BIRMANIA: Il traffico umano dei Rohingya fuggiti dal Rakhine

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Picchiato e minacciato: se la famiglia non avesse inviato il denaro Abdul Sabur, rifugiato birmano, sarebbe stato venduto come schiavo a qualche peschereccio.

Così gridava chi lo aveva preso, mentre lo picchiavano con una canna di bambù, in un nascondiglio della giungla, con il telefono aperto per far sapere alla famiglia di sbrigarsi a mandare i soldi, quei 1800 dollari che gli salvavano la vita.

traffico umano dei Rohingya

Due mesi prima Sabur e sua moglie avevano lasciato la Birmania insieme ad altre 118 Rohingya musulmani per sfuggire alla violenza e alla persecuzione in un viaggio dove perirono 12 persone. Finiti sulle spiagge indiane furono poi consegnati ai trafficanti nel meridione thailandese.

Sabur, un pescatore dello stato occidentale Rakhine Birmano, faceva parte della grande folla umana che aveva deciso di sfuggire dalla Birmania, un esodo crescente simbolo della disperazione dei musulmani nel paese a maggioranza buddista. Benché per decenni le tensioni religiose ed etniche fossero percepibili, c’è voluto un governo riformista per far scoppiare le rivolte etniche peggiori da generazioni.

Un’indagine giornalistica della Reuters, con interviste a trafficanti ed a decine di sopravvissuti, rivela come alcuni elementi della sicurezza della marina thailandese lavorino sistematicamente al fianco dei trafficanti per approfittarsi dei Rohingya in fuga. Il traffico li porta principalmente in Malesia, un paese considerato dai Rohingya porto franco dalla persecuzione. Nelle loro mani gli uomini Rohingya sono spesso picchiati finché non portano i soldi per pagarsi il passaggio, mentre quelli senza soldi sono venduti ai trafficanti che spesso li vendono come lavoro salariato alle aziende agricole o ai pescherecci Thailandesi. Entrano così a far parte di quella catena umana che serve un’impresa da 8 miliardi di dollari per rifornire Giappone, Europa e USA di frutti di mare.

La Reuters ha scoperto che alcune donne sono vendute come spose ed in tanti restano nei centri di detenzione thailandesi.

La Reuters ha ricostruito uno di questi viaggi dell’inferno fatto da 120 Rohingya risalendo ai loro contatti con gli spacciatori con interviste a tante famiglie in fuga. Tra loro ci sono Sabur e la sua suocera Sabmeraz; Ramin un coltivatore di riso giovane e l’amico Abdul Hamid, e Abdul Rahim.

Mentre il costo di vite umane era insolitamente alto, i resoconti delle brutture da parte di autorità e spacciatori erano simili a quelli di altre imbarcazioni. L’esodo dei Rohingya, e le misure dello stato che l’alimenta, minano quell’immagine attentamente disegnata di riconciliazione etnica e di stabilità che ha aiutato a sospendere l’embargo americano ed europeo.

Quasi 800 persone sono morte in mare dopo il naufragio delle loro barche negli anni scorsi, secondo Arakan Project che studia i Rohingya sin dal 2006. L’ONU quest’anno ha definito questa parte di mare di oceano Indiano come “il passaggio acquoso più mortale”.

Da oltre un decennio gli uomini Rohingya hanno aperto le vele in cerca di lavoro nei paesi vicini. E’ un viaggio di sola andata che costa 180 euro, una piccola fortuna. Le famiglie Rohingya estese che raccolgono la somma lo considerano un investimento, ed in tanti sopravvivono col denaro inviato loro dai parenti oltremare. Da giugno 2012 a maggio 2013 sarebbero oltre 34 mila persone che si sono imbarcate dalla Birmania e dal vicino Bangladesh, ben 4 volte in più rispetto all’anno prima. Per lo più Rohingya musulmani della Birmania. Tra loro, in questi viaggi pericolosi, ci sono anche donne e bambini come mai accaduto prima.

Si sta sviluppando un’industria sofisticata che attira anche altri rifugiati dell’Asia Meridionale. Pescherecci malandati sono sostituiti da navi cargo gestite da trafficanti e pieni di passeggeri. Solo a giugno sei di queste navi hanno sbarcato centinaia di Rohingya ed altri rifugiati su isole remote della Thailandia controllate dagli spacciatori, denuncia Arakan Project.

Sabur e gli altri che salparono su una imbarcazione da 20 metri giunsero dallo stato Rakhine dove i Rohingya reclamano una storia di centinaia di anni. Il governo invece li definisce Bengalesi illegali dal Bangladesh giunti con gli inglesi nel XIX secolo. Alla maggioranza dei Rohingya è negata la cittadinanza ed è rifiutato il passaporto.

La popolazione buddista armata di machete distrussero il villaggio di Sabur ad ottobre costringendolo ad abbandonare la casa vicino Sittwe. Il governo sostiene che morirono 192 persone ma gli attivisti Rohingya parlano di 748 persone. Prima delle violenze i Rohingya erano le persone più povere nel penultimo stato più povero del sudest asiatico. Oggi, nonostante la riforma, stanno anche peggio.

In migliaia vivono in campi squallidi, infetti di malattie alla periferia di Sittwe, dove postazioni armate impediscono loro di ritornare nei campi e ai mercati da cui dipende il loro sostentamento. A tante famiglie è stato vietato anche di avere più di due figli.

La famiglia estsa di Sabur ha passato vari mesi in giro per i campi prima che il patriarca della famiglia, un insegnante islamico malese Arif Ali, li ha aiutati a comprare una barca da pesca con la quale pensarono di dirigersi in Malesia per evitare i famosi trafficanti thailandesi. In tanti furono i passeggeri che si presentarono insieme con un capitano senza esperienza che li condusse al disastro.

Il piccolo peschereccio lasciò Myengu vicino Sittwe il 15 febbraio. I passeggeri si riunirono in gruppi e per i primi due giorni tutto andò bene. Mangiavano riso, pesce secco e patate cotte in piccole giare sul fuoco. Lo spazio era così stretto che non si potevano allungare le gambe mentre si dormiva, dice Rahim, il coltivatore di riso, che come tutti i Rohingya ha solo il nome proprio.

Gli ultimi suoi mesi sono stati orrendi. Una folla uccise il suo fratello più grande e distrusse col fuoco l’azienda di famiglia. Passò due mesi in carcere senza sapere mai la ragione. “L’accusa è che ero un giovane” diceva. Le autorità Rakhine hanno riconosciuto l’arresto di giovani possibile minaccia per la sicurezza.

Il terzo giorno ci mancò poco che le onde e il vento forte sommergessero la barca mentre il capitano, secondo il racconto di chi sopravvisse, sembrava preso dal panico. Per paura che la barca potesse capovolgersi gettò in mare cinque sacchi di riso e due di acqua, metà delle loro provviste.

La situazione si stabilizzò ma subito apparve un altro problema, ed il capitano ammise che si erano persi. Già il 24 febbraio dopo una settimana in mare l’acqua, gli alimenti e il combustibile erano esauriti. Sabmeraz, la nonna, dice: “La gente cominciò a morire uno alla volta.” Si mormorava la preghiera funeraria musulmana sui cadaveri lavati nel loro sudario di quattro donne e due piccoli che morirono per primi. Tra loro la figlia di Sabmeraz e due nipotini. “Sapevamo che saremmo morti tutti.” ricordava Sabmeraz.

Molti bevevano acqua salmastra che li rendeva ancora più deboli. Alcuni le proprie urine. I malati urinavano dove si trovavano. La plancia divenne scivolosa per il vomito e le feci. Alcuni sembravano inselvatichiti prima di perdere la cosicenza “come se fossero impazziti”, diceva Abdul Hamid.

La mattina del 12° giorno Abdul Rahmin avvolse la sua figlia di due anni, Mozia, un un tessuto, fece i riti funerari e lasciò scivolare il suo piccolo corpo in mare. Il giorno dopo fece lo stesso con la moglie Muju. Suo padre, Furkan, aveva consigliato a Abdul Rahmin di non portare con se i suoi due figli, Mozia e la sorella più grande Morja. La famiglia viveva in condizioni migliori degli altri Rohingya. Avevano un negozio molto frequentato nel distretto di Sittwe. Dopo che fu ridotto in macerie si spostarono nel campo di accoglienza.

La notte in cui Abdul Rahmin sarebbe partito, Furkan ricorda che lo supplicò sul molo: “Se vuoi andare va pure, ma lascia con noi le nipotine.” Abdul Rahmin si rifiutò. “Ho perso tutto, la casa, un lavoro. Cosa altro posso fare?” disse.

Il 28 febbraio a poche ore dalla morte della moglie, i rifugiati videro una imbarcazione di Singapore, the Star Jakarta che trainava un barcone indiano vuoto, il Ganpati, in rotta verso Bombai dalla Birmania. I rifugiati gridavano ma la lenta imbarcazione non si fermò. Ma mentre la Ganpati passò vicino, una dozzina di uomini si buttarono in mare con una fune e nuotando fino all’imbarcazione fissarono la fune ala barca per poter salire a bordo. La sera 108 di loro erano sul barcone.

Mohammed Salim, un impiegato di negozio amante del calcio e una donna giovane, ventenni, erano troppo deboli per muoversi. Vicini alla morte furono lasciati andare e quando la barca imbarcò troppa acqua fu sommersa dal mare alto.

“Lui era la nostra speranza” dice il padre di Salim che svuotò tutti i suoi risparmi per pagare il viaggio. Dei dodici che morirono sulla barca undici erano donne e bambini.

Quello che accadde dopo fa capire come il problema della Birmania del dopo riforma sta diventando quello asiatico. Il capitano della barca da traino di Singapore ritenne che i Rohingya fossero pirati e chiese aiuto via radio, come ha detto Bhavna dayal, la portavoce della compagnia indiana che possedeva il barcone. Arrivò subito un guardia costa indiano. Spararono in aria e ordinarono ai Rohingya di stendersi.

Rahim disse che insieme ad altri cinque furono picchiati con i bastoni. Con l’aiuto di qualche parola Hindi dei film di Bombai spiegò che sfuggivano dai problemi in Rakhine. Fu così che ricevettero cibo, acqua ed un primo aiuto.

Giunse un altro guardia costa indiano. Prese le donne ed i bambini portandoli alle isole Andaman e Niobar, in un breve viaggio verso meridione prima di riprendere gli uomini. A Diglipur la città più grande dell’isola del Nord Andamano, le autorità separarono i maschi dalle donne e bambini e lim isero in prigione. Le guardie li picchiarono, disse Rahim, e andarono alla ricerca di denaro tra le loro cose. Lui perse 50 euro ma riuscì a nascondere qualche altra cosa in una crepa del muro. Il comandante della zona ha negato che qualcuno sia stato picchiato o derubato.

Dopo un mese furono spostati in un centro di detenzione più grande a Port Blair dove furono riuniti a 300 altri musulmani Rohingya birmani, anche loro salvati dal mare. Gli uomini fecero lo sciopero della fame per un giorno richiedendo di essere inviati in Malesia. La protesta parve dare un risultato. Furono portati tutti e 420 in acque internazionali e trasferiti ad un vaporetto a due piani. “Ci dissero che la nave ci avrebbe portato in Malesia” disse Sabur. Era gestita da trafficanti di base in Thailandia. Il comandante Satish a nome della Marina Indiana disse che “non era assolutamente” vero che la marina avesse consegnato i Rohingya ai trafficanti.

Dopo quattro giorni di navigazione, i Rohingya sui avvicinarono alla provincia di Satun verso il 18 di aprile. Furono separati in piccole barche, alcune delle quali portati sul continente ed altre in piccole isole. I trafficanti dissero loro che dovevano riguadagnare quasi diecimila euro che ave vano pagato per affittare il vaporetto.

La Thailandia si descrive come una destinazione accidentale per i Rohingya diretti in Malesia: sono scaraventati sulla costa e poi scappano o sono detenuti. La verità è che la Thailandia è un paradiso dei trafficanti, e gli apolidi Rohingya sono un grande affare. I trafficanti li ricercano, sapendo che i loro parenti pagheranno per farli muovere. Questo forse annulla la differenza tra traffico e contrabbando. Contrabbando, fatto con il consenso delle persone coinvolte, differisce dal traffico, che intrappola le persone con la forza o l’inganno costringendoli alla prostituzione o al lavoro forzato. La distinzione è critica.

Il rapporto del dipartimento di stato USA che monitora gli sforzi per combattere la moderna schiavitù ha tenuto per quattro anni consecutivi la Thailandia al livello 2 di osservazione, appena un gradino su rispetto alla Corea del Nord che si trova al terzo che può produrre sanzioni come il blocco dell’aiuto della Banca Mondiale.

Una rara intervista di un veterano del contrabbando umano ha descritto l’economia del traffico. Ogni adulto Rohingya vale fino a 2000 dollari con un profitto per il contrabbando di 320 dollari al netto dei costi. Oltre alla marina thailandese i mari sono pattugliati dalla polizia thailandese e da milizie locali sotto il controllo dei comandanti militari. “Dieci anni fa, il denaro andava direttamente agli intermediari. Ora va anche agli ufficiali.” dice l’uomo in condizioni di anonimato.

Un intermediario birmano invia una lista con la data di partenza alla controparte thailandese. Ai militari o chi per loro è notificato di intercettarli e guidare le barche in posti conosciuti. Le foze della marina thailandese guadagnano 65 dollari a Rohingya per avvistare una barca o per chiudere un occhio, dice l’uomo, che lavora nella regione di Phang Nga e tratta direttamente con la marina e la polizia. La polizia riceva 160 dollari per Rohingya o 14 mila euro per una barca di 100 persone.

Un altro spacciatore, questa volta Rohingya, di base a Kuala Lumpur dice che le forze thailandesi aiutano a guidare le imbarcazioni a certi punti definiti. Dice che il suo gruppo si tiene in stretto contatto con i comandanti locali. Il suo gruppo ha contrabbandato 4000 persone in Malesia negli scorsi sei mesi. I parenti in Malesia devono fare un deposito iniziale di 950 dollari su una banca malese seguito poi da un secondo pagamento della stessa quantità quando il familiare raggiunge il paese.

La marina non sempre lavora con il contrabbando. Alcuni seguono la politica thailandese di “aiuto a proseguire”, rifornendo le barche Rohingya di cibo, acqua e carburante per poter proseguire. La Marina thailandese e la polizia hanno negato ogni coinvolgimento nel traffico dei Rohingya. Il portavoce thailandese del ministero degli esteri dice che non si sono trovate prove del coinvolgimento della marina thailandese nel traffico o negli abusi contro i Rohingya per vari anni.

Negli anni si sono prodotte tantissime prove dell’uso diffuso di lavoro da schiavo di persone provenienti dalla Birmania sui pescherecci Thailandesi dove è acuto il problema di trovare lavoratori. Le compagnia di pesca comprano uomini Rohingya per una cifra che va da 300 a 600 euro a seconda dell’età e della forza e a comprarli sono anche indonesiani e Singaporeani.

Per questo l’industria della pesca è uno dei grandi problemi per gli USA preoccupata per la storia di violazioni di traffico umano. L’otto percento dei frutti di mare thailandesi va sul mercato americano, il secondo mercato dopo il Giappone. Il governo thai ha detto di essere seriamente coinvolto nell’affrontare il problema del traffico sebbene nessun governo abbia mai riconosciuto pubblicamente l’esistenza del problema nell’industria della pesca.

Sabur, sua moglie Monzurah e altri pensarono che forse la schiavitù era la loro destinazione. I trafficanti li tennero cinque settimane sull’isola, avvisandoli che sarebbero finiti sulle navi dapesca, o nelle piantagioni o ad allevare maiali se non arrivavano subito i soldi. “Non riuscivamo a dormire la notte per la paura.” diceva la giovane Monzurah.

Arif Ali, il patriarca di famiglia riuscì a fare 21 mila dollari per assicurarsi il rilascio dei 19 parenti compreso sua sorella Sabmeraz, Sabur e Monzurah. Furono portati a piedi attraverso la frontiera a maggio. Ma dieci della famiglia, tutti uomini, restarono in prigione sull’isola finché non si trovavano altri soldi. Mentre Ali era intervistato il suo telefono squillava sempre per una breve conversazione accalorata. “Chiamano sempre. Dicono che se chiamiamo la polizia li uccideranno tutti.”

Alcune donne senza soldi sono vendute come spose a 1400 euro l’una, a uomini Rohingya in Malesia, dice l’uomo thailandese. I rifugiati detenuti nelle prigioni thailandesi hanno di fronte il rischio delle violenze. In un centro di detenzione a Phang Nga, visitato da un giornalista della Reuters di recente, 269 Rohingya vivevano in celle piccole che puzzavano di urina e sudore ed erano lì da sei mesi. Alcuni avevano i muscoli atrofizzati ed usavano stampelle. “Chiediamo sempre quando potremo lasciare la prigione ma non abbiamo idea se accadrà mai” dice un ragazzo di 14 anni, Faizal Haq.

Ce ne sono 2000 nei 24 centri di immigrazione per la Thailandia dei quali, come dice un ufficiale dell’Immigrazione “non sappiamo cosa fare con loro, ad essere onesto.” La Birmania ha rifiutato la richiesta di rimpatrio. Tanti sono scappati dai centri di detenzione. L’uomo thailandese diceva che alcuni ufficiali libereranno i Rohingya ad un prezzo. Il ministero degli esteri ha negato che la polizia dell’Immigrazione prenda soldi dai trafficanti.

Quando Rahim, Abdul Hamid e gli altri giunsero in Thailandia i trafficanti li incontrarono a Satun, sul confine con la Malesia. Furono portati con pickup in un’azienda agricola dove videro i trafficanti contrattare con la polizia e gli ufficiali dell’Immigrazione. I trafficanti dissero loro di contattare i parenti in Malesia che avrebbero pagato circa 1500 euro.

“Se scappate, la polizia vi riporteranno qui da noi. Li paghiamo per questo.” disse un traffiante anziano, nel racconto dei due uomini.

Dopo 22 giorni nell’azienda agricola, Rahim e Hamid scapparono,Era quasi mezzanotte quando attraversarono un campo, tagliarono il filo spinato e sparirono nella giungla. Girovagarono per una giornata, affamati e persi, prima di incontrare un uomo birmano che li mise a lavorare in un’azienda agricola di frutta a Padang besar vicino la frontiera .lavorano ancora lì sperando di fare soldi e lasciare la Thailandia.

Se i trafficanti hanno i soldi, li portano di solito attraverso la frontiera in pickups, 16 la volta, con posto sufficiente per respirare. Sono nascosti sotto contenitori di pesce ed altri alimenti, ed inviati attraverso i posti di blocco della polizia, vicini alla frontiera, a 32 dollari l’uno. Poi il passaggio della frontiera è fatto a piedi.

Abdul Rahim che perse la moglie e la piccola, fissò un pagamento veloce con dei parenti a Kuala Lumpur. Fu posto subito su una barca verso la famiglia con la figlia e la cognata Ruksana. Furono lasciati in un luogo remoto nell’isola di Penang.

Per Abdul Rahim e tanti Rohingya la Malesia era la terra promessa, ma per la maggior parte una promessa che velocemente scompare. Bene che vada possono essere registrati come profughi secondo la UNHCR e ricevono una carta che dà loro la minima protezione legale e la possibilità di un lavoro brutto nelle costruzioni. Mentre la Malesia è stata incensata per accettare i Rohingya non ha mai firmato la convenzione dell’ONU dei rifugiati che li obbliga a dare loro maggiori diritti.

Chi viene preso dalla polizia malese ha di fronte mesi e mesi nei campi di detenzione affollati dove il cibo è poco e le violenze molte. Il governo malese ha rifiutato di commentare. Sono registrati con UNHCR 28 mila Rohingya come ricercanti asilo su oltre 95 mila rifugiati birmani in Malesia, molti dei quali sono lì da anni. Circa 49 mila ricercanti asilo non registrati possono attendere mesi o anni per una carta dell’UNHCR che dà un trattamento scontato pressi gli ospedali pubblici e che è riconosciuto da datori di lavoro e aiuta a proteggere contro i rimpatri forzati.

La vasta maggioranza come Sabur, Abdul Rahim e le loro famiglie non ottengono queste protezioni minime. Molti evadono e vivono nella paura dell’arresto. Sabur ha trovato da poco un lavoro precario in una fonderia nella periferia di Kuala Lumpur per dieci dollari al giorno. Ci vorranno anni per ripagare il denaro del suo rilascio.

La famiglia di Abdul Rahim vive ora in una piccola stanza senza luce. La sorella della moglie Ruksana ha tossito sangue durante l’intervista ma non ha cercato l’aiuto di un medico perché non ha documenti.

Abdul Rahim poi ha sposato Ruksana. Lavorava occasionalmente attraverso amici ma faceva fatica a trovare i soldi per pagarsi la stanza sciatta. Nonostante tutto quello che ha passato, la morte della prima moglie e della figlia, crede ancora di aver fatto la scelta giusta a scappare dalla Birmania.

“Non rimpiango di essere venuto, ma quello che è successo. Penso a loro tutto il giorno.”

Jason Szep and Stuart Grudgings, Reuters

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