BIRMANIA: L’Occidente, le Sanzioni e Suu Kyi

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In un articolo apparso su TIME, Andrew Marshall, giornalista ed editore della Agenzia Reuters per l’Asia, pone alcune riflessioni sulle sanzioni contro la giunta birmana, sul modo di percepire l’icona birmana della democrazia, Aung San Suu Kyi, su quello che in queste date condizioni è possibile fare per aiutare il popolo birmano a sconfiggere la Giunta e migliorare le proprie condizioni di vita.

Sono le politiche occidentali destinate a fallire in Birmania? Ed è, in parte, colpa della nostra venerazione per l’icona della democrazia birmana Aung San Suu Kyi? Queste domande mi colpirono durante una mostra a Bangkok della fotografa canadese Anne Bayin. Amnestry International ha definito questa mostra “una potente illustrazione della condizione di Suu Kyi”, ma a me ha fatto rabbrividire.

Per alcune foto, Bayin chiese a personaggi famosi come Desmond Tutu e Vaclav Havel di esprimere la loro solidarietà mantenendo una maschera a metà di Suu Kyi sul loro viso. Altre foto mostrano qualcuno che indossa una maschera a tutto viso della Suu Kyi in posti apparentemente casuali: ad una manifestazione in favore del Tibet a Toronto, o ad una nuotata nel Mediterraneo. Per Bayin l’obiettivo era “descrivere la libertà considerata spesso per scontata” (l’icona birmana fu rilasciata dal suo ultimo arresto lo scorso Novembre). Tuttavia le maschere suggeriscono che i nostri eroi sono in parte accecati dall’immagine di Suu Kyi, mentre le nostre proprie identità sono inglobate nella sua.

Bayin non è la sola a vedere la Birmania come “una storia di Davide e Golia, una donna contro un’armata e il suo regime brutale”. Nella nostra epoca ossessionata dalla celebrità, è forse inevitabile che una lotta per la democrazia di una nazione sia rivista come un reality show di una donna sola. Perché, allora, il nome della Suu Kyi appare solo sei volte nel recente rapporto, lungo 21 pagine, del altamente rispettato ICG, di stanza a Bruxelles? Il rapporto fa una affermazione apparentemente impossibile: che il nuovo bilancio di potere, creato attraverso le elezioni farsa, presenti all’occidente “una opportunità critica di incoraggiare i leader birmani lungo un percorso di maggiori aperture e riforme.”

Le elezioni, svolte una settimana prima del rilascio della Suu Kyi, sono state infestate tanto che la giunta ha stravinto. Sembravano fatte su misura per perpetuare il governo dei militari: un quarto dei seggi nel parlamento erano già stati riservati per i nominati dei militari. Ma la funzione primaria dell’elezione, sostiene ICG, è di facilitare “La strategia di uscita di Than Shwe”.

Col pensionamento che si profila, il settantottenne generale, capo assoluto della Birmania sin dal 1992, vuole impedire la nascita di un altro dittatore che possa minacciare lui e gli interessi familiari.

Secondo ICG, Questa è la ragione per cui il potere nella Birmania post elettorale è ora deliberatamente diffuso tra quattro centri: i militari, la presidenza, il parlamento e il partito. Tutti sono ancora dominati dai militari, naturalmente, ma i loro capi “non hanno la stessa paura di Than Shwe né potranno gestire il potere in modo così capriccioso” ragiona ICG.

“E’ molto probabile che riceveranno le cattive notizie ..e saranno più in contatto con la realtà nazionale, il che potrebbe portare ad una politica più razionale.” Una riforma maggiore potrebbe ben seguire.

Tuttavia la realpolitik non si intona con il romanzo. Concentrarsi soltanto sulla Lady aiuta a sostenere due miti. Il primo è quello di un moto popolare che abbatta il regime. Non sarà così: l’ultima rivolta, la rivoluzione arancione del 2007 condotta dai monaci buddisti, fu repressa in tutta efficienza. Il secondo mito è che il regime possa essere sottomesso attraverso le sanzioni. Nel 2009 il segretario di stato Clinton ammise che “l’imposizione di sanzioni non ha influenzato la giunta”. Tuttavia le nazioni occidentali impongono ancora divieti totali di investimento e commercio in Birmania.

Mentre la miseria economica della Birmania è dovuta alla corruzione, alla negazione e alla cattiva gestione della giunta, il gruppo ICG dice “che le politiche fallimentari delle sanzioni e dell’isolamento” hanno ulteriormente impoverito i birmani comuni.

Le compagnie petrolifere occidentali e i vicini giganti asiatici, come India e Cina, fanno abbastanza affari da rendere inefficaci le sanzioni. Ma l’Europa e gli Stati Uniti, che recentemente hanno riaffermato la loro volontà di imporre le sanzioni, prendono esempio ancora da Suu Kyi. Lei crede che le sanzioni abbiano avuto un piccolo impatto sui birmani ordinari e dovrebbero essere tolte solo se migliorasse la situazione dei diritti umani. Spero che abbia ragione, dal momento che in questo caso lei ha di fatto un potere di veto sulle politiche estere occidentali.

Il mondo ha per tanto tempo chiesto il rilascio della Suu Kyi. Lei è libera almeno. Ora cosa? Bene, dobbiamo continuare a chiedere al governo birmano il rilascio di tutti i prigionieri politici, di porre fine alla persecuzione violenta delle minoranze etniche e garantire la libertà e salvaguardia di Suu Kyi e degli altri democratici.

Ma dobbiamo anche fare pressione sui nostri governi. Potrebbero iniziare a smantellare le ostruzioni di legge che ostacolano l’aiuto umanitario alla Birmania, oppure spiegare perché la Birmania riceve meno aiuto, sei dollari a testa, di quanto il comunista Laos riceve, sessantadue.

Il 12 di aprile l’Europa ha allentato le restrizioni di viaggio a 22 massimi ufficiali birmani, tra i quali il Ministro degli Esteri, mentre gli Stati Uniti nominano un nuovo inviato speciale per la Birmania. Questi tentativi nuovi di ingaggiare un regime isolato sono necessari e tempestivi, benché non sia chiaro come o se il regime risponderà. Ancora, se ci sono possibilità di plasmare il panorama del dopo elezioni e migliorare la vita della sua gente, almeno consideriamoli. E’ tempo di buttare giù la maschera e affrontare con serietà il problema.

BIRMANIA: Ancora sulle sanzioni economiche

Nelle ultime settimane si è intensificato molto il dibattito sulle sanzioni contro la Giunta Birmana, da quando la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), col suo comunicato, ha ribadito che le misure prese dall’Australia, dal Canada, dalla Comunità Europea e dagli USA devono restare fino a quando il governo birmano non adotti delle proprie riforme politiche ed economiche.

Dall’altro lato, ben conosciuti gruppi di esperti quali la Chatham House, che annovera tra i propri sostenitori compagnie petrolifere come Total e Chevron, e International Crisis Group sono intervenuti sostenendo che le sanzioni devono esser rimosse poiché non sono riuscite ad allentare la morsa al potere della giunta birmana ed hanno aggravato la povertà vissuta dalla maggioranza della popolazione.

In modo analogo l’ASEAN ha richiesto la fine delle sanzioni occidentali su uno dei suoi stati membri mentre anche il presidente di Timor Est, Jose Ramos Horta, si è espresso contro tali misure.

Comunque sono stati posti dei dubbi su questa richiesta di lasciar cadere le sanzioni, senza che siano state fatte reali riforme o misure che aiutino a favorire la fiducia. L’assistente del Segretario di Stato americano, Kurt Campbell, subito dopo l’appello con cui l’ASEAN dichiarava che le sanzioni non erano più utili, ha detto che, al momento, una rimozione o un allentamento delle sanzioni sarebbero prematuri.

Dopo una rivisitazione lunga delle politica delle sanzioni, nel 2009, gli USA affermarono che avrebbero risposto positivamente a misure di riforma fatte dal governo birmano e che avrebbero preso in considerazione un allentamento o, persino, la fine delle sanzioni, se la giunta avesse iniziato una riconciliazione nazionale con l’opposizione e i gruppi etnici, se avesse rilasciato Aung San Suu Kyi e gli altri prigionieri politici, tenendo anche delle elezioni libere ed eque.

Da allora, comunque, i rappresentanti americani si sono detti preoccupati dalle notizie secondo cui i militari birmani stiano collaborando con la Corea del Nord nel campo degli armamenti convenzionali e forse nucleare, notizia che, se fosse vera, porterebbe ad un’intensificazione delle sanzioni sul governo birmano, piuttosto che ad un allentamento o sblocco delle sanzioni.

Parlando ad una conferenza stampa a Bangkok sulle conseguenze e l’impatto delle elezioni del novembre 2010, Lahpai Nawdin, editore del Kachin News Group, ha detto che il governo in Birmania è “il vino vecchio posto in nuove otre” negando che le sanzioni siano la causa dei problemi economici della Birmania.

“La principale ragione della povertà della gente, della loro emigrazione in Thailandia, dell’assenza di ogni sviluppo economico è la politica governativa, perché gli investimenti sono solo per il regime e per i suoi amici”

Nella loro dichiarazione la NLD si chiedevano colloqui con gli USA, l’Europa, il Canada e Australia per discutere sul “quando, come e in quali circostanze si potrebbero modificare le sanzioni nell’interesse della democrazia, dei diritti umani e di un ambiente economico salutare”.

La pubblicazione de NLD, negata da alcune delle organizzazioni politiche che chiedono la fine delle sanzioni, guardava ad aree come l’investimento estero diretto, le politiche di aiuto e le relazioni commerciali, concludendo che, più che delle sanzioni, hanno contribuito alla mancanza di opportunità economiche della popolazione birmana proprio le politiche del governo.

Quattro giorni prima dell’apertura del nuovo parlamento, il 27 gennaio, la giunta faceva conoscere i dettagli della nuova finanziaria del 2011 sulla gazzetta ufficiale birmana, con cui si allocava un quarto della spesa alle forze armate, dando soltanto 1,3% alla sanità e 4,3% alla scuola.

Non è chiaro il meccanismo con cui le sanzioni abbiano portato i governanti birmani a concepire questa spesa così sbilanciata di entrate crescenti di gas e petrolio che, negli anni futuri, sono destinati a crescere man mano che i giacimenti marini di gas a Shwe andranno in produzione.

Secondo quanto pubblicato dal sito Shwe Gas Movement, “il regime militare birmano ha la possibilità di guadagnare 24 miliardi di dollari per un contratto di 20 anni oppure 1,2 miliardi all’anno per i giacimenti di Shwe.

Al momento molto delle entrate giungono dal progetto Yadana, gestito da un consorzio che include la TOTAL francese, la Chevron americana e la thailandese PTTEP. Secondo EARTHRIGHTS INTERNATIONAL (ERI) i governanti birmani hanno intascato più di 5 miliardi dei 9 che quel progetto ha generato da quando è entrato in produzione nel 2000, la maggioranza dei quali fatto scappare nelle banche di Singapore.

Nella richiesta di discussione sui criteri per la soppressione delle sanzioni, il gruppo NLD ha citato il rilascio dei prigionieri politici come una precondizione per un cambiamento delle politiche occidentali verso la Birmania. Quel possibile elemento di giudizio è stato posto nel nuovo parlamento che si è riunito il 31 di gennaio.

Il partito NDF, formato da già membri del NLD che non accettarono la politica di boicottaggio delle elezioni, ha cercato di introdurre una mozione che offriva l’amnistia ai dissidenti e agli esuli birmani alla ricerca del rilascio di più di 2200 prigionieri politici. Secondo Khin Maung Swe de NDF “Abbiamo sottoposto una proposta secondo la costituzione del 2008 e non sappiamo se il nuovo parlamento rigetterà la nostra proposta.”

L’editore di Shan Herald Agency for News, Khunsai Jaiyen, legato ad un’altra etnia birmana, ha detto che se la giunta accettasse che questa proposta passasse nel Parlamento, e se ci fosse l’amnistia col rilascio dei prigionieri, allora questo permetterebbe un allentamento delle sanzioni. In ogni caso, la posizione ufficiale del governo è che non ci sono prigionieri politici in Birmania, dal momento che quelli arrestati per attività politiche sono di solito colpiti con accuse penali inventate.

Per sostenere la posizione anti sanzioni, i critici hanno denunciato il basso livello relativo dell’aiuto umanitario e allo sviluppo speso in Birmania, anche se questo non è in diretta connessione con le sanzioni. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo Sviluppo la Birmania riceve una frazione dell’aiuto pro capita rispetto a quello destinato alle nazioni vicine, con una media di 6 dollari a testa, un decimo di quello speso per il Laos e la Cambogia.

Questa disparità ha portato qualche nazione a riaggiustare i livelli di aiuto per la Birmania. Lo scorso anno, mentre la Australia confermava che le esistenti sanzioni bilaterali sarebbero rimaste a loro posto, ha annunciato piani per mettere in atto “interazioni mirate con molta cura in aree di grande bisogno come salute, educazione e agricoltura” in accordo con le ONG, le agenzie dell’ONU e altri in un aumento progettato del 40% nell’assistenza bilaterale alla Birmania.

Nel frattempo l’incaricato d”affari americano Larry Dinger, il diplomatico americano più elevato in Birmania, ha iniziato dei colloqui con Aung San Suu Kyi per far crescere gli aiuti alla nazione dove il governo con molti sforzi ostacolato il lavoro delle agenzie ONU e ONG ritardando nel rilascio dei visti e negando l’accesso alle aree a minoranza etnica.

L’aiuto destinato dal Regno Unito è destinato a crescere di moto con progetti per il raddoppio delle cifre di assistenza umanitaria che la nazione dà alla Birmania nei prossimi quattro anni fino a 290 miliardi di dollari, facendo del vecchio colonizzatore il più grande donatore anche mentre Londra sostiene che la Comunità Europea debba mantenere le sue sanzioni nel prossimo incontro di rivisitazione annuale della Posizione Comune.

Secondo Paul Whittingham, capo dell’ufficio in Birmania del Dipartimento per lo sviluppo internazionale del Regno Unito, “Questo incremento non è assolutamente in relazione alle elezioni tenute di recente. Non è affatto un segnale di qualunque tipo di un approccio cambiato sul nostro modo di affrontare il regime qui.

La posizione del regno Unito sulle elezioni è sempre stata chiara, cioè che non erano libere, eque ed inclusive e non rappresentano un progresso … Vogliamo vedere una Birmania pacifica, democratica e ricca dove si rispettano in pieno i diritti umani” ha detto all’agenzia di notizie Mizzima localizzata a New Dehli.

Ad Aprile gli stati membri della Comunità Europea riesamineranno la Posizione Comune sulla Birmania e analizzeranno i progressi fatti in base alle valutazioni dello scorso anno, quando il Consiglio Europeo, dove si incontrano ministri e capi del governo, disse che “si sottolinea la prontezza a rivedere, cambiare o rinforzare le misure che sono state già adottate alla luce degli sviluppi sul terreno”

In una dichiarazione resa dopo le elezioni di Novembre, la rappresentante dei ministri degli esteri della Comunità Europea disse che “La Comunità Europea lamenta perciò che le autorità non abbiano fatto i necessari passi per assicurare un processo elettorale libero, giusto ed inclusivo” suggerendo che della prospettiva della Commissione Europea almeno un rilassamento delle sanzioni sarebbero premature.

By SIMON ROUGHNEEN su Irrawaddy.org

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