio usato, come stabilito dal governo di Thein Sein è legato alla controversa legge della Cittadinanza del 1982 che non chiama i cittadini musulmani dello stato Arakan Rakhine come Rohingya. Essi vengono perciò definiti come Bengali, cioè come cittadini del Bangladesh che si trovano in qualche modo in Birmania. Due commissari musulmani che avevano osato protestare contro l’uso del termine Bengali sono stati cacciati fuori dalla commissione.

Sul documento della commissione si legge:“Un fattore che ha alimentato le tensioni tra la gente Rakhine e la popolazione Bengalese è legato al senso di insicurezza tra i tanti arakanesi che nasce dalla crescita rapida della popolazione Bengalese che considerano come una minaccia seria”. La popolazione dell’Arakan sarebbe stata stimata in oltre tre milioni di persone, i Rohingya che vivono nello stato, per altro da tante generazioni, sarebbero circa un milione.

Per alleggerire il senso di paura per la crescita demografica della popolazione Rohingya, l’antidoto è una campagna di controllo delle nascite. Secondo Human Rights Watch “fa già venire i brividi l’idea di limitare le nascite di un gruppo particolare. Cosa succede se nella pratica prendono piede misure coercitive anche se il governo afferma che la gente possa farlo volontariamente?”

Secondo la Commissione di 27 membri istituita da Thein Sein, i morti sarebbero 192 con 256 feriti, oltre 8000 case distrutte e centomila persone rifugiate.

Il presidente della commissione ha insistito nella conferenza stampa sul carattere indipendente del gruppo di lavoro che ha viaggiato in lungo e largo, che ha ascoltato un migliaio di persone, che ha raccolto dati, compiendo un lavoro difficile in nome della coesistenza pacifica tra le due comunità e la risoluzione del problema dei profughi. Resta però secondo loro il problema della cittadinanza che deve essere affrontata secondo quanto stabilito nella legge del 1982.

“Per dare la cittadinanza ai Bengalesi (cioè i Rohingya) abbiamo raccomandato di attenersi alla legge della cittadinanza del 1982” ed ha aggiunto che sarebbe auspicabile se i Rohingya cambiassero anche un po’ i loro modi. “Se sono più liberali e fedeli al paese in cui vivono, allora la coesistenza si materializzerebbe più in fretta.”

Dalle interviste alla comunità Rakhine secondo loro emerge il sentimento di delusione nei confronti dello stato per non essere riuscito a proteggerli e per aver permesso, tramite funzionari corrotti, il traffico transfrontaliero con il Bangladesh da dove entrano i “Bengalesi”.

Secondo gli intervistati Rohingya, invece, le violenze sono iniziate dal sentimento di superiorità dei Rakhine” verso la comunità Rohingya.

Tra le raccomandazioni ci sono quelle di assicurare l’aiuto umanitario ai rifugiati affinché possano trovare un rifugio decente per la stagione delle piogge che arriva e di raddoppiare le forze di sicurezza nello stato e di rafforzare il controllo alla frontiera. “La sicurezza delle frontiere deve essere accresciuta. Necessita una forza particolarmente attrezzata ed addestrata nel prevenire e risolvere i conflitti. Anche una gruppo speciale che comprenda anche civili per la raccolta di informazioni sui gruppi estremisti e organizzazioni violente.

Inoltre è necessario impedire il diffondersi di messaggi di odio contro le religioni che diffondano odio e violenza, senza però specificare meglio la campagna del monaco buddista Virathu del 696 che tanto gioca negli attuali attacchi contro la comunità musulmana.

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Nessuna citazione sul ruolo delle forze dell’ordine in quelle violenze e nel successivo blocco degli aiuti internazionali verso l’area. Nessuna denuncia delle teorie neonaziste e dei gruppi che alimentano questi scontri, del ruolo attivo di molti monaci, del razzismo diffuso dalle passate giunte militari. Nessuna presa d’atto dei vari rapporti che hanno parlato di Pulizia etnica nello stato Rakhine, portando prove e testimonianze.

Si segnalano alcune perle scritte nella versione compatta del rapporto, oltre ad una generica difesa dei diritti umani e all’aderenza ai principi da parte delle forze dell’ordine, come:
I gruppi devono sapere la lingua birmana e comprendere le culture tradizionali birmane che devono essere promosse; deve essere promossa la comunicazione tra le due comunità; deve essere instillato un senso di lealtà e legame verso l’Unione Birmana; l’inizio urgente del processo di revisione di cittadinanza per gli abitanti viventi nello stato Rakhine; il governo secondo la legge nella risoluzione dei conflitti e l’implementazione della legge della cittadinanza; la richiesta di moderazione verso i leader delle comunità e la messa al bando di linguaggi di odio contro ogni religione e la messa ala bando di insegnamenti estremisti.

Come hanno recepito i leader della comunità Rohingya questo rapporto? Il giornalista Simon Roughneen scrive tra l’altro:

Il sommario di 28 pagine rilasciato oggi non usava il termine Rohingya aderendo al punto di vista del governo secondo cui i Rohingya sono immigrati clandestini dal Bangladesh che ha una frontiera in comune con lo stato birmano dell’Arakan (o Rakhine). Dice il parlamentare Rohingya Myo Thant: “Come fanno a dire che siamo tutti immigrati? Arakan è un inferno. Come può un bengalese voler emigrare qui. Non ha senso”

Un membro della commissione Yin Yin Nwe, consigliere del presidente, ha detto che il rapporto aderiva alla terminologia delineata dal governo. “Usiamo il termine Bengali perché questo è il termine ufficiale della legge di cittadinanza.”

Come atteso, la commissione non raccomandava un cambiamento della tanto criticata legge della cittadinanza che nega la cittadinanza ai Birmani Rohingya….

Ko Ko Gyi, a cui è stato chiesto come si potesse risolvere il problema della cittadinanza nei temini della legge del 1982, ha detto che “il problema non è nella legge di per sé quanto nella sua implementazione. Se applicassimo la legge esattamente allora non si sarebbe vista violenza nello stato Rakhine lo scorso anno”.

Il portavoce del partito nazionale della Pace e dello sviluppo, Mohamed Salim invece ha detto che questo rifiuto di riconoscere i Rohingya con loro nome era un segno della discriminazione… “Noi siamo Rohingya non Bengalesi, ed è questo il punto principale che è sbagliato in quel rapporto. Una cosa che mi fa arrabbiare.”

Un parlamentare Rohingya Shwe Maung ha anch’esso obiettato alla terminologia usata dalla commissione, Bengalese, che non riflette la realtà e il senso della gente della propria identità. “Il rapporto non è giusto. L’uso e le raccomandazioni sono simili a quelle che ha chiesto la gente di etnia Rakhine” Il parlamentare ha anche denunciato che la registrazione nello stato Rakhine dei rifugiati sta ponendo dei problemi proprio a causa della terminologia che si accompagna alla mancanza di certificati e ad una lunga storia di corruzione. In un campo di rifugiati musulmani una folla che chiedeva di essere registrata e quindi riconosciuta come Rohingya ha bloccato le autorità. Ne sono seguiti scontri che hanno portato al ferimento di un ragazzo di 15 anni.

Lo studioso birmano Maung Zarni contesta fortemente questo rapporto:

“Vuoto di verità fondamentali, è un documento profondamente privo di concetti analitici ben stabiliti (formazione dell’etnia, dell’identità, mobilitazione dello stato negli studi dei genocidi, di discorso, di nazionalismo…) attraverso cui gli studiosi e i ricercatori del mondo sociale tentato di comprendere le vicende umane quotidiane compreso i genocidi.

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La totale assenza di qualunque concetto e analisi importante che attiene alla formazione dello stato nazione e dei gruppi etnici è la cosa più scioccante. Perché sia il presidente della commissione ed il segretario erano studenti entrambi di Benedict Anderson presso la Università Cornell, la cui fama di studioso è proprio il suo studio elegante sulla formazione delle nazioni e del nazionalismo come fondamentalmente il prodotto di una elite e dell’immaginario popolare.

Il rapporto cita che il termine Rohingya risale a non prima del 1951. Ma loro ne dovrebbero sapere di più.”

E qui Zarni fa notare alcuni fatti storici fondamentali.

“Sia le etichette etniche, i membri fondatori dello stato nazione moderno, i Chin e Kachin furono imposti dall’esterno dagli amministratori coloniali britannici e dai missionari americani battisti sugli indigeni. Questi erano vari gruppi indigeni che si identificavano originariamente in modo tribale, come clan e secondo linee geografiche. Le nuove etichette etniche avevano meno di 50 anni nel giorno dell’indipendenza. Con nozioni errate basate sulle pseudo conoscenze sulla razza e l’etnia in Europa, i colonialisti britannici e i missionari americani raggruppavano queste genti tribali sulle terre di frontiera per un puro espediente amministrativo.”

Dopo aver denunciato il rapporto perché descrive le due comunità, Rohingya e Rakhine, in termini dispregiativi come visti dalla maggioranza Bama, fa notare come uno dei commissari, il commediografo Zarganar, durante i lavori della commissione ha potuto appurare il fatto che avrebbe scatenato le violenze contro i Rohingya: lo stupro di una ragazza Rakhine ad opera di tre Rohingya. Ma le cose non stanno così. Leggiamo.

“Ma questi presunti violentatori arrestati erano ufficialmente registrati come due di Etnia Kaman musulmani ed un Rakhine adottato da una famiglia musulmana Rohingya di Pauktaw. Zaarnagar … mi disse in termini non incerti che parlò al dottore che eseguì l’autopsia della donna violentata. La donna, secondo l’intevista registrata, non portava alcun segno di violenza carnale. Fu uccisa violentemente e le furono rubati i gioelli. Ma era certo che non era stata violentata… Il dottore fu alla fine costretto dalle autorità a firmare l’autopsia ufficiale che stabiliva che la donna era stata stuprata…. Quindi non si cita (nel rapporto) del suicidio in cella del presunto violentatore, Htet Htet, un figlio non Rohingya di una famiglia Rohingya. Né si cita che la moglie appena vedova dell’uomo fu trovata morta, annegata in un pozzo del luogo…”. Lo scrittore ha poi sottoscritto il rapporto.

Come mai tante persone che avrebbero potuto far di meglio si sono accodate al tran tran del governo e alla sua narrazione della storia? Come mai si sono nascoste tante verità, nonostante le statistiche che parlino chiaramente.

Nella prima ondata di violenze di giugno furono 4188 le case distrutte dei Rohingya, quelle dei Rakhine 1150 case. Nella seconda ondata ad ottobre 2371 case dei Rohingya contro 42 case dei Rakhine distrutte. Se si guardano gli arrestati sono 1835 di cui 1589 Rohingya e 246 Rakhine.

Proprio questi 246 Rakhine avrebbero agito in dodici cittadine differenti creando 120 mila rifugiati interni nel giro di 5 mesi. Un potere davvero immenso.

Per altro nessuna citazione di violenze fatte da membri delle forze dell’ordine i cui ufficiali furono trasferiti in posizioni lontane della Birmania quando fu formata la commissione.

Zarni si domanda: Cosa sta cercando di nascondere Naypyidaw, cioè il governo di Thein Sein? Ed anche qual’è il ruolo di così tanti intellettuali che hanno passato vari anni nelle patrie galere e che ora sembrano “collaborare” col governo?