CAMBOGIA: I fantasmi di una fossa comune dei Khmer Rossi

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E’ la vista di quattro crani grigi poggiati su un letto di ossa che hanno indotto Chea Nouen a ricordare: l’allattamento al seno del suo piccolo con le catene ai polsi e alle caviglie, il corpo di suo marito gettato in una fossa comune per diventare fertilizzante, la propria marcia verso i campi di sterminio dove è stata salvata per tre volte da uno dei carnefici.

Il passato si è riprecipitato all’inizi di questo mese quando è stata scoperta un’altra fossa comune in questo villaggio del nordovest cambogiano, uno dei luoghi più sanguinosi della memoria del paese, dove non si fanno indagini o non si tirano fuori i resti per scoprire cosa accadde, come già accaduto per la maggioranza dei 300 fosse comuni del paese.

A più di tre decenni dal genocidio orchestrato dai Khmer Rossi che ha ucciso quai due milioni di persone, questo paese non ha permesso ai suoi fantasmi di riposare in pace. Il regime preferisce letteralmente seppellire il passato specialmente perché alcuni dei suoi capi attuali, tra i quali lo stesso Hun Sen, furono un tempo dei Khmer rossi.

Ma la anziana Chea Nouen ed altri sopravvissuti in questa comunità agricola non riescono a dimenticare, a trattenere le lacrime o a cacciare gli incubi mentre ogni giorno camminano tra le ossa dimenticate di 35 mila vittime e vivono tra le anime inquiete che ancora si aggirano, come loro credono, per le case e i campi di riso.

E’ ancora senza fine la ricerca della giustizia: Non sono stati puniti né i tre capi dei Khmer Rossi né gli esecutori locali con la sola eccezione di una sentenza controversa data al Compagno Duch che dirigeva la prigione di Tuol Sleng a Pnom Penh.

Ad Aprile Chea Nouen fu invitata a Phom Penh per ascoltare un capo dei Khmer Rossi Nuon Chea dare la sua versione di difesa al tribunale sostenuto dall’ONU: “Non sapevo. Eseguivo ordini. E’ una esagerazione.”

Mentre l’ONU e il tribunale dicono di seguire la legge, Chea Nouen considera il processo “un’assurdità”, incapace di credere che ci siano voluti sei anni e tanti milioni di dollari con una montagna di documenti per dare prove contro tre ottuagenari cagionevoli, quando tutto sembra così duramente chiaro per gli abitanti del suo villaggio.

“Alla mia età e malata come sono, non me la sento di confrontarmi con i Khmer Rossi, ma vorrei raccontare la mia storia.” dice la donna che ha più di sessantanni. Benché il corpo scheletrico sia colpito da una malattia cronica dagli anni dei Khmer Rossi, il suo volto animato e le sue mani agili rievocano il passato in una potente rappresentazione. Si contorce colle braccia e le gambe per dimostrare come fossero legate da una sbarra di ferro, mentre il volto cambia col ricordo dei dolori. Un soldato le punta la pistola alla tempia, un’altro la perquisisce alla ricerca di cose di valore. Per la paura lascia cadere il figlio di appena due mesi sul pavimento della prigione. Per sette giorni quasi senza dormire e sopravvivendo solo con acqua, culla il piccolo, contorcendo il corpo per permettergli di bere del latte al seno. Chea ora si asciuga le lacrime con una tovaglietta gialla.

La famiglia con due bambini era stata arrestata una mattina mentre si muovevano su un carro tirato da buoi. Un giorno dopo il suo rilascio suo marito era stato portato via ai piedi di una collina, nei pressi di quella che sarà una delle fosse comuni, dove i Khmer Rossi sfogarono il loro odio sull’uomo, ex soldato governativo, con furia unica. Prima bendato, con le mani e i piedi legati alle loro spalle, lo bastonarono selvaggiamente e poi tagliato col macete a pezzi, buttati in buche con residui di riso che erano poi incendiati. Le ceneri e i corpi decomposti erano così fusi per diventare il fertilizzante da spargere sulle risaie.

Sebbene fosse ancora agli arresti ufficialmente, Chea Nouen fu rilasciata ad un complesso dei Khmer Rossi che includeva dormitori, un deposito e un refettorio. Crescevano verdure, lavoravano fino allo strenuo nelle risaie ed in cucina. Uno dei suoi figli morì di malattia, l’altro di fame.

Delle centinaia di lavoratrici che passarono per il centro solo sette sono sopravvissute alle privazioni e alla macchina metodica di morte che non era molto differente dai campi di concentramento nazisti. Le esecuzioni avevano luogo una o due volte a settimana, a gruppi di sessanta e ottanta prigionieri, spesso in relazione alla necessità di fertilizzanti.

“Siamo solo come pesci nell’acqua. Un giorno si prenderanno tutti” disse ad un’altra lavoratrice che, sentendo giunto il proprio momento, chiese a Chea Nouen di prendere l’oro che un giorno aveva segretamente passato ai suoi figli. Chea Nouen rifiutò credendo che anche lei non sarebbe sopravvissuta. Il giorno dopo, dopo il pasto serale, la sua amica scomparve.

Chea Nouen si alza col capo rivolto a terra, le mani legate alle spalle come se fossero bloccate da funi. Cammina in una linea di altre persone verso la fossa. Gli assassini li attendono con i loro torsi nudi madidi di sudore. Sente delle grida, dei lamenti e maledizioni di chi sta per morire. Poi il capo della squadra di esecuzioni, un uomo a cui aveva dato dell’acqua calda, ferma la fila dei prigionieri. “Non sapevo perché fu così gentile con me e mi salvò la vita. Lo fece tre volte. Forse provava della simpatia per me. Forse mi amava”. Nhorn era il suo nome, la sola cosa che sapeva di lui, e dopo la caduta del regime non lo ha rivisto mai più.

“Ogni volta che penso a quel periodo non provo fame o sete” dice sprofondando nella propria sedia in una capanna aperta alla pioggia e alle zanzare. “Non sento nulla se non la sensazione di essere già morta”. Ha una casa vera nel villaggio dove ci sono seicento persone ma preferisce ritirarsi nella foresta dove può crescere meglio le galline, le anatre e quattro mucche, e dove c’è la pace e la quiete che desidera.

Il volto è ancora arrossato ma Chea Nouen termina il suo racconto con un tono più leggero, in relazione al sogno di un fantasma apparso ad un uomo di affari che aveva comprato la terra con i crani da un contadino, un giorno dopo che furono ritrovate le ossa. Il visitatore spettrale gli indicò di giocare il numero 50 alla lotteria. Vinse 1500 dollari e pagò la cerimonia alla nuova fossa comune appena scoperta.

“Mio marito non mi viene mai a trovare in sogno e darmi il numero vincente della lotteria, e così sono ancora povera.” dice ridendo. “Non ho neanche pregato di ricevere un numero per la lotteria. Ho solo ringraziato gli spiriti di avermi salvato la vita”

I resti della fossa comune furono posti in un tempietto di fortuna all’ombra di qualche albero di palma, e gli abitanti di Do Dontrei portarono delle offerte di riso, del brodo, dolci e qualche soldo all’altare. Hanno paura che gli spiriti siano turbati. Il credo diffuso in Cambogia è che le ossa dei morti, specie di quelli di morte violenta, devono essere raccolte, cremate e supplicate affiché non rimangano nel luogo della morte a perseguitare i viventi.

Ma la gente delle campagne ha ancora pochissima voce o forza legale di fronte ai ricchi affaristi che hanno comprato la terra per fare delle costruzioni ed hanno legami con la capitale provinciale vicina di Siem Reap. Le ricerche continuano. Khung Leang, una bella donna di 53 anni con un sorriso facile, dice che forse non saprà mai dove sia la sua famiglia. Ha fatto i riti per le loro anime ma ancora ritornano a disturbare i suoi sogni.

“Stavano lì. Ma rifiutavano di salire” dice mentre se ne sta seduta sui pioli della scala che porta alla sua casa sulle palafitte. “Mio padre diceva ‘non posso entrare perché c’è un legno nella casa e sarò picchiato’. Non sapevo ma ce ne stava di fatto uno. Lo buttai via e alcuni giorni dopo ritornò Ed ancora rifiutavano di entrare. Mio padre se ne stava su questi pioli piangendo.”

Khung Leang pensa ai ‘crimini’ che portarono al massacro della madre, del padre e dei suoi sei figli. Erano stati accusati di essere ‘ricchi capitalisti’ perché vendevano dolci al mercato. Dopo furono scoperti mentre mangiavano una zuppa di pollo tutta la famiglia, violando il divieto della proprietà privata e di mangiare fuori dei quartieri comunali. L’ultimo dei tre ‘crimini’ del padre era di ‘distruggere la proprietà dei Khmer Rossi’ non avendo fermato le vacche in sua custodia che pascolavano nelle risaie. Suo padre fu il primo ad essere portato via. Lei non sa come morì. Dopo le fu detto che prima della sua esecuzione supplicò gli amici: “Abbiate cura di mia figlia. Sarà così sola”.

E lo fu. Tutti lo seguirono, anche la più piccola sorella di quattro anni, perché i Khmer rossi amavano dire: “Se non vuoi l’erba sotto i piedi devi estirparla dalle radici.”

Come Chea Nouen, considerà un miracolo essere riuscita a prendersi gioco della morte due volte. Come molte donne e nonostante le proteste, fu costretta a sposarsi con un uomo che i Khmer Rossi avevano scelto per lei. E come tante coppie giovani furono assegnati ad una brigata mobile che dovea lavorare duramente nelle aree remote dopo la separazione dalle rispettive famiglie. Era lontana quando sterminarono la sua famiglia. Qualche tempo dopo lei e gli altri furono condotti al sito dell’esecuzione qundo uno dei Khmer Rosi gridò all’improvviso.”basta ora. Abbiamo raggiunto la nostra quota” Riportate gli altri indietro”.

Nel giardino attorno alla casa di Khung Leang soffia una fresca brezza serale quando lei conclude il suo racconto, uno col finale felice. Una ragazzina vivace, una dei sei nipoti, corre nelle sue braccia. Un bel ragazzo di 23 anni torna dalla scuola. La loro famiglia riesce a sopravvivere producendo riso e verdure e vendendo ancora i dolci tradizionali fatti di riso e zucchero di palma che un tempo fece precipitare gli eventi. Suo marito, lo stesso che un tempo rigettò categoricamente guida un tassì a motocicletta. “E’ un uomo dal cuore buono” dice.

Al fondo delle fosse comuni giacciono distese di acqua verdastra. Gli escavatori hanno estratto altra terra. “Se non vengono a fare le indagini e conducono una ricerca vera, tutti i resti scompariranno presto.” dice il contadino Chhorn Kry in piedi al bordo della fosse vicino al luogo dove furono uccisi nove membri della famiglia di sua moglie.

Chi è sopravvissuto a Do Dontrei crede che gli spiriti siano ancora intrappolati e dice che le tombe devono essere aperte con riti appropriati e lasciar andare gli spiriti affinché ricerchino le proprie famiglie e vadano in cielo. Chea Nouen lo paragona al flusso dell’acqua una volta che si apre la bottiglia.

Khung Leang aggiunge un particolare, contemporaneo enpolitico, al credo antico: “Ci sono tante anime ancora con noi qui. Se ne vanno in giro per il villaggio, e ci circondano, poiché ancora attendono che sia fatta giustizia”

Denis Gray

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