CAMBOGIA: Angkor e Phnom Kulen, patrimoni dell’umanità

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Siem Reap raccoglie oltre un milione di visitatori all’anno, ma per scoprire le tracce di una vasta rete urbana che circonda Angkor e il complesso dei templi di Koh Kehr e una cittadina sconosciuta attorno a Phnom Kulen, è stato necessario ricorrere alla tecnologia laser del Lidar.

preah Kulen

Mediante un laser portato su un elicottero che ha scandagliato una vasta area, i ricercatori hanno potuto penetrare la folta vegetazione che bloccava la vista stando sul suolo.
I risultati di quella ricerca aerea del mese di aprile 2012 e della conseguente ricerca sul campo potrebbero cambiare la storia per come la si conosce ora.

“Restammo a bocca aperta” dice Damian Evans dell’Università di Sidney che guida la partnership di otto organizzazioni che hanno condotto la ricerca, tra le quali vi è anche l’ente Cambogiano APSARA. “Mostra alquanto chiaramente che il centro urbano formalizzato di Angkor si estende almeno per 35 chilometri quadri, piuttosto che i semplici 9 chilometri quadri riconosciuti dentro le mura di Angkor Thom”.

L’indagine, la prima del genere in Asia, mostra che le depressioni e le alture, che dal suolo sembrano senza forma, di fatto formano le restanti parti di una una griglia di città altamente strutturata, con strade, invasi e canali.

Secondo il rapporto, i dati dimostrano che “l’intensità dell’uso della terra e l’estensione dello spazio urbano ed agricolo sono stati fortemente sottostimati nella regione di Angkor fino ad ora.” La scoperta suggerisce che nel 12° secolo l’area conteneva “una popolazione vasta sostenuta da importazioni agricole regolari da dalla campagna. La dipendenza dall’agricoltura e dal sistema di gestione delle acque mostra come la siccità abbia contribuito all’eventuale collasso della civiltà.

Additando una montagnola fuori delle mura cadenti del tempio Beng Mealea durante una visita con giornale Phenom Penh Post, Evans spiega che “questa era una delle fondamenta per un blocco di strutture in legno”, strutture da tempo scomparse nella giungla, lasciando solo avvallamenti e alzate che sono difficili da vedere nel mezzo degli alberi e delle boscaglie e sovrastate dalle rovine del tempio. Le alzate si allungano di pochi metri in diametro e sembrano, ad un occhio non attento, niente più che un naturale andamento del suolo.

Comunque gli archeologi da tempo hanno capito che quelle strutture indicavano qualcosa in più.
Siem Reap è una piana naturale alluvionale per cui persino delle varietà così piccole sono indicazione di una presenza umana, dice Evans. Senza alcuna possibilità di poter vedere attraverso quella canopia di alberi, in passato i ricercatori poterono vedere le forme e l’estensione di questa presenza umana solo facendosi strada con le mani nella vegetazione.

La scelta del gruppo di lavoro di avvalersi della tecnologia laser del lidar è di gran lunga la più efficiente anche se la più costosa. Lanciando milioni di raggi laser verso il suolo e misurandone il tempo di rimbalzo possono calcolare le variazione in altezza. Il progetto Angkor, che è il più esteso progetto lidar archeologico condotto, ha usato una concentrazione particolarmente alta di raggi per assicurare che alcuni di loro si facessero strada attraverso la vegetazione al suolo e poi tornare verso la macchina.

Dopo che il computer ha eliminato i raggi riflessi dalla vegetazione, i dati hanno messo in mostra, con una risoluzione di pochi centimetri, immagini di “ogni piccolo sbarramento, ogni antica strada” come dice il gestore del programma Archeological and Development Foundation, Jean Baptiste Chevance. Come dice Evans “Un solo bottone premuto ed ecco la meraviglia!”, risultati che secondo l’archeologo Michael Coe sono da capogiro. “Questo è il più grande passo in avanti nella conoscenza di Angkor come una città vivente nel secolo scorso”.

Prima di ora, dice Coe, la maggioranza degli studiosi credevano che Angkor fosse inurbata in un “disegno urbano disperso”, con la popolazione dispersa attorno a centri di canali, strade e pozze di acqua gestite dalle famiglie. “Quello che queste immagini lidar rivelano è qualcosa che non avevamo previsto: città occupate densamente con strade e vie distese secondo un disegnoa griglie allineate con le direzioni cardinali”.

Attorno ad Angkor, “Le immagini del lidar mostrano che l’area è molto precisamente organizzata in blocchi di città di una determinata grandezza. Ognuno dei blocchi ha quattro elevazioni ed una piscina, e ci dovrebbero essere strutture in legno su ognuna di quelle elevazioni.” dice Evans. “Dovevano essere fortemente vicine e brulicanti di vita.”

Lo storico David Chandler ha definito la scoperta come sviluppi eccitanti. “Il Lidar ha mostrato strade e canali che ovviamente richiedevano una pianificazione e coordinamento centrali”.
Evans inoltre dice che i dati del lidar mostrano che la rete di strade e aggregati umani continuavano all’esterno delle mura e canali dei complessi del tempio che precedentemente si pensavano formare i confini dell’insediamento umano. “Non ci sono porte dove le strade si incrociano” dice Evans “Quello che accadde è che nell’area c’era già un qualche crocevia umano, e questo tempio e questa recinzione sono stati messi nel mezzo di tutto”.

Secondo Coe il risultato dell’indagine ad Angkor implica che gli studiosi dovranno rivedere la stima della popolazione per la città nel suo momento più alto. Secondo le indagini radar e quelle sul suolo di recente “una stima è stata di 750 mila abitanti”

“Nel 1979 il compianto Bernard Philippe Groslier, che si basava sulla sua assunzione che Angkor fosse una “città idraulica” che usava le grandi riserve per irrigare i campi di riso proponeva una cifra di 1.9 milioni di abitanti. Sembra proprio che Groslier avesse ragione.”
Evans comunque è più cauto sulle implicazioni dell’analisi rispetto al numero di abitanti perché molti altri studi sono necessari.

La speranza dei ricercatori, dice Evans, è che possono trovare dati sul campo che rispecchiano quelli del lidar e che si possano trovare resoconti scritti del tempo a sostenere le cifre di popolazione. Ma la frequente ricostruzione e ricollocazione di centri di Angkor lungo un millennio, con siti costruiti sulla sommità degli altri, rende più difficile stimare la popolazione che viveva in un dato momento.

Alla fine resta la speranza di poter ricavare una conoscenza tale da rispondere alla domanda chiave: che cosa è successo a questa civilizzazione?

Il gruppo, che è scettico della spiegazione che attribuisce il declino dell’impero Khmer all’invasione da parte dei thailandesi, pensa piuttosto ad un declino più graduale, l’insostenibile dipendenza della civilizzazione sul sistema di gestione dell’acqua su vasta scala. Tra i dati del lidar, dice Evans, c’è la prova di grandi dighe e canali che dimostrano l’importanza della gestione dell’acqua non solo per Angkor ma per tutte le città Khmer del tempo. Per esempio i dati del lidar mostrano che una striscia elevata e lunga cinque chilometri vicino Koh Kehr, creduta per tanto tempo una strada, in realtà non segue il disegno del pendio del terreno ma resta ad una elevazione costante, suggerendo piuttosto una diga.

Queste scoperte, secondo Evans, danno sostegno alla teoria secondo cui gli abitanti di Angkor “se la cavarono per alcuni secoli” con sistemi di gestione dell’acqua enormi ma che alla fine l’impero decadde a causa di siccità grosse che sono visibili nella prova ambientale come gli anelli degli alberi. “I nuovi dati danno ancora peso ad un consenso emergente che lo sviluppo di un paesaggio vasto di ingegneria di Angkor su vari secoli era essenzialmente insostenibile. Tecnologie sempre più sofisticate di gestione dell’acqua possono aver permesso una misura di resilienza su scala annuale assicurando alimenti ed acqua per una popolazione urbanizzata di acqua sempre più grande; paradossalmente comunque questi stessi sistemi avrebbero anche creato una vulnerabilità sistemica alla variazione climatica di lungo termine.”

L’indagine lidar è durata venti ore ed ha coperto 370 chilometri quadri ad un costo di 250 mila dollari, per gli archeologi in generale trovano proibitivo. Essi di solito usano dati lidar ricavati per altri scopi non archeologici, ad un livello meno dettagliato, per indagini topografiche. L’indagine di Angkor è stata la seconda indagine mi portata avanti su un’area molto vasta con lo scopo preciso di ricerca archeologica. Nel 2009 la prima indagine del genere riuscì a penetrare la vegetazione per mettere sulle mappe la città Maya di Caracol nel Belize e ci sono piani per continuare questo studio.
Trovare le risorse adeguate per il progetto Angkor ha richiesto la cooperazione e il finanziamento di otto differenti organizzazioni tra le quali l’ente cambogiano APSARA e La scuola francese dell’estremo oriente.
Gli archeologi sono ora al lavoro di esplorare sul terreno ciò che è stato individuato dall’alto. Evans ha già dimostrato lo scorso mese per il Beng Mealea come quelli che sembravano rilievi causali attorno ad un tempio corrispondevano in realtà sulla mappa lidar ad una griglia topografica. Cogliendo da terra, su una di questi rilievi, un pezzo di ceramica color ruggine identificò come parte di un antico tetto da una delle strutture in legno ancora restavano in piedi lì. Evans dice che ceramiche e mattoni sparsi tendono ad essere le tracce principali di questi insediamenti strutturati che restano al ricercatore sul terreno.
Ci sono state comunque scoperte più grandi. Un gruppo condotto da Stephane De Greef della ADF presso la montagna sacra di Phnom Kulen a nordovest di Angkor ha confermato 28 nuovi templi individuati dal lidar e ha scoperto decine di incisioni nel letto di un fiume.

Queste scoperte hanno dato speranza ad alcuni esperti che l’indagine aiuterà ad espandere il riconoscimento internazionale e la protezione considerato che l’UNESCO vuole includere Phnom Kulen nel sito di Angkor. Phnom Kulen è stato per tanto tempo pieno di mine e accessibile con molte difficoltà e mancava dei templi iconici come quelli di Angkor. “Era davvero fuori dall’immaginazione della gente” dice Evans.
Ora le scoperte dell’indagine hanno spinto vari gruppi di protezione del patrimonio storico ad affermare che Kulen ha i fondamentali per essere designato sito di interesse mondiale, “patrimonio culturale e naturale di valore universale”.
“Questo panorama di città appena scoperto” dice lo studio “corrisponde alla città chiamata Mahendraparvata del secolo VIII e IX, una delle prime capitali dell’impero Khmer, conosciuta precedentemente solo attraverso delle incisioni ma si assumeva comunemente essere localizzata nella regione Phnom Kulen.
Chandler ha definito la prova della città “da far cambiare pensiero, suggerendo che i primi anni di Angkor, agli inizi del IX secolo forse anche prima, così poco documentati nelle iscrizioni, potevano aver coinvolto popolazioni relativamente dense e un livello alquanto sofisticato di pianificazione urbana.”
Anne Le Maistre, direttrice per la Cambogia dell’ UNESCO dice: “Phnom Kulen è davvero la fonte simbolica di Angkor. A Phnom Kulen Re Jayavarman nel 802 si dichiarò il Re dei Re, unificò tutti i piccoli regni e li integrò nell’impero Khmer. Ha senso quindi includere Phnom Kulen dentro il perimetro di Angkor.
Ma quando Angkor fu all’inizio inscritta come Sito del Patrimonio mondiale nel 1992, i Khmer Rossi occupavano ancora Phnom Kulen che quindi non era possibile includere. Sin da allora dice Le Maistre l’idea di d’incorporare Phnom Kulen “è stata nella mente di APSARA e dell’UNESCO per tanto tempo.” Ora questi risultati e studi hanno rimesso al lavoro le organizzazioni per iniziare di nuovo il processo di richiesta che si trova appena agli inizi.
UNESCO ha ricevuto il sostegno a dicembre dall’agenzia governativa APSARA e dal vice primo ministro Sok An. Andando avanti l’UNESCO e il governo avranno bisogno di lavorare al restauro e rinnovamento del sito e di scrivere il testo che sarà valutato dal Comitato del Patrimonio Mondiale. La decisione la si avrà nel giro di tre anni. …
JB Chevance dice di sperare che l’estensione del Sito Patrimonio mondiale incoraggerà sia la protezione archeologica che quella ambientale, notando però che, nonostante il sostegno internazionale. il governo cambogiano da gestore sovrano del sito attorno ad Angkor ancora lottava nell’assicurare adeguata protezione e monitoraggio del sito contro i diboscatori e i turisti incuranti. Dice “la certificazione e la registrazione di Phnom Kulen come sito di protezione dell’UNESCO dovrebbe migliorare il livello della protezione. Poiché non puoi fare tutto quello che ti pare in un sito del genere”.

I risultati del lidar offrono informazioni importanti non solo per Phnom Kulen ma per tutto l’impero Khmer per ulteriori ricerche e gestione dei siti, dice Im Sokrithy, ricercatore e portavoce del APSARA. “APSARA userà i dati per gestire l’uso del suolo nella regione. Saranno utili alla stesura di una mappa accurata dell’uso del suolo.”
I dati aiuteranno il governo a scegliere in via prioritaria quali aree preservare e “a sviluppare le infrastrutture pubbliche nel parco senza danneggiare i siti storici”.
Seconod Evans bilanciare questi interessi potrebbe rivelarsi una faccenda delicata. “Non puoi dure semplicemente che non si può costruire dappertutto perché c’è un’antica struttura o qualcosa di simile, poiché quasi tutta l’area maggiore di Angkor, Siem Reap compresa, faceva parte di un panorama cittadino storico”
La presenza di antiche vestigia “illustra il bisogno di fare quanto più indagine e quanto prima possibile per pianificare più efficacemente lo sviluppo e la gestione del sito”
Questa è una delle ragioni per cui Evans spera di condurre nel 2014 una seconda indagine con il lidar che andrebbe a coprire aree più vaste non ancora coperte. Il progetto includerà ancora Phnom Kulen e l’antica città industriale di Preah Kan. “Nell’area di Phnom Kulen tutto quello che abbiamo fatto è scandagliare solo una piccola sottosezione. La stessa cosa è vera per Angkor. Ma ora sappiamo dove ci sono i punti buoni”

In alcune aree le tracce della rete urbana si estende oltre i confini delle mappe lidar e i ricercatori vogliono sapere cosa accade oltre quei confini. Evans ora sta cercando il modo di trovare i finanziamenti per una seconda indagine. Ad un costo di 500 mila dollari sarebbe il doppio dello studio precedente, ma Evans dice che il lavoro fondamentale del primo studio e il suo successo ha fatto da apripista.

Nel frattempo ci sono cose che il lidar ha messo in luce che restano ancora un mistero tra le quali “una serie di terrapieni rettilinei a forma di spirale che hanno una funzione sconosciuta” appena a sud del fossato di Angkor. “Non si adattano ad una qualunque convenzionale idea di quello che il panorama di Angkor assomiglia. Non si trovano nell’arte Khmer, e non ci sono paralleli a cose in altre parti del mondo. E non hanno alcun senso in termini sia di agricoltura che di gestione idrica… Alla fine si scopre sempre che c’è una risposta razionale.”

Justine Drennan and Alistair Walsh

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