Buddisti e Musulmani in Birmania

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Non c’è nulla di nuovo, per buddisti e musulmani che convivono in Birmania, nel recente scoppio di violenze settarie nello stato dell’Arakan. La paura che in molti sentono profonda è che comunque questa non sarà l’ultima volta che le due comunità saranno rotte dalle violenze.

cittadinanza armonia interreligiosa

La mancanza di un dibattito informato e razionale su questo problema a livello locale e nazionale serve solo ad alimentare la tensione e la sfiducia. Inoltre ci sono forze, in Birmania come fuori di essa, che vogliono sfruttare questa situazione esplosiva, con la loro agenda politica e con possibili cose da guadagnare se si dovesse ancor di più infiammare l’odio e la mutua incomprensione che abbiamo visto nei mesi recenti.

In un suo recente rapporto HRW concludeva che il governo e le sue truppe non avevano fatto abbastanza per prevenire le rivolte che sono scoppiate tra le due comunità a giugno nello stato dell’Arakan, sottolineando anche che, mentre le forze di sicurezza subentravano per mantenere una non facile pace tra le due parti, elementi delle forze di sicurezza come la polizia locale e la polizia di frontiera, NaSaKa, o permettevano attacchi contro i musulmani oppure partecipavano alle violenze. Il rapporto concludeva: “Quasi senza alcuna presenza della sicurezza del governo a fermare la violenza, la gente si armava con spade, lance, pezzi di ferro, coltelli e altre arme contundenti. I resoconti dei media anti musulmani e la propaganda locale alimentavano la violenza.”

In un discorso pubblico di inizio giugno, il presidente Thein Sein, che aveva incassato i complimenti della comunità internazionale per le sue riforme, metteva in guardia che la violenza poteva mettere in pericolo il processo di transizione minacciando la stabilità e lo sviluppo del paese. Gli scontri erano a suo avviso alimentati da odio razziale e religioso che comportava attività diffuse ed anarchiche. “Se rimaniamo attaccati all’odio senza fine e alla vendetta reciproca, è possibile che si diffonda il pericolo non solo nello stato dell’Arakan.”

Le autorità birmane e la maggioranza degli arakanesi hanno ripetuto che i Rohingya non appartengono alla Birmania. Quindi in un incontro con rappresentanti di alto grado dell’UNHCR nella capitale, il presidente sorprese (o deluse) molti dicendo che la Birmania voleva inviare i Rohingya in paesi terzi come sistemazione finale poiché il suo paese semplicemente non poteva accettarli.

Nella dichiarazione ufficiale si legge che Thein Sein ha detto all’UNHCR: “La Birmania si assumerà le responsabilità per le sue nazionalità etniche, ma non è proprio possibile riconoscere l’immigrazione clandestina dei Rohingya che non sono un gruppo etnico Birmano.” Mentre molti osservatori stranieri sono rimasti allibiti da queste dichiarazioni, esse hanno conquistato sostegno vasto in Birmania specie nello stato dell’Arakan.

Fa ancora senso testimoniare il vetriolo nazionalista che ha riempito i siti dei media come Facebook, dove rappresentanti birmani e cittadini comuni, compreso alcune figure importanti del dissenso, hanno di proposito infiammato a violenza diffondendo cattiva informazione, rumori, odio e propaganda antimusulmana mirata ai Rohingya.

Nel mezzo di queste mezze verità piene di odio e chiare menzogne, una cosa è perfettamente chiara: i soli vincitori di questo sono quelli che non hanno alcuna voglia di vedere la Birmania cambiare volto. Tutti noi, compreso gli arakanesi e i rohingya che se la sono data, possono solo perdere da questo ciclo insensato di violenze.

E’ scioccante veder con quanta facilità tanti birmani hanno dimenticato come ci si sente soffire sotto i tacchi di un regime brutale. Hanno perso la maggioranza dei birmani la loro comprensione e compassione di quello che vuol dire essere alla mercé di forze intente a cancellare la loro cultura, identità e religione? Il Buddha non ha mai detto ai suoi fedeli di odiare ed attaccare le altre religioni e razze.

Alcuni birmani ragionevoli si sono domandati dove tutto questo andrà a finire. “Se i Rohingya sono i nostri nemici, che ne facciamo degli altri nostri nemici a nord?” si domandano parlando dei cinesi, molti dei quali sono entrati in Birmania nei decenni ultimi sotto la copertura di legami di amicizia tra la vecchia giunta e il governo cinese. Chi oserà minacciare loro allo stesso modo di come hanno fatto ai Rohingya? Ma queste domande non riescono a fermare l’ondata di dure parole da parte di chi sa qualcosa di più. In tanti vicino ai ministeri e al presidente hanno abusato dei media sociali per diffondere lo sciovinismo e le considerazioni razziali, mentre i media locali pesantemente censurati si sentivano liberi di mirare contro i Rohingya.

Senza un dibattito informato ed almeno una comprensione basilare della storia dei musulmani in Birmania non c’è speranza di risolvere i problemi di fronte allo stato dell’Arakan e al paese, dove differenze etniche e religiose continuano a dividere le comunità e creare aperture per quelli che cercano di fomentare il conflitto piuttosto che a porre termine.

Vale la pena di ricordare che nei primi giorni del corrente scoppio di ostilità, i media di stato scelsero di usare la parola Kalar, un termine cattivo applicato agli stranieri di discendenza dell’Asia meridionale, per riferirsi ai Rohingya. Molti sospettano che questo era un tentatio deliberato di agitare le acque verso di loro. Se lo scopo era davvero creare una guerra etnica, non dovrebbe sorprendere. I governanti birmani hanno una storia did offensive contro gruppi indifesi, e questa abitudine sembra dura a morire, persino quando il paese è guidato da un governo chiaramente civile , guidato per lo più d ex generali.

L’ultima volta che i Rohingya ricevettero lo stesso trattamento fu nel dicembre del 1991 quando la giunta di allora, conosciuta come SLORC, cacciò oltre 30 mila Rohingya oltre frontiera nel Bangladesh, persino con raid oltre frontiera. A quel tempo, lo SLORC stava fronteggiando una forte pressione internazionale per la sua repressione sul movimento degli studenti, sugli attivisti ed i monaci, e si trovava di fronte ad un isolamento internazionale. La NLD aveva vinto le elezioni a man bassa che i generali rifiutarono di riconoscere, mentre il capo de NLD, Aung San Suu Kyi fu nominata a premio nobel per la pace. La giunta voleva distrarre l’attenzione dalle sue mancanze a livello domestico e la trovò nella persecuzione dei Rohingya.

Allora, come ora, le azioni de lregime furono condannate dalla comunità internazionale specie nel mondo musulmano. Le organizzazioni islamiche ed i paesi della regione e del medio oriente dichiararono la loro rabbia. Il comitato per la solidarietà islamica a Giacarta accusò lo SLORC di agire come i nazisti ed invitò l’ONU a fermare le atrocità contro i musulmani Rohingya. Il problema si acquietò quando la birmania accettò di riprendesi i rifugiati Rohingya.

Fu quest uno degli episodi più bassi della storia dei musulmani in Birmania, ma ci fornisce uno sguardo nella complessità del problema Rohingya, dal momento che la campagna dell’esercito birmano nello stato dell’Arakan fu di fatto sostenuta da molti musulmani birmani che condividevano l’idea comune che i Rohingya come immigrati dal vicino Bangladesh. Comunque la storia dei musulmani in Birmania non è sempre vista come caratterizzata dal conflitto come lo è oggi.

Per alcuni storici i musulmani cominciarono ad arrivare, via mare, in Birmania nel 13° secolo con i commercianti e mercenari musulmani che si stabilirono lungo le coste. Quelli che scelsero di rimanere in Birmania servirono con lealtà i sovrani birmani. Gli storici birmani e stranieri suggeriscono che il Re Anawrahta (1014 -1077), fondatore dell’impero di Pagan avesse unità di soldati e guardie del corpo Indiane musulmane.

Il Re Bayinnaung (1516–1581), che lanciò la campagna per invadere la Thailandia di Ayutthaya e Lanna e le aree degli stati attuali Shan e Arakan, aveva artiglieri portoghesi e musulmani. Gli storici comunque dicono anche che fu il primo r birmano a mostrare intolleranza religiosa verso i musulmani, proibendo loro di ammazzare il bestiame e costringendoli a sentire i sermoni buddisti. Ma nell maggior parte dei casi i sovrani birmani tolleravano le piccole comunità musulmane che arrivavano e si sistemavano in Birmania. Questi musulmani parlavano birmano e si vestivano da birmani ma mantennero la loro religione. Erano accettati perché le loro comunità erano piccole e non facevano sforzi di convertire i buddisti anche se loro erano spesso sposati con donne birmane. Non rappresentavano affatto, in altre parole, una minaccia al buddismo e alla cultura birmana.

Sotto il regno birmano buddisti, musulmani e seguaci di altre religioni coesistevano senza molta tensione. Sotto il re Mindon un monarca riformista che governo la Birmania dal 1853 al 1878, era permesso ai cristiani di costruire chiese ed ai musulmani di costruire moschee. Mindon aiutò persino a costruire un ostello a La Mecca per il conforto dei pellegrini birmani musulmani, e nelle sue armate c’erano migliaia di soldati musulmani di servizio in molti posti amministrativi e nelle divisioni di fanteria ed artiglieria. Evidentemente il re birmano non vedeva il suo ruolo tradizionale come protettore del buddismo come un’attitudine ostile verso le altre fedi.

Con l’arrivo del giogo inglese questa attitudine prevalente cominciò a cambiare. Dopo la prima guerra Anglo birmana (1824 al 1826) cominciò ad arrivare un gran numero di immigranti indiani nel sud della Birmania e nell’Arakan. La Birmania poi divenne una provincia dell’impero britannico. Questo ovviamente ebbe un enorme impatto sull struttura sociale ed economica del paese.

I Birmani furono testimoni di molti musulmani indiani venire a sistemarsi in Birmania, mentre l’apertura delle vie del commercio ai mercati stranieri, compreso l’Europa, costringevano i nuovi re del paese a cercare sempre più manodopera specializzata a basso prezzo. Con la sua vasta popolazione inevitabilmente l’India divenne la principale fonte di queste risorse umano tanto ricercate.

Oltre che a fare lavori manuali ed altri lavori che non si adattavano ai Birmani, molti indiani compreso i musulmani giunsero in Birmania come soldati, poliziotti, ufficiali del governo, specie a Rangoon, la capitale del tempo, ma anche in misura minore altre piccole cittadine.

Costruirono moschee e stabilirono associazioni e scuole devote ad attività religiose per tutta la Birmania. Divennero ben note nel paese La Società degli Studenti Musulmani e istituzioni come Libero Ospedale Musulmano, in seguito nazionalizzato dal dittatore Ne Win dopo il 1962.

Questo diventare più importanti insieme al crescere della popolazione musulmana cominciò ad allarmare molti che temevano la perdita dell’identità buddista tradizionale del paese. I matrimoni misti divennero un problema di tensione e ci furono persino una proposta di approvare una legge che proibisse i matrimoni di donne buddiste con stranieri. Tutto questo coincise col crescente sentimento nazionalista (lo slogan del tempo La Birmania per i birmani) che eera diretto in primo luogo ma non solo agli inglesi.

La vasta immigrazione musulmana dai paesi vicini e l’espansione delle attività musulmane alla fine accese uno “scontro di civiltà” nella Birmania prima dell’indipendenza. Le cose giunsero ad un momento nevralgico negli anni 30 quando scoppiarono delle rivolte grosse anti indiane e anti musulmane. Ad alimentare il fuoco giunse la grande depressione, un periodo di grandi durezze per il paese, quando molti birmani furono improvvisamente licenziati. Gli indiani che erano giunti a dominare molti settori economici, compreso lavori non qualificati e usurai, ne risentirono parecchio.

Il peggiore delle rivolte avvenne nel 1938 quando la pubblicazione di un libro che insultava il buddismo provocò una violenta risposta. Un giornale influente, New Light of Burma, alimentò le fiamme chiedendo il boicottaggio dei negozi musulmani. Persino i monaci buddisti giocarono un ruolo attivo negli scontri. La violenza si diffuse nel paese con la morte di centianai di musulmani e buddisti e con la distruzione di un certo numero di moschee.

Eppure i musulmani nati nel paese continuarono a giocare un ruolo importante, con politici, ufficiali dell’esercito, impiegati governativi e un ministro che morì insieme al presidente Aung San quando fu assassinato nel 1947. I politici musulmani Khin Muang Latt e U Rashid furono ministri sotto U Nu, il primo e solo primo ministro democraticamente eletto.

Oggi tanti musulmani sentono di non essere completamente accettati nella società birmana anche dopo aver mostrato la loro lealtà al paese, lamentando di essere ancora guardati con sospetto e trattati come cittadini di seconda classe. La loro situazione è simile a quella delle altre minoranze etniche compreso gli Shan, Karen e Arakanesi.

Dopo l’indipendenza i musulmani continuarono a lottare per guadagnarsi il rispetto e trovare la pace sotto il sole. Sotto differenti organizzazioni e consigli stabilii negli anni 40, i musulmani continuarono a premere sui governi perché riconoscessero i musulmani come una minoranza nazionale e garantissero loro la rappresentanza di comunità, diritti religiosi e culturali. Sotto la presidenza di U Nui capi musulmani richiesero uno speciale dicastero per dagli altri gruppi etnici che avevano cura delle questioni degli Shan, Karen e Kachin

Quando Ne Win prese il potere dello stato nel marzo 1962 iniziò a reprimere le asirazioni di tutte le minoranze etniche della Birmania. (continua)

Aung Zaw, Irrawaddy.org

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