BIRMANIA: Il Piccolo Re ed il lavoro minorile in Birmania

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Il Piccolo Re non sa leggere e scrivere, non conosce il nome del presidente del suo paese.

Ma è abbastanza robusto da bilanciare sulla sua testa carichi pesanti da piegare la spina dorsale. Abbastanza forte da tirare barche cariche di banane sui banchi fangosi del fiume Yangoon durante la bassa marea.

Presso le banchine dove gli uomini lavorano come muli Il Piccolo Re arriva a guadagnare 3 dollari al giorno. E colui che porta il pane a casa, colui che sostiene principalmente una donna che adora ed i suoi due bambini. Ma quella donna è la madre, i bambini le sue sorelle. Il piccolo Re è appena un ragazzino.

“Non mi interessano le ragazze” dice Il piccolo Re il cui nome reale è Nati Wai, figlio di uno scaricatore di porto deceduto. Ad undici anni ha abbandonato la scuola, è entrato nel ruolo di suo padre diventando uno scaricatore egli stesso. Accadde quattro anni fa. “Ho già una donna di cui prendermi cura, ed è mia madre”.

Il mondo è pieno di ragazzi e ragazze che hanno perso la loro infanzia nel lavoro nero. Sarebbero 215 milioni di bambini ce lavorano sul pianeta stando alle cifre dell’ILO, Organizzazione internazionale del lavoro, ed oltre la metà lavora in luoghi definiti pericolosi dall’ILO.

Che i bambini si spezzono le reni nelle miniere del Congo o lavorano a macchina in Bangladesh lo sa chiunque segue le notizie. Ma nel Myanmar, precedentemente chiamata Birmania il lavoro minorile non è una sventura secondaria, ma il fondamento dell’economia. E in questo particolare momento nella storia nazionale quella economia è destinata ad esplodere.

A livello internazionale Myanmar è spesso posta affianco a nazioni sprofondate nell’anarchia o nella tirannia. Un’impresa di analisi del rischio britannica, Maplecroft, valuta il problema del lavoro minorile in Birmania come il peggior del pianeta, anche peggio della Somalia o della Corea del Nord, che per altro non sono gli ultimi arrivi della scena dell’investimento globale. La Somalia quest’anno non ha ospitato un Summit del World Economic Forum quest’anno, ma la Birmania sì. Nessuno direbbe che la Corea del Nord si sente come quando crollò il muro di Berlino, che è la descrizione del presidente della Coca Cola della Birmania di ora. Lo scorso anno il presidente Obama volò in Myanmar per parlare ad uno stadio universitario stracolmo che la sua gioventù “potrebbe determinare il destino della regione a più rapida crescita nel mondo”.

Il guru influente degli investimenti Jim Rogers, che ha fatto la sua fortuna insieme al vecchio amico George Soros, era alquanto effervescente in un colloquio la scorsa estate con il Forbes. “Se potessi mettere tutti i miei soldi in Birmania lo farei. Sono proprio tra l’India sulla sinistra e la Cina sulla destra. Immense risorse naturali. 60 milioni di persone, disciplinati e lavoratori.. E’ un’opportunità così eccitante.”

Sono passati solo due anni da quando l’odiata giunta militare diede i poteri ad un parlamento eletto in parte pieno di militari leali in un grande esperimento di liberalizzazione. Ma che differenza due anni possono fare: lo stato di polizia in via di smantellamento, i dissidenti politici liberati e sanzioni vecchie occidentali si sono dissolte. Messa in quarantena per tanto tempo da generali paranoidi la nazione dalla crescita rachitica ha fatto un’inversione ad u ed ora sbanda, bene o male, nel ventunesimo secolo globalizzato.

Con la Casa Bianca a sostenerle le multinazionali americane sono improvvisamente invitate ad investire nell’economia birmana rovinata da decadi di guerre e cattivo governo. Ma giungono qui e troveranno una forza lavoro puntellata da lavoro minorile.

Secondo l’ONU, oltre un terzo dei bambini birmani di età tra 7 e 16 anni hanno un lavoro. Abbastanza stranamente il Piccolo Re prova gratitudine di essere uno di loro.

C’è un altro ragazzino della sua età dal soprannome di Faccia Vecchia che sta in agguato per i moli come un fantasma affamato. Mentre Il Piccolo Re è pagato per trasportare grandi quantità di frutta Faccia Vecchia è alla ricerca delle banane cadute nel fango. “Mia madre è morta che ero piccolo. Mai stato allattato” dice Faccia Vecchia, un ragazzo di 15 anni con una corporatura da stecchino. “Dicono che sia troppo debole per alzare carichi pesanti.”

Piccolo Re, sottile, agile ma muscoloso, può mangiare tutte le banane che vuole. Di solito tira un morso e getta l’altra metà nel fiume. “La maggioranza di noi qui ha iniziato quando avevamo dieci o undici anni come lui” dice Chit Lwin che vende cocco sul molo vicino. “Ma Piccolo Re è dotato. Riesce persino a comandare i ragazzi più grandi”.

C’è una ragione perché lo chiamano piccolo re.

Cosa succede quando i militari prendono il controllo di una nazione un tempo prospera per cinquantanni, divorando la sua finanza e gettando le briciole agli ospedali e le scuole?

Si ottiene Mya Myint Zu una ragazzina di dodici anni tanto priva di istruzione da non aver mai sentito parlare dell’America. Ogni mattina prima dell’alba, Mya Myint Zu si sveglia in una capanna che fa passare l’acqua costruita con vecchia segnaletica e doghe di bambù. Nei giorni buoni si sveglia col canto del gallo. Nei giorni meno buoni si sveglia al tossire sangue della nonna. I suoi genitori sono morti.

Per scacciare la fame, Mya Myint Zu, dagli occhi vispi ma allampanata e scarna per la malnutrizione, affera un sacco e se ne va in giro alla ricerca di rifiuti in plastica.

Dimenticate l’America. Mya Myint Zu non ha mai sentito parlare di Yangoon, la città maggiore della Birmania, a soli dodici miglia dalla sua baracca in una cittadina chiamata South Dagon. Il mondo di Mya Myint Zu è ristretto a poche miglia di una baraccopoli industriale. Dall’alba al tramonto va alla ricerca di bottiglie riciclabili ed un sacco pieno vale 5 dollari. Alcuni giorni mangia. Alcuni giorni isuoi guadagni servono a pagare il debito di debito da paralisi di sua nonna.

L’ignoranza della ragazzina è il costo umanoi di un sistema di istruzione cannibalizzato dai governanti militari. Mya Myint Zu non ha quasi mai frequentato la scuola. Che non vuol dire che non è mai entrata in una scuola. “Andai all’asilo per un po’. Il maestro se ne stava fuori a vendeva qualcosa per fare soldi.” All’età di 9 anni la nonna Cho la mandò alla raccolta dei rifiuti. “Dicono che una persona senza istruzione è cieca, ma non avevo scelta.”

L’epidemia del lavoro minorile in Myanmar è un sintomo di varie malattie istituzionali: povertà generazionale, ospedali distrutti e scuole povere. Quando i genitori non possono permettersi di comprare il riso o non hanno un lavoro, mandano i bambini a lavorare. Quando la madre o il padre soccombe ad una malattia che di solito è trattabile, i bambini lavorano. Quando i maestri abbandonano la scuola i bambini lavorano.

“L’iscrizione alla scuola primaria è gratis, ma le scuole non sono finanziate interamente dallo stato. Si hanno così dei costi nascosti.” dice Thanda Kyaw, consigliere di Save The Children. “Si chiede ai genitori di pagare l’acqua o le suppellettili. I maestri hanno bisogno di donazioni ed i bambini seza soldi non verranno a scuola per il puro imbarazzo”.

Se le donazioni finiscono i maestri finiscono per non presentarsi. “Ci sono intere scuole senza insegnanti” dice Thanda Kyaw che cita una scuola lungo la costa dello stato Rakhine dove le madri pagano i maestri con il riso e di villaggi desolati dove nessuno ha un’istruzione oltre la scuola secondaria. I fortunati che frequentano la scuola sono martellati da lezioni sul ruolo dei militari come protettori validi del paese.

Mentre si stendono le riforme del paese, il governo ha lanciato promesse di alto livello di ricostruire le scuole dissestate. Ma i militari ancora mantengono la presa sulla spesa pubblica. Secondo i resoconti del governo la spesa della difesa prenderà il 20% del budget, la sanità un magrissimo 4% e l’istruzione il 4,5%. E’ questo un miglioramento dopo che per decenni la spesa per la scuola si aggirava tra uno e due percento.

Nelle baraccopoli come South Dagon il marciume istituzionale è andato così nel profondo che tanti genitori non vedono più alcun valore nell’istruzione. “Credono che mandare i figli a scuola è una perdita di tempo” dice Su Wai Htun di 25 anni, un insegnante presso una scuola libera della NLD, il patito di Aung San Suu Kyi.

La scuola di Su Wai Htun, una stanza di legno piena di computer degli anni 90, appartiene ad una serie di scuole non di stato supplementari che per lo più sono gestite per fare soldi. La sua è libera e legata alle donazioni. La qualità dell’insegnamento delle scuole del governo è caduta così in basso che i ragazzi spesso non passano gli esami di stato senza sessioni di studio supplementare. Questo è dove l’istruzione reale inizia. “Dopo le scuole governative vengono qui. Dobbiamo insegnare di nuovo tutto.”

Alcuni pomeriggi i ragazzi non si presentano, ed allora Su Wai Htun gira per le strade. “Cerchiamo i bambini, li portiamo qui, li laviamo e proviamo ad insegnare loro qualcosa. Supplichiamo i parenti. Vedete, potete avere un dollaro per giorno libero ora. Ma avrete molto di più quando avranno un’istruzione.” Ma spesso non funziona. “Mi dicono di non portare via i bambini mai più”.

La nonna di Mya Myint Zu, Cho, ha modeste speranze. “Voglio solo che lavori in pace in qualche fabbrica un giorno” dice la nonna. Un tetto sulla testa la proteggerebbe dalle piogge del monsone che le inzuppano i vestiti e la mandano a casa tremando. Lavorare al chiuso le risparmierebbe tanti ragazzi che cercano nei rifiuti e che le strappano le bottiglie dalle mani. “Nella prossima vita spero di essere un ragazzo” dice Mya Myint Zu “Loro possono fare quello che vogliono”.

Raggrinzita dalla malattia Cho se ne sta nella capanna. Passa tante ore sul pavimento, una piattaforma crepitante di bambù sospesa su un acquitrino puzzolente. Dell’acqua densa filtra tra le doghe di bambù. Ci sono giorni in cui Mya Myint Zu deve ancora tornare al tramonto e la sua mente si riempie di cose terribili. “Guardatela, è solo una ragazzina”.

La zona industriale di South Okkalapa di Yangoon è tutta metallo e fango. Quando arriva il monsone, le strade sporche diventano brune ed il rumore della pioggia battente sui tetti di latta è assordante.

Dentro un dedalo di negozi di macchine a cielo aperto, si salda il ferro, macchine arcaiche emettono fumo nero. I ragazzi sono neri come spazzacamino. Olio coagulato si stende per gli avambracci e i petto nudo. Il grasso attacca le loro frangette alle loro fronti. Sono giovani, costano poco e sono tanti.

“I piccoli cominciano a fare 1 dollaro e mezzo al giorno” dice Hlaing Inn capo di 58 anni di un negozio che trapana cilindri. Deve gridare per farsi vincere il rumore dell’acciaio stridente. “Li trovate che se ne vanno in giro per cercare lavoro, dieci undici anni. O si può far circolare la voce che si assume. Ci sono sempre tanti bambini in cerca di soldi.”

In Birmania il lavoro minorile è endemico in quasi tutti i settori che richiedono lavoro non qualificato. L’UNICEF ha stilato una lista di lavori notoriamente pieni di bambini tra i quali manovali, cucitrici, portatori, lavori di casa, mendicanti e contadini.

In altre parole il lavoro minorile assomiglia molto al lavoro minorile negli USA nel periodo della rivoluzione industriale. I ragazzini nella South Okkalapa assomigliano persino ai bambini nelle foto color seppia delle fabbriche e nelle campagne dell’America industriale: piedi nudi, facce sporche e occhi stanchi.

“Tanti bambini in Birmania non possono comportarsi come tali” dice Su Wai Htun “Assomigliano agli aadulti. Con i problemi degli adulti.”

Non tutti i bambini di Myanmar devono lottare. L’elite che vive in proprietà segnate dai muri alti possono mandare all’estero i figli a studiare. I bambini di una classe mercantile vasta, povera secondo gli standard occidentali, possono racimolare abbastanza da frequentare la rete sofferente delle scuole pubbliche secondarie e delle università.

Nonostante la ricchezza che va verso l’alto, l’attuale reddito procapite si aggira attorno ai 1400 dollari, un reddito che gli USA , stando ad una ricerca dello storico Angus Maddison, segnò qualche tempo prima della guerra civile.

Ma solo nel 1938 l’economia americana aveva quadruplicato, il presidente firmò la legge del lavoro che vietava ai minori di 18 anni di fare lavori pericolosi e ai ragazzi sotto i 16 anni di lavorare durante le ore di scuola. Quella vale molto di più di un secolo di ascesa economica, con tante piccole dita spezzate nei telai e polmoni di ragazzi anneriti dalla polvere di carbone.

Il presidente birmano, un ex generale diventato riformista dal nome di Thein Sein, non vuole attendere cento anni. Lo scorso anno annunciò un obiettivo nazionale selvaggiamente ottimista: triplicare l’economia birmana per il 2016. Uno scenario più verosimile, stilato dalla ditta McKinsey prevede di quadruplicare l’economia per il 2030.

Nei circoli di investimento estero i parla molto di quello che il rapporto McKinsey definisce “demografia positiva” in Birmania che tradotto vuol dire: il paese è pieno di corpi giovani e abili. Quasi 3 cittadini su 4 sono in età lavorativa da 15 a 64 anni. Ma la realtà è che l’età lavorativa sprofonda qui fino a sette anni. Legalmente il lavoro può iniziare a 13 anni con poche eccezioni. Costringere i bambini ad elemosinare è illegale, assumere bambini malati mentalmente è illegale, i manovali sotto i quindici anni devono lavorare massimo 4 ore al giorno.

“La questione birmana di quello che è il lavoro minorile è un quadro in evoluzione” dice Aaron Greenberg dell’UNICEF in Myanmar. “Se vi guardate attorno vedrete bambini nella pesca, nell’agricoltura, nei negozi di te. Non credo che cambierà fortemente nel giro dei due anni. Quello che cambierà è l’entrata delle grandi multinazionali.”

Agli USA e UK fu permesso far crescere la propria economia sulle spalle dei bambini senza interferenza estera, un lusso che non avrà Myanmar.

La nazione ha già provato la collera delle campagne di vergogna e boicottaggio occidentali. Negli anni 90 e agli inizi del 2000 la Pepsi, Levi Strauss, British American Tobacco ed altri scapparono dal paese in un esodo alimentato dai militanti che attaccavano tutte le imprese che operavano nella Birmania dei generali. Ora sembra prossimo un esodo all’inverso: General Electric, Ford, British American Tobacco, Visa, MasterCard ed altri sono già tornati. E’ il gocciolio che presagisce un’ondata in arrivo.

I più visibili tra tutti quelli che sono tornati sono Coca Cola e Pepsi. Entrambi stanno ricoprendo Yangoon di pubblicità nella speranza di conquistare le papille gustative di una nazione non ancora dedita alle bevande dolci. La guerra dei cola si è persino diffusa nei centri di socializzazione primaria in Birmania, le caffetterie e sulle uniformi dei ragazzini che si aggirano a servire te al latte super potenti.

“Pepsi? Non l’ho mai bevuta” dice Zaw Lin Htet che avrà 13 o 14 anni, ma non sa quando è nato. Ma lui insieme ad un’altra dozzina di ragazzini dalla faccia di bambino, che hanno abbandonato la scuola, impiegati dalla casa da tè nel centro di Yangoon ora indossano magliette di lavoro con il logo Pepsi. Lo fanno anche molti dei ragazzini che lavorano nelle case da tè attorno a Yangoon.

Per 30 dollari al mese Zaw Lin Htet e il resto lavorano dall’alba alle 9 di sera. Vivono lontano dalle famiglie in una singola stanza di cemento vicino al negozio. “La scuola non mi serviva, preferisco lavorare qui.” dice. Si considerano fortunati se pensano alle alternative di lavoro come qualche fabbrica o nelle risaie. “Ma mi mancano i miei genitori” dice Zaw Lin Htet.

L’ONU fa pressioni affinché Myanmar firmi una convenzione per fissar l’età minima per lavorare a 14 anni e per i lavori pericolosi a 18. Ma lavori pericolosi è una definizione lasca come “Qualunque lavoro che potrebbe mettere in pericolo la salute mentale, fisica o morale dei fanciulli”.

Greenberg dice: “E’ una definizione larga che può essere interpreatata in modi differenti.” ma la convenzione è tipicamente intesa come una proibizione dei lavori a tempo pieno che impediscano ai bambini di frequentare la scuola. Greenberg crede ancora che “non ci deve essere un viaggio lungo tra ora e il giorno che vedremo facce differenti dei bambini in Myanmar … e che il volto non sarà definito da quello di un bambino che lavora in una casa da té. Sarà definito da un bambino in una scuola, che un giorno avrà il proprio negozio di tè.”

Riconosce però che “questa non è una cosa facile da fare. Sarà complicato”.

Quello che i capi birmani tentano non è nulla di meno di un salto alla velocità della luce dall’arretratezza all’economia di frontiera che scoppia. Da avamposto della tirannia, come Condoleezza Rice descrisse la Birmania nel 2005, a nazione in sincronia con il mondo globalizzato.

Ma il lavoro minorile è una minaccia tangibile a quell’ascesa. “Quando le compagnie vedono il rischio di uno scandalo, di essere richiamati e svergognati, vedrete che molti decideranno si fermarsi ed aspettare” dice Greenberg. Inoltre liberare industrie, negozi da tè, moli dei ragazzini potrebbe rivelarsi quasi impossibile finché non si risanino le altre istituzioni bacate.

“Se fosse er me, sarebbero tutti a scuola” dice Maung Win che lavora al molo insieme a Piccolo Re. Come la maggior parte qui alzò il suo primo peso a 11 anni. Le sue spalle sono ricurve, le sue braccia tatuate dire come il granito.

“Si potrebbe tirarlo fuori di qui e metterlo in una scuola. Ma tornerebbe ad una casa dal piatto vuoto e la madre avrebbe fame”

 Patrick Winn, Global Post

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