Burocrazia autocratica ed la nuova legge dei parchi nazionali thailandesi

Mentre si avvicina la fine del suo governo assoluto, la giunta militare sforna fuori varie politiche pubbliche che creeranno gravi danni ambientali e accresceranno la violenza contro i poveri delle foreste.

Qualche mese fa, la giunta ha dato il via libera al Dipartimento di Irrigazione di costruire dighe, riserve, sbarramenti di acqua ed un grande canale che distruggerà i sistemi ecologici locali nel paese.

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Uno dei progetti controversi coinvolge la distruzione di un bacino acquifero naturale intatto, Wang Heeb nella provincia di Nakhon Si Thammarat.

La popolazione locale, che ha alle spalle una storia di battaglie contro le concessioni di diboscamento dello stato per la salvaguardia della lussureggiante foresta, ha promesso che non permetteranno al governo di avere l’ultima parola.

Le autorità forestali, nel frattempo, restano in silenzio sulla distruzione della foresta pluviale di Wang Heeb, come sempre è stato il caso con le altre politiche statali e progetti che distruggono le foreste che dovrebbero invece difendere.

La ragione del loro silenzio è chiara, mantenere un possesso ferreo sul controllo centrale e sopprimere gli sforzi di chi vuol gestire le foreste locali, cosa che scemerebbe il loro potere.

Questo punto è centrale in una nuova legge di cui si sta discutendo, quella dei Parchi Nazionali.

E’ anche vero che la legge attuale sulle foreste e parchi naturali ha bisogno da tempo di essere cambiata.

Per iniziare il trattamento duro delle popolazioni che vivono nella foresta viola la costituzione che riconosce i diritti delle popolazioni indigene e delle vecchie comunità che esistevano prima della demarcazione delle foreste nazionali.

Poiché è una legge inferiore si deve rispettare la costituzione. Così invece di trattare da criminali chi vive nelle foreste cacciandoli, arrestandoli e imprigionandoli, le leggi della foresta devono cambiare per rispettare i diritti delle comunità forestali per restare nelle terre ancestrali.

Ma la legge dei parchi nazionali, approvata in fretta e furia dalla giunta ed ora spedita all’approvazione della Assemblea Legislativa Nazionale nominata dai militari, rafforza ulteriormente il potere delle autorità della foresta in via gerarchica rendendo contemporaneamente le pene più severe.

Poiché la legge non riconosce l’esistenza delle comunità tradizionali ed indigene della foresta, continua a sfidare la costituzione che accorda alle comunità tradizionali i diritti ad avere la parola sulla gestione delle risorse locali.

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Se la proposta di legge non sarà rivista dal comitato che l’esaminerà, e ci sono dubbi che lo farà, essa darà una volta approvata via libera allo sfratto di tutti coloro che vivono nei parchi nazionali.

Tra questi ci saranno popolazioni indigene e vecchie comunità che preesistevano all’avvento delle agenzie forestali dello stato, indipendentemente dal fatto che queste popolazioni hanno dato un contributo fondamentale alla loro protezione.

Attualmente la sentenza massima è di cinque anni di carcere. Nella legge dei parchi naturali la sentenza minima parte da quattro anni per salire fino a venti anni. Non è più possibile la libertà condizionale.

Detto in altre parole, i nudo potere e la legge ingiusta vincono sui diritti naturali e di nuovo sulla giustizia.

E’ interessante che la legge permette alle autorità del parco di mantenere gran parte delle entrate derivanti dal turismo ed usarli a loro discrezione senza la partecipazione popolare.

Cosa comporterà questa mancanza di trasparenza?

E’ chiaro che le autorità delle foreste e dell’irrigazione sanno che hanno bisogno di fare in fretta con l’approvazione dei loro progetti da parte della giunta prima che la democrazia si instauri.

Questi progetti scandalosi e grandi non sarebbero mai facilmente approvati con un governo eletto e mostrano come sia dannosa una dittatura militare per l’ambiente e per le popolazioni deboli.

Chi sostiene la giunta ama castigare la democrazia e i politici per la loro corruzione. Ignora semplicemente uno dei fattori che impedisce al paese di crescere, la burocrazia autocratica antipopolare che governa dall’alto che ha i militari al suo apice.

In questo sistema chiuso la burocrazia autocratica ha il potere di scrivere da sola leggi ed iniziare progetti distruttivi dell’ambiente per servire i loro interessi radicati.

Molto spesso lavorano a stretto braccio con le grandi imprese per sfruttare le risorse naturali. La gente interessata o i cittadini preoccupati sono tacciati di essere voci contro lo sviluppo che devono essere soppresse.

Gli ultimi progetti calati dall’alto di gestione delle acque e la legge sui parchi nazionali incarnano il governo della burocrazia autocratica, antipopolare contro l’ambiente a favore degli affari

Il governo cambia ma la burocrazia centrale resta e con essa le leggi ingiuste ed i megaprogetti continuano a fare danni alla natura e alle popolazioni locali.

Dobbiamo considerare il potere centrale dei mandarini di scrivere leggi e regole per rubare alla gente e la natura come una forma grave di corruzione.

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La decentralizzazione può aiutare a risolvere questo problema, ma essa non può comparire se al paese è negata la democrazia. Paralizzare la decentralizzazione amministrativa fu uno dei primi atti che la giunta fece dopo il golpe.

Certo la frustrazione della gente con la politica delle elezioni è valida, ma condannarla per giustificare la dittatura comunque non solo è ingiusto, è anche errato. La dittatura rafforza la burocrazia autocratica per rubare più facilmente alla gente e all’ambiente.

Perché la democrazia è più che una scheda elettorale. Per essere efficace ha bisogno di un sistema di controlli, richiede che lo stato debba rispondere, trasparenza e governo della legge.

Tutto questo non accade perché la nostra società è profondamente gerarchica ed autoritaria, risultato di grandi diseguaglianze che nutrono il sistema di patronato. La decentralizzazione è quindi necessaria perché la gente possa contrastare progetti di sfruttamento di stato.

Al pari della democrazia elettorale la decentralizzazione è spesso derisa dalle elite di Bangkok come una linea di soldi per diffondere la corruzione a livello di base. Una tale generalizzazione mostra lo sguardo dei pochi privilegiati verso la gente delle province.

Il fatto è che la corruzione accade non perché la gente è avida e cattiva, ma perché possono farla franca per la mancanza di trasparenza, per la cultura dell’impunità e il potere del denaro di piegare le regole.

Perché la decentralizzazione funzioni ci deve essere volontà politica a livello nazionale che affronti la diseguaglianza, crei una situazione iniziale uguale per tutti e istituzionalizzi il sistema del merito e distrugga il sistema di patronato e clientelismo.

La decentralizzazione avvizzisce quando corrosa dalla burocrazia dall’alto che taglia le iniziative locali mentre nutre corruzione e clientelismo.

Democrazia e decentralizzazione non possono crescere quando restano intatte oppressione strutturale e diseguaglianza. Né la giustizia emerge quando regna la doppiezza degli standard.

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Se non riusciamo ad affrontare la burocrazia autocratica che nutre la diseguaglianza, non ci sarà fine ai progetti di stato contro l’ambiente ed i diritti umani. Non ci sarà fine all’oppressione politica.

Se non si fa strada ad una società più aperta ed eguale non abbiamo possibilità di uscire dal buco nero politico in cui ci troviamo.

Sanitsuda Ekachai, BangkokPost