Buddismo theravada Thailandese e il nazionalismo razzista

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Quando Papa Francesco evitò di affrontare in modo diretto il genocidio dei Rohingya nella sua recente visita in Birmania, le domande sul suo silenzio non colgono il centro del problema.

Invece di fare domande sul capo della comunità globale cattolica, dovremmo chiederci cosa è andato di traverso nel buddismo birmano e perché i gentili e devoti buddisti lì hanno abbracciato la violenza razzista invece degli insegnamenti dl Buddha di una compassione senza confini.

E non è una domanda solo per la Birmania. La Thailandia, paese a predominante buddismo Theravada, è nello stesso pantano razzista, anche se non così profondamente per ora.

Fino a molto recentemente, l’immagine globale della Birmania è quella di un paese devoto buddista in lotta contro un’atroce dittatura militare. Nonostante l’ostilità perpetrata dai testi di storia nazionalisti, i maestri della mobilitazione e le pratiche birmane sono diventate popolari in Thailandia. Quando quel paese si è infine aperto al mondo esterno, i viaggi ai templi birmani sono diventati estremamente popolari tra i thailandesi ed hanno promosso l’apprezzamento della cultura antica birmana, della grandezza e del fervore religioso.

Poi giunse la pulizia etnica dei Rohingya.

Una cosa è che i militari birmani difendano le loro atrocità nella condanna globale, ma è un’altra storia quando la popolazione buddista, tra i quali chi aveva lottato prima per la libertà, sostiene gli oppressori nel cancellare i Rohingya musulmani sul loro suolo.

E’ chiaro. É al lavoro un credo che è più potente e pericoloso del buddismo. Lo chiamano patriottismo, ma di fatti è nazionalismo razzista. La Birmania è estremamente sensibile sul termine Rohingya perché implica che i musulmani etnici nello stato Rakhine sono residenti da tanto tempo, persino nativi della regione da tanto tempo.

Il termine è vietato perché mina la legittimazione del paese a “proteggere la patria dagli invasori bengali dalla pelle oscura, terroristi separatisti” attraverso tutti i mezzi necessari in nome del patriottismo.

Chi sostiene il genocidio spesso sostiene che il termine è di nuovo conio, che i musulmani etnici erano stati portati dai britannici durante il periodo coloniale, che si predono le terre alla gente del posto con l’intento di prendere lo stato, se non il paese, facendo figli in modo indiscriminato ed armandosi.

I Rohingya hanno un’altra versione della storia che è considerata falsa dagli apologisti del genocidio. Il loro orrendo trattamento nei campi, le misure sistematiche volte a spogliarli della cittadinanza e dei diritti fondamentali, e le successive violenze, stupri ed incendi, quando non definite notizie false o pura esagerazione, sono viste come necessarie per cacciare gli esterni nel luogo dove appartengono. Dire crudeltà è sottovalutare.

Come può definirsi buddista chiunque sostenga queste atrocità? La successiva disumanizzazione dei Rohingya Musulmani, alimentata dalle campagne di odio dei monaci razzisti buddisti, dimostra il pericolo del patriottismo ancorato nella razza, nell’etnia e nei credi.

Fa impazzire e addolora vedere la folla normalmente gentile che visita i templi mettere da parte il Buddha e diventare sostenitori di milizie e militari assetati di sangue. La Birmania non è il solo paese colpevole di tale patriottismo razzista. A mantenerlo sotto un relativo controllo in altre parti è probabilmente la nozione di stato, chi è permesso farne parte e come. Ugualmente importante se non anche di più è il livello di rispetto per i diritti umani che è abbastanza determinato da quanto aperta ed uguale è quella società.

In Thailandia i musulmani malay del meridione sono trattati da tempo come “esterni”, grazie alla nozione costruita della Thailandesità che richiede di essere di etnia thai e buddista per essere “proprietario” del paese. Non interessa che la purezza etnica sia un mito e che la maggioranza dei thailandesi buddisti siano pochissimo buddisti, si deve solo giocare al gioco. Quello è il modo in cui i Thailandesi di discendenza cinese, per matrimonio e ricchezza, sono sentiti essere totalmente thailandesi col diritto di discriminare contro le altre minoranze etniche.

I musulmani del meridione non sono mai chiamati invasori per la semplice ragione che fu il Siam ad invadere ed annettere i principati Malay musulmani due secoli fa. Nonostante questa discriminazione ed ingiustizia, i musulmani del meridione sono cittadini con uguali opportunità e diritti. Almeno formalmente.

Nonostante l’applicazione larga della legge, la cittadinanza è la loro migliore protezione, perché lo stato potrebbe legittimar la violenza contro i separatisti ma mai contro i civili, evitando almeno così una repressione totale.

Un profondo reale pregiudizio contro i musulmani esiste nel clero thailandese, nella burocrazia e nella popolazione in generale, ma si presenta con sussurri e sguardi obliqui. Non fu tollerato un monaco che seguiva il monaco tossico birmano Virathu ed è stato recentemente cacciato per dare un taglio definitivo alla radice. L’atto fu fatto dal governo per questioni di sicurezza non dal clero.

Mentre la cittadinanza dà qualche livello di protezione ai musulmani del meridione, non lo si può dire delle milioni di persone apolide, dislocate e lavoratori della migrazione nel paese. Ne consegue sono soggetti allo sfruttamento del lavoro e della schiavitù umana. Molti sono fanciulli , derubati della loro infanzia, istruzione e opportunità di vita.

La Thailandia forse non può perseguire i musulmani al pari della Birmania, ma il mondo si chiede anche come un paese che si fregia di essere il centro del buddismo sia diventato un centro del lavoro da schiavo e dell’industria del sesso.

Ed ancora il clero è totalmente indifferente a tal oppressione.

Come mai? La risposta è semplice. La Thailandia ignora il lavoro da schiavi perché gli schiavi non sono thailandesi e non meritano quindi di essere trattati da essere umani.

Per la prostituzione perché dovremmo preoccuparcene delle “ragazze cattive” quando gli uomini soddisfano i loro bisogni sessuali? In breve il nazionalismo razzista ed il sessismo sono il credo reale del paese, non il buddismo.

Per quanto riguarda il silenzio sull’ingiustizia sociale, da tempo nutro dubbi se l’indifferenza del clero non abbia a che fare con l’ideologia del buddismo theravada del guardarsi dentro che si concentra sull’unico scopo dell’individuo della liberazione spirituale. Naturalmente tale impegno alla ricerca spirituale, se reale, può di certo legittimare il distacco dei monaci perché le loro pratiche possono salvare molte anime. La semplicità, la compassione tipiche del buddismo possono anche rafforzare la fiducia pubblica nel percorso spirituale.

Ma quando il non attaccamento è diventato solo una scusa perché i monaci non mettono in discussione il sistema per poterne godere dei privilegi e le gratifiche che conseguono con il monacato, allora loro diventano solo dei profittatori. In Birmania il pontefice ha sottolineato il bisogno di “rispettare i diritti di tutti quelli che chiamano questa terra la loro patria” senza usar la parola Rohingya per proteggere la minoranza cristiana, accendendo tantissime accuse dai gruppi dei diritti. Una volta poi in Bangladesh il pontefice ha seguito il proprio cuore quando ha dichiarato:

“La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya”.

Ha anche onorato loro chiedendo di perdonare i peccatori. Non cambierà le menti in Birmania. Ma almeno il capo del mondo cattolico ha mostrato ai capi di tutte le religioni quello che devono fare, parlare in nome degli oppressi ed ispirare compassione per porre fine alle sofferenze.

Mi addolora profondamente vedere il nostro clero cieco verso la violenza e l’oppressione, adottare il nazionalismo razzista.

Conferma anche il mio credo che ogni stile religioso, qualunque tempo passato in meditazione o l’ammontare delle donazioni non indicano la qualità del proprio cuore. Ma lo indica come tratti i meno fortunati indipendentemente dalla razza o dal credo.

E’ così triste che molti capi religiosi ed autoproclamati devoti buddisti non passano questo semplice esame.

Sanitsuda Ekachai Bangkok Post.

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