BIRMANIA: Primi indizi di un futuro genocidio, di una futura pulizia etnica?

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genocidio RohingyaLa maggioranza dei birmani non vuole ammettere che la Birmania mostra in questo momento i primi segni di avviso di un genocidio, “pulizia etnica” o di “crimini contro l’umanità”. Anche attivisti dei diritti sono tra loro. Aung Myo Min, direttore dell’Istituto di educazione dei diritti umani (HREIB) ha definito l’uso della frase “pulizia etnica”, usata dal Human Rights Watch nel suo rapporto scorso sulla violenza dello stato dell’Arakan, come “inaccettabile”.

Nel rigettare l’uso del termine “pulizia etnica” per descrivere gli attacchi contro i Rohingya Musulmani in quel luogo, queste persone sono diventate complici, attivi o passivi, dei crimini. I criminali godono dei rifugi continuando a perseguire una situazione dove omicidi di massa intensi sono possibili. Corrono il rischio di restare silenziosi mentre tutti i segni di ammonimento sono lì.

I birmani tendono a confondere “pulizia etnica” con genocidio secondo due assunzioni: che lo scoppio di violenza sia improvviso e che siano uccise in migliaia di persone. Questa è una concessione sbagliata che porta molti ad assumere che il genocidio non ha avuto luogo nel loro paese. Le campagne di più lungo termine che gettano le fondamenta delle stragi di massa non sembra interessare. Per loro il fatto di parlarne chiaramente di ciò che potrebbe accadere è un incitamento inaccettabile.

Ma le definizione riconosciute a livello internazionale sono più vaste. La convezione del 1948 sul genocidio definisce il genocidio come costituito da atti commessi con l’intento di distruggere un gruppo etnico, razziale o religioso. Nella definizione è inclusa la ferita fisica e psichica, come la prevenzione delle nascite e il trasferimento dei bambini per distruggere l’esistenza di un gruppo.

Persino il rapporto del 29 aprile della Commissione di Inchiesta sul conflitto dell’Arakan, di cui il governo era lo sponsor,secondo la sua definizione può essere considerato come parte di una forma di genocidio. Una delle tante raccomandazioni potenzialmente distruttive del rapporto è la promozione del controllo delle nascite tra le donne Rohingya. Che sia intenzionale o no, questa politica favorisce il genocidio. Nelle città e paesi che sono lontane dalla violenza, gli omicidi non si vedono, non si sentono. Questo è quello che accadde nel 1994 in Ruanda quando, nello spazio di 100 giorni, almeno 800 mila ruandesi furono uccisi per lo più della minoranza Tutsi. Quel genocidio non fu uno scoppio improvviso. Le condizioni per omicidi di vasta scala furono sviluppate negli anni, particolarmente negli ultimi 40 mesi prima dell’aprile del 1994.

Peter Uvin, un ex ufficiale dell’ONU spiega questi eventi. Quello che sciocca non sono solo gli eventi ma aver negato i segni del genocidio. Essi erano chiari, ma la gente li ha semplicemente ignorati. Quei segni sono ora visibili in Birmania. Il che non significa che la Birmania è destinata inevitabilmente a diventare la prossima Ruanda, quanto che i segni premonitori del Ruanda del pre-aprile 1994 possono esser trovati nella Birmania di oggi.

La comunità internazionale faceva le sue congratulazioni col governo della maggioranza etnica Hutu per aver migliorato la capacità dello stato garantendo loro gli aiuti. Per cosa erano stati premiati? Riforme economiche. Milioni di milioni di dollari di aiuto allo sviluppo erano stati incanalati nel paese il cui controllo era solo nelle mani del governo. Oltre 80% dell’aiuto andò al settore governativo ed il resto aveva bisogno dell’approvazione governativa. Nonostante le continue violenze gli USA neanche provarono a ridurre l’aiuto militare.

Il recente rapporto internazionale con la Birmania, l’entrata di denaro di aiuto, il premio a Thein Sein da parte dell’International Crisis Group e il piano americano di contatto con i militari sono l’equivalente birmano del Ruanda. In quel paese gli USA, l’Europa, la Banca Mondiale, i donatori bilaterali e le organizzazioni internazionali smisero di lavorare con le comunità locali cercando il contatto diretto col governo. Il governo discusse apertamente del genocidio nelle sue riunioni, ma i donatori internazionali continuarono ad aiutare fino alla fine immettendo dentro altro denaro.

Il governo comprò armi dall’estero arrivando a comprare 581 mila machete dalla Cina. Secondo la giornalista inglese Linda Melvern, nel 1990 fu firmato un accordo di aiuto militare con l’Egitto di 26 milioni di dollari. Per le radio erano diffusi apertamente messaggi di odio. Erano migliaia i Tutsi che erano già stati massacrati, e la comunità internazionale non solo mancò di agire, ma addirittura continuò a presentare un’immagine positiva delle iniziative di riforma del governo.

Sebbene non era certo quanti sapessero nella comunità internazionale cosa stesse accadendo in Ruanda, ci furono due rapporti pubblicati nel 1993, uno a cusa di due ONG ed uno dell’inviato speciale dell’ONU. Descrivevano in dettaglio le distribuzioni massicce di armi, l’estrema retorica contro i Tutsi e gi omicidi sostenuti dal governo che miravano soprattutto ai Tutsi. Ma nessuno reagì.

Per la Birmania, il rapporto recente di HRW e le affermazioni degli inviati speciali dell’ONU, Quintana e Nambiar, fanno un rapporto dettagliato degli omicidi di massa, della violenza sistematica e diffusa contro l’etnia Rohingya. Quintana affermò, nel caso della violenza contro i musulmani nella Birmania centrale, che aveva avuto prove del coinvolgimento dello stato, mentre Nabiar affermava che la violenza era fatta con “brutale efficienza”.

Nel caso del Ruanda un fatto ancora più inquietante fu che il segretariato dell’ONU era stato informato ben da parte del generale Dallaire, capo della missione di pace dell’ONU, sul possibile genocidio, ma l’informazione fu ignorata. Un rapporto di HRW ha indicato che la CIA prevedette nel gennaio 1994 che sarebbero morti mezzo milione di persone. A Febbraio il Belgio predisse omicidi di massa. La Francia anche conosceva abbastanza, ma fino alla fine di aprile del 1994 non fecero nulla.

I lavoratori del settore aiuto allo sviluppo in Ruanda erano a conoscenza delle violenze e degli omicidi ma tacerono per ragioni personali e di organizzazione. Si mantennero silenziosi mentre non si attendevano che la violenza si sarebbe fatta così massiccia. Non volevano ammettere proprio come in Birmania oggi.

Il genocidio non potrebbe accadere senza trasformare una gran parte della popolazione in assassini e delinquenti. Come dice Alison Desforges in un rapporto di HRW sul Ruanda, il genocidio è una campagna per cui si reclutano nel tempo i potenziali assassini. Ma la gente non è diventata semplicemente assassina. Sono stati trasformati in assassini di massa dalla propaganda che ha drogato le loro menti con disinformazione e menzogne. E’ utile porre attenzione a punti chiavi del rapporto di Alison Desforges, ai possibili segni simili che si possono vedere in Birmania:

In Ruanda il giornale Kangura, svegliatevi, era il più attivo nell’essere la voce dell’odio. Ad esso subito si unirono altri giornali e pubblicazioni con legami a politici e uomini di affari legati al regime. Furono messe stazioni radio che alimentarono il razzismo e davano cattiva disinformazione tanto che la gente era sempre più delusa e assetata di sangue.

In Birmania i media locali agitano il risentimento dei Rohingya e dei birmani musulmani

Dal momento che i messaggi di odio chiedono una convalida, i propagandisti fanno riferimento al lavoro di “intellettuali” o “professori”. In Ruanda due professori giocarono un ruolo chiave, Nahimana e Leon Mugesera. Entrambi hanno studiato nell’occidente ed hanno insegnato nelle università ruandesi prima di diventare degli agitatori. Gli equivalenti birmani di questi “intellettuali” abbondano

In Ruanda i Tutsi erano descritti come stranieri che rubavano la terra dai legittimi possessori gli Hutu. Gli agitatatori Hutu accusavano “l’unità dei tutsi” quello che rese facile la passata conquista e fu di aiuto nella loro ricerca del dominio.

In Birmania i Rohingya ed ora i musulmani sono largamente descritti come stranieri, accusati di prendere la loro terra, la razza e la religione buddista. Equivalente alla Unità dei Tutsi era il numero “786” usati dai musulmani. Secondo i predicatori antimusulmani 786 sta ad indicare la conquista della Birmania da parte deiu Musulmani ed il mondo nel 21 secolo. Secondo i musulmani è una frase coranica: “Nel nome di Dio, il più grazioso, il più compassionevole”.

I Tutsi furono etichettati come “scarafaggi”, mentre in Birmania i seguaci di questi propagandisti hanno definito i Rohingya “virus” e “cani”.

Come il caso del Ruanda mostra, il governo guidato dagli Hutu fu scaltro e spietato. I propagandisti drogavano la gente di disinformazione solo per trasformarli in assassini meccanici. Tanti erano uccisi ogni giorno ma la comunità internazionale finiva per sostenere il regime nel nome delle riforme economiche. Anche se i governi occidentali sembravano conoscere gli avvenimenti non riuscirono a fare nulla finché non fu troppo tardi. Gli occidentali che risiedevano in Ruanda non si attendevano un massacro in larga scala ma accadde.

In Birmania la maggioranza della gente rigetta il termine genocidio per proteggere l’innocenza della nazione che amano così tanto. E’ difficile immaginare che la loro negazione sostiene la strage di massa. Ma negare i primi segni non serve davvero al loro scopo, ma blocca i tentativi per prendere le misure preventive affinché non venga fatta l’inimmaginabile crudeltà.

Differentemente dal Ruanda la Birmania ha ricevuto gli avvertimenti e, per avvantaggiarsene, si devono prendere misure preventive. Se mai dovesse accadere un tale crudele massacro di uomini, tutti quelli che hanno bloccato le indagini e le misure preventive condividono la responsabilità. Dopo tutto è la maggioranza birmana che ha il potere di forgiare il destino del paese.

Sai Latt Irrawaddy.org

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