Brutto paradosso della strage a Lam Phraya del conflitto meridionale thai

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La strage di 15 volontari della difesa a Lam Phraya da parte dei ribelli separatisti nella Thailandia più meridionale segna uno degli assalti più mortali inflitti al governo in un decennio e mezzo di insorgenza.

pattani
Photo: AFP/Madaree Tohlala

Ma questa sconfitta nella provincia di Yala sottolinea anche un brutto paradosso che è ora centrale al conflitto: i drammi periodici che attanagliano l’attenzione nazionale per pochi giorni illuminano quanto le due parti siano bloccate in uno stillicidio che è notevolmente basso e potrebbe che può essere inflitto e sofferto in modo indefinito.

Infatti attacchi in grande stile occasionali servono a mascherare una nuova realtà sul terreno nelle province di frontiera: la lenta ma inconfondibile scomparsa di una insorgenza in cui la violenza è caduta fino a registrare minimi, mentre il comando dei ribelli si dibatte per mantenere una rilevanza politica ed una forza di negoziato in un panorama che cambia.

L’attacco di sera tardi del 5 novembre ha visto un numero tra i dieci e quindici separatisti attaccare un posto di blocco gestito da volontari della difesa a Lam Phraya ai confini della città di Yala.

L’uso di fucili d’assalto contro un gruppo di abitanti male addestrati armati di pistola, qualche fucile e solo un fucile automatico ha trasformato un attacco in un massacro. Oltre ai 15 uccisi, sono stati feriti altri cinque che si aggiungono tutti agli oltre 7000 morti da quando scoppiò nel 2004 l’insorgenza.

Condotto chiaramente sulla base di una attenta analisi sul campo, chi ha attaccato a Lam Phraya era sostenuto da gruppi che hanno gettato chiodi sulla strada e messo esplosivi lungo la strada per coprire la ritirata del gruppo principale che, viste le tracce di sangue lasciate, dovrebbe aver avuto qualche ferito.

L’assalto di Yala a Lam Phraya è stato il più sanguinoso ma non il solo shock che i ribelli malay musulmani hanno inflitto alle forze di sicurezza thai di recente.

Nel mezzo di un sussulto di violenza di fine ottobre, i ribelli lanciarono un attacco con autobombe all’esterno di un blocco di appartamenti della polizia nella provincia di Pattani. Poiché fu condotto alle 10,30 di sera il grande botto non voleva causare grandi perdita di vite umane, e non ce ne furono, ma servì a far ricordare che i ribelli possono ancora colpire.

Il 2 agosto un’operazione separatista molto più complessa a Bangkok vide un’ondata coordinata di attacchi con esplosivi e bombe incendiarie diffusi in tutta la metropoli. L’attacco maggiore e più ambizioso mai fatto dai separatisti malay nella capitale non voleva causare seri danni e solo quattro persone furono ferite nei piccoli scoppi.

Pensati per coincidere strategicamente con il Summit ASEAN a cui partecipavano ministri degli esteri di tutto il mondo, gli attacchi volevano imbarazzare il governo del golpista diventato politico generale Chanochoa e ci sono riusciti benissimo.

Il salto della violenza ha ovviamente acceso discussioni su chi ci fosse dietro ad essa. Ad un livello non sembrano esserci dubbi che i ribelli, raggruppati sotto il comando del BRN, fronte di liberazione nazionale, abbiano risposto agli abusi dei militari che continuano ad irritare l’animo dei malay musulmani del Meridione.

Un ultimo editoriale del Bangkok Post ha affermato di punto in bianco che la sicurezza se l’era svignata senza pagare dazio dal coinvolgimento presunto nella tortura, nelle scomparse forzate ed omicidi extragiudiziali di presunti insorti”

Sebbene i due casi possano non essere collegati direttamente, le bombe a Bangkok avvennero dopo una settimana che un presunto insorto Abdullah Isamuso era stato picchiato fino a cadere in coma in un interrogatorio in una base militare. Dopo la sua morte in ospedale alla fine di agosto, il funerale nella sua casa a Pattani attrasse migliaia di persone da tutta la regione.

Secondo fonti vine al BRN, cresceva da oltre un anno la rabbia per la pressione malese sui capi degli insorti in Malesia affinché entrassero nel processo di pace seguito dal governo malese ed è citato da alcuni osservatori come la spinta per questi attacchi.

I colloqui intermittenti in Malesia tra il gruppo del governo thai e i capi di fazioni di separatisti non attivi militarmente sono stati respinti dal comando segreto del BRN.

Ben oltre questi fattori sono stati esaminati meno un altro impeto complessivo dietro operazioni di alto profilo come quella di Lam Phraya: il bisogno del BRN di affermare periodicamente la sua presenza in un mondo che minaccia di superarlo.

Gli attacchi recenti giungono sullo sfondo di atti di violenza che diminuiscono almeno dal 2014, ma che nel 2019 ha raggiunto il punto che i pianificatori dei militari thai sperano sia vicino ad un punto di svolta da cui gli insorti non potranno tornare indietro.

Per la maggioranza dei mesi di quest’anno si contano con due cifre i giorni passati senza violenza nell’area di Yala, Pattani, Narathiwat e le quattro zone di Songkla.

Quindici giorni a settembre e 17 giorni ad ottobre sono stati privi di violenza in un luogo dove la violenza significa l’omicidio singolo di un civile o di un membro della sicurezza fuori servizio e quasi mai attacchi in grande stile come quello del 5 novembre.

Infatti ottobre ha segnato il primo mese dal 2004 in cui un’intera settimana è passata senza un solo incidente violento nell’intera regione.

Gli attacchi con oggetti esplodenti improvvisati, che tra il 2011 ed il 2016 accadevano 20 volte al mese, sono caduti nel 2017 e 2018 a dieci al mese. Quest’anno sono scesi ancora a sei, compreso gli incidenti in cui sono stati disinnescati o non hanno detonato.

Il tutto ha comportato una conta dei morti mensile che tra gennaio ed ottobre si è portata in media a 14 morti e 19 feriti in media in tutti i tipi di violenza che nel meridione includono una porzione rilevante di dispute criminale per la droga e personali.

Nei primi cinque anni della decade attuale la conta mensile era di 50 morti al mese e altro centinaio di feriti.

La caduta nel numero di attacchi e di morti indica sua volta una emorragia di manodopera esperta e impegnata nelle file degli insorti. Fino ad un certo punto, le perdite si originano dall’impatto cumulativo di anni di controinsorgenza legata al miglioramento costante dell’intelligence umana e tecnica che ha portato a incursione ed arresti più regolari.

Altrettanto importante è stato l’impressionante fallimento del comando anziano del BRN di tenere il passo dei cambiamenti nella regione e nel mondo.

Il comando del gruppo insieme ossessivamente segreto e chiuso non ha un braccio nei media degno del nome in una età ossessionata dai media. Non è riuscito a svilupare una strategia politica o di negoziato per capitalizzare sulle provate capacità di violenza e di infelicità diffusa tra i musulmani malay verso lo stato thai buddista.

Prove aneddotiche sostenute da statistiche dicono che molti operativi si sono allontanati da quello che è sempre stata un’insorgenza sempre più a tempo. Il fascino del BRN oggi offre ai nuovi poco oltre le vaghe promesse di libertà, o merdeka, in un futuro lontano e nell’immediato opportunità per vendette violente.

A livello locale la riduzione della manovalanza degli insorti ha chiaramente avuto conseguenze sulle unità clandestine di base del villaggio, conosciute un tempo come RKK, piccoli gruppi di pattuglia) che aveano il compito di compiere omicidi mirati di malay collaboratori e di buddisti oltre ad attacchi con esplosivi improvvisati.

A livello di distretto e di provincia, c’è stato una caduta molto più chiara nel numero di gruppi di insorti militarmente bravi. Nel picco del conflitto tra il 2009 ed il 2013, l’avanguardia della forza degli insorti, conosciuti come commandos o tigri malay, consisteva di combattenti addestrati capaci di condurre imboscate complesse contro le pattuglie militari, attacchi con autobombe sofisticate e persino attacchi a basi militari.

Un tentativo disastroso di attaccare una base dei Marines a Narathiwat nell’ottobre 2013 diede un colpo enorme alle speranze del BRN di creare forze semiregolari. Avvisati di un imminente attacco notturno le truppe uccisero 16 insorti nel più sanguinoso scontro militare del conflitto.

Da allora sono cessati gli assalti alle base militari e con la contrazione della manovalanza e l’atrofia delle capacità, le imboscate pianificate ed efficaci, distinte dagli attacchi con piccoli esplosivi, sono diventate sempre più rare.

Se i militari hanno basi per sperare che il lento inesorabile declino della violenza possa rendere irrilevanti dei seri negoziati bilaterali, BRN ha un incentivo corrispondente potente a ricordare ai propri nemici che mantiene un sua capacità militare, anche quando non riesce a dirigere quelle capacità verso dei chiari obiettivi politici.

Questo rammentare è diventato ironicamente più facile mentre i militari spostano i propri sforzi per la sicurezza nella regione alle vulnerabili forze paramilitari locali. Poiché la maggioranza dei battaglioni regolari dell’esercito si sono ritirati da un conflitto meno aspro, e operazioni offensive della sicurezza sono tipicamente state assunte dalle unità speciali della polizia e specie dai Rangers paramilitari.

I reggimenti dei Ranger che sul piano logistico costano molto meno sul terreno dei battaglioni regolari sono costituiti di unità di volontari armati leggeri, addestrati, equipaggiati e guidati da militari e in genere ben pagati.

Le missioni di seconda linea, come le pattuglie di routine e i compiti di protezione civile una volta affidati ai Rangers, sono stati trasferiti ai Volontari della difesa territoriale.

Logistically far cheaper to maintain in the field than regular battalions, Ranger regiments are made up of lightly-armed volunteer units, trained, equipped and officered by the military and generally well-paid.

Second-line missions such as routine patrols and civilian protection duties once entrusted to Rangers have today been turned over to Territorial Defense Volunteers (TDVs).

I volontari a tempo pieno del TVD equipaggiati con arme automatiche sono addestrati e pagati dal ministero degli interni per operare a sostegno delle amministrazioni distrettuali. Sono in genere musulmani del posto con la capacità di avere occhi ed orecchie a livello di villaggio ma anche una grande vulnerabilità quando sono fuori servizio.

Al fondo della scala ma sempre più spinti in avanti per garantire la sicurezza a livello di subdistretto e di villaggio ci sono i VDV, volontari della difesa del villaggio, quelli massacrati il 5 novembre. Sono abitanti dei villaggi poco addestrati e armi essenziali, induriti dai meglio armati TVD.

Al di là di qualche settimana di accresciuta vigilanza e forse migliore addestramento dei volontari, questo versamento di sangue non vedrà cambiamenti sostanziali nell’approccio complessivo dei militari a spostare sui volontari civili la sicurezza.

Al fondo c’è poco che indichi che gli insorti di oggi possano fare qualcosa di più di attacchi occasionali o singoli attacchi di alto profilo, o che i loro capi capiscano che qualunque capacità contrattuale ancora mantenuta funziona meglio se si sposa la loro capacità militare residua con degli obiettivi politici.

Alimentata da un secolo di disaffezione malay e da una cultura assurda dell’impunità dello stato che i capi della Thailandia rifiutano di affrontare, la pace reale nel meridione thailandese è senza dubbio lontana ancora di molti anni.

Nel frattempo lo stillicidio degli omicidi di vendetta e le piccole bombe rifletteranno il solito riflesso ben più della rivolta popolare.

Tony Davies, Asiatimes.com

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