BIRMANIA: Il coro stonato contro le sanzioni

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Un coro di voci internazionali sta sempre di più chiedendo la fine delle sanzioni economiche e finanziarie che le nazioni occidentali, con a capo gli USA, hanno mantenuto contro il regime militare birmano.

I gruppi economici di pressione e l’industria globale dell’aiuto hanno colto al volo le elezioni farsa di novembre e il rilascio dagli arresti domiciliari dell’icona democratica Aung San Suu Kyi come un’opportunità di pubblica relazione per spingere i loro meschini obbiettivi in Birmania.

Fui, negli anni 90, tra quei dissidenti birmani che aiutarono a costruire una campagna internazionale per le sanzioni contro il regime birmano lesivo dei diritti umani. Un decennio dopo, pubblicamente sfidai quello che era considerata l’ortodossia a favore delle sanzioni, specie quando divenne chiaro che alcune sanzioni di Washington stavano quasi per uccidere la giovane industria degli indumenti che impiegava un gran numero di lavoratori ordinari.

A sette anni di distanza, parlo contro i gruppi di pressione contro le sanzioni. Il cosiddetto cambio di politica manca di vedere l’elefante nella stanza, vale a dire l’elite militare, predatoria e ostinata, e gli organi dello stato che usano come strumento di svendita e repressione. Le misure occidentali punitive, compreso le sanzioni economiche e la negazione di prestiti e aiuti allo sviluppo, sono spesso ritenute responsabili per la miseria economica e il dolore che avviluppa le comunità in tutta la Birmania.

Ma la promessa economica dei crescenti gruppi di pressione non vanno d’accordo con le realtà empiriche sul terreno. Come il regime di sanzioni del decennio scorso, il gruppo di pressione parla a profusione di moralità e strategia a lungo termine. I difensori di questa teoria stanno promuovendo, o in modo ingenuo o per fini propri, l’aiuto estero, commercio e investimento come una panacea per i malesseri della nazione, mentre si affidano speranzosi sull’emergere di una classe media birmana che con un potere economico chiederà più diritti politici.

Dal momento che le classi medie nel sudest asiatico nascono essenzialmente da sistemi politici autocratici o feudali, manca del potenziale progressivo per la democratizzazione e uno sviluppo significativo, diversamente dalla borghesia originaria della vecchia Europa che abbatté le classi feudali regnanti aiutando a democratizzare le istituzioni del potere e della ricchezza. Vengono alla mente come esempi patetici la classe media thailandese di Bangkok che salutò il movimento di base delle magliette rosse con sdegno e derisione e la classe media dell’autocratica Singapore apolitica e ben pasciuta.

La nuova ortodossia anti-sanzione è pervasiva tra i contendenti con legami con centri di affari esteri e locali e con l’industria globale dell’aiuto. Questo allontanamento della politica sta guadagnando spazio tra gli ideologhi del libero mercato travestiti da esperti di cose birmane, tra i media occidentali, diplomatici e alcuni accademici. A loro si è unito un contingente crescente di esperti in affari internazionali e studi strategici, specie in nazioni che hanno molto da guadagnare economicamente e strategicamente dalla normalizzazione delle relazioni con la dittatura di Myanmar, nome attuale della Birmania.

C’è comunque un problema più grande in questa nuova ortodossia: la sua logica di un cambiamento graduale attraverso la partecipazione, l’aiuto allo sviluppo e il commercio non ha alcuna base empirica nella storia di un affrancamento sociale significativo dalle dittature sia nell’est che nell’ovest. Nei fatti, l’emergente consenso contro le sanzioni è pericolosamente male informato sulla dura realtà sul terreno della Birmania attuale.

In modo specifico l’idea astratta di un cambio evolutivo in Myanmar ignora le caratteristiche peculiari della dittatura birmana che fa sì che gli investimenti non siano di beneficio alle masse. Questi tratti implicano un modo di pensare feudale dei generali vecchi e giovani, una natura profondamente strutturale dei conflitti politici ed etnici, un deficit assoluto di competenze tecnocratiche e preoccupazione per il benessere pubblico, e la mancanza di ogni reale potenziale per il cambiamento attraverso il movimento emergente verso un comando militare “in vesti civili” dopo le elezioni farsa di Novembre 2010. (Il nuovo parlamento è previsto che inizi a lavorare a Febbraio).

Alcuni hanno ipotizzato che le elezioni di novembre, stravinte dai candidati spalleggiati dalla giunta militare, portano con sé i semi di un cambiamento politico in evoluzione. Queste stesse persone hanno anche sostenuto che la costituzione dei militari, regressiva senza ombra di dubbio, sia qualcosa di meglio di una dittatura pura, anche se non ha portato cambiamento nel bilancio dei poteri istituzionali nella situazione del dopo elezioni.

Mentre i militari hanno tenuto conto delle decorazioni di una democrazia funzionante, compresa la creazione di partiti politici, un sistema parlamentare con camere differenti e una divisione nominale dei poteri, realisticamente non ci sarà spazio per serie iniziative di riforma o per politiche da essere presentate, ancor meno discusse, all’interno del nuovo parlamento controllato dai militari. Invece agirà probabilmente come uno stampo flessibile, come visto in altre democrazie asiatiche influenzate dai militari.

Il regime ha permesso al partito politico democratico più grande, il National Democratic Front, costituito da fuoriusciti della vecchia NLD, solo un’inclusione dimostrativa nelle sue politiche democratiche attraverso una piccola percentuale di seggi in Parlamento. Il suo USDP che ha vinto quasi con l’ottanta per cento dei seggi, avrà quasi totale controllo delle camere regionali e nazionali.

E’ importante comprendere che la maggior parte dei parlamentari “civili” del regime hanno passato decenni da soldati a imparare l’arte di salire le scale militari e burocratiche soltanto attraverso una lealtà che non pone domande e obbedienza ai loro ufficiali superiori eseguendo i loro ordini, giusti o sbagliati. E’ altamente improbabile che questi deputati eletti (compresi ex ufficiali militari, i loro lacchè e altri sostenitori del regime) penseranno e agiranno in modo democratico e indipendente.

Alcuni analisti hanno anche affermato speranze che generali più giovani, compresi quelli cinquantenni e sessantenni, saranno più aperti di mente e riformisti nella transizione verso un governo civile. Tuttavia sembra ugualmente improbabile che i generali anziani vorranno cedere le redini del potere a ufficiali più giovani che pensano, sentono e agiscono in modo significativamente diverso da se stessi.

Ad essere certi, il regime birmano non è monolitico e i generali individualmente hanno differenze nelle idee, approcci e interessi. Ma la prova storica ed empirica mostra che gli ufficiali militari birmani tendevano sempre ad agire come un’entità corporativa nel promuovere i propri interessi, specie in relazione alla distribuzione di ricchezza e liberalizzazione politica.

I difensori di questa ortodossia anti sanzione pongono anche troppe responsabilità sulle sanzioni occidentali, specie il diniego di aiuti allo sviluppo e i livelli bassi di assistenza umanitaria, per il desolante stato della popolazione assediata e impoverita. Essi puntano alla Cambogia e Laos ora mobili verso l’alto che entrambe ricevono come aiuto estero almeno dieci volte di quello che riceve la Birmania, casi dei benefici di un migliorato flusso di finanziamenti.

E tuttavia gli stessi difensori dell’aiuto e del commercio non vedono per pura convenienza il fatto che i generali al potere in Birmania abbiano comprato dalla Russia un secondo squadrone di aviogetti militari di ultima generazione al costo di 600 milioni di dollari. L’affare fu concluso alcuni giorni dopo che l’economista Joseph Stigliz lanciò il suo consiglio economico di livello mondiale ad un gruppo di giovani generali nella capitale del regime Naypyidaw secondo cui la loro agricoltura richiedeva massicci investimenti di stato. Come ha osservato l’economista birmano U Myint, la struttura economica basata sull’agricoltura della Birmania è rimasta virtualmente la stessa sin dagli anni 30, nonostante che attualmente il regime guadagna miliardi di dollari per i proventi energetici.

Altri hanno puntato alla Cina e al Vietnam, dove libertà economica e politica sono separate, come possibili modelli di sviluppo da emulare. “dovere nobile” è una nozione che è venuta ad essere associata alle classi dirigenti paternalistiche. Le autocrazie da partito unico ad Hanoi e Pechino hanno fatto seri sforzi per migliorare le condizioni di vita delle loro popolazioni anche quando le privavano di ogni voce significativa nelle questioni politiche e nella politica della nazione.

Non è stata finora individuata alcun sentimento di dovere pubblico nei governanti birmani, né in termi normali né in tempi di crisi come testimoniato nella risposta incompetente e disumana al disastro del Ciclone Nargis nel 2008. Il fatto che meni del 2% del bilancio nazionale dello stato è allocato complessivamente alla salute pubblica e all’educazione parla chiaramente della mancanza di interesse.

L’ultimo rapporto di Economist Intelligence Unit osserva: “In termini di politica fiscale, il governo probabilmente continuerà a focalizzarsi sulla pesante spesa militare, e farà poco per le politiche di implementazione per sostenere le famiglie e il settore degli affari.” Il regime e le sue istituzioni da stato sempre più predatorie e feudali resteranno perciò insormontabili ostacoli alla logica economica del gruppo di pressione anti sanzioni.

Comunque questo gruppo non fa una sola cosa giusta. L’appoggio incondizionato della dittatura da parte dei suoi vicini asiatici, dalla Cina all’India all’ASEAN, ha reso le sanzioni e il boicottaggio occidentali inefficaci. Quello ha impedito che le misure punitive avessero l’impatto che hanno invce avuto contro l’Apartheid in Sud Africa.

Come ha recentemente detto Timothy Garton Ash, docente di Studi Europei alla Oxford University, in un recente dibattito con Aung San Suu Kyi alla London School of Economics, gli sforzi di democratizzazione del dopo guerra fredda in tutta l’Europa Orientale hanno avuto successo in parte perché l’ambiente ideologico e geopolitico esterno era al momento di aiuto alla lotta interna per la democrazia. Suu Kyi ha finora sostenuto le sanzioni occidentali. Ma la tragedia che si apre in Birmania è che un ambiente esterno favorevole per una democratizzazione organica non esiste più.

Al contrario, i vicini opportunisti continuano a trattare la Birmania come un bordello, in cerca di lavoro a basso prezzo e fonte di ricchezze naturali. Davvero molte di queste nazioni scoprirebbero che un cambio di un regime militare con uno genuinamente democratico, che risponde agli interessi primari e ai bisogni fondamentale dei suoi cittadini, sarebbe contro i loro interessi.

Il gruppo di pressione contro le sanzioni va compreso per quello che è: pura promozione degli interessi strategici e di impresa dell’occidente. Porre fine alle sanzioni farà solo rafforzare il regime militare dandogli anche una patina di normalità e accettabilità, mentre a farne le spese sarà la popolazione da tanto sofferente e lo sviluppo economico eguale della Birmania.

Maung Zarni, Anti-sanctions chorus out of tune

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