CAMBOGIA: Il racconto di un sopravvissuto aiuta la Cambogia a confrontarsi col suo brutale passato

Khmer RossiIl processo contro tre Capi dei Khmer Rossi continua a Phnom Penh dopo la condanna di Duch lo scorso anno tra tensioni col governo di Hu Sen che non vuole che si vada oltre, e le dimissioni dei giudici internazionali. Indipendentemente da come andrà avanti il processo, è iniziato nel paese una riflessione sul quel tremendo passato, che ha visto la scomparsa di due milioni di persone, per giungere ad un momento reale di riconciliazione. In questo articolo apparso su The Guardian, si parla del primo film a soggetto che affronta quel periodo e prova a parlare di qualcosa che è altrimenti innominabile ed anche incomprensibile per le nuove generazioni scettiche che sono maggioranza ora in Cambogia. Il FIlm è “Lost Loves”.

 

Ci sono voluti 33 anni per mettere nero su bianco e scrivere la scenegiatura che avrebbe cambiato tutto. Ma per Khauv Sotheary, sopravvissuta al regime dei Khmer Rossi, l’aver prodotto un film sull’esperienza di sua madre di quel periodo brutale invece che della esperienza sua propria le ha permesso, ora professoressa, di comprendere il passato della sua propria famiglia anche più profondamente.
“Lost Loves” è il primo film cambogiano a soggetto dopo più di venti anni sui Khmer Rossi ed è coinciso con una testimonianza chiave nel processo per crimini di guerra sostenuto dalle Nazioni Unite. E’ la prima volta in trentanni che si è discusso apertamente e tanto del regime, cosa che, secondo gli analisti, prova che la Cambogia è davvero sulla via della riconciliazione.
“Per il tanto tempo che è passato abbiamo preso le distanze dalla storia, ma il ricordo del dolore, della fame e della separazione è sempre lì” dice Sotheary con voce soffice parlando in un caffè nella Phnom Penh in cui è nata. “Anche se viviamo in pace ora e abbiamo da mangiare sul tavolo, dobbiamo mantenere questa storia viva, dobbiamo comunicarla.”
Il film “Lost loves” si concentra su sua madre che perse sette membri della famiglia, compreso il marito, il padre e quattro figli, durante il regime comunista che fece fuori quasi 2 milioni di persone. Girato con maestranze ed attori cambogiani, tra i quali la stessa Sotheary, fu proiettato per la prima volta nel 2010 al Festival Cinematografico Internazionale Cambogiano ad un pubblico particolare, apparendo poi la scorsa settimana nei cinema cittadini. I critici lo hanno definito bellissimo e rivoluzionario.
Il film, che si affida moltissimo al dramma tradizionale cambogiano, descrive la vita di ogni giorno sotto i Khmer Rossi in modo forte ma dalle forti emozioni. In una scena, Amara, privata della sua identità capitalista e vestita del nero rivoluzionario e comunista, trascina un povero contadino all’ospedale avendo avuto un aborto a causa del lavoro intensivo nelle risaie, col sangue che macchia l’erba color smeraldo dove mangiano, dormono e lavorano.
“E’ il solo modo per portare davvero la storia alle persone qui” spiega il regista Chhay Bora che ha perso due fratelli per mano del regime e dice che un documentario non avrebbe avuto lo stesso effetto. “Un documentario drammatico ti mette a contatto con l’esperienza facendoti sentire come se tu fossi dentro. Ti lega emotivamente.”
Sotheary, che è sopravvissuta al regime nonostante la cronica malnutrizione e lo stato costante di disperazione, loda sua madre per “la forza e la decisione di sopravvivere a quello che ha fatto. Non so, da madre, se avrei avuto la stessa forza”.
Bora e Sotheary, entrambi docenti universitari, hanno scelto la gioventù cambogiana come primi spettatori fornendo biglietti scontati alle scuole e alle università per incoraggiare gli studenti a guardarlo. La coppia mira a far girare il film anche nelle sale della provincia. “I bambini hanno bisogno di vedere la storia con i propri occhi per comprendere quello che hanno letto. Un fil così li a iuta a comprendere i loro libri di testo.”
I cineasti sono aiutati in parte da un movimento recente perché si insegni la storia del genocidio agfli studenti e al pubblico in generale nella più famosa prigione di tortura, S21 o Tuol Sleng (il cui direttore del passato Compagno Duch è stato condannato per crimini di guerra nel 2010 a 35 anni di carcere). Organizzate dal gruppo di ricerca sui Khmer Rossi più importante del paese, Documentation Centre of Cambodia, le conferenze bisettimanali discutono la nascita e la caduta di un governo che ha considerato l’istruzione una malattia dell’elite trasformando molte delle scuole del paese in prigioni e magazzini.
Mentre nel curriculum si richiede che il genocidio sia insegnato solo nei tre anni finali della scuola primaria, molti sono gli studenti che dubitano dell’estensione delle atrocità commesse e alcuni docenti sono riluttanti ad affrontare in classe questa istanza. La ragione è “in parte poiché non comprendono il periodo e non sanno come integrarlo nel curriculum” dice lo storico orale e lettore del S21 Farina So.
“Molti genitori e nonni non amano discutere di quello che accadde per la sua natura dolorosa e sensibile. Ma se non ne parliamo a casa e non ne parliamo nelle nostre comunità, come possono i bambini comprendere la storia? E’ una questione di consolazione, di riconciliazione del passato col presente ed il futuro.”
Il Centro di documentazione ha formato 3000 docenti ad affrontare il genocidio in parte attraverso le sue guide finanziate in modo indipendente che incoraggiano i docenti a porre domande agli studenti quali “cosa sarebbe la vita oggi se si abolisse il denaro ed il libero mercato?” e “Come ha cambiato il regime la vita dei cambogiani?”
Ma sanno di avere nelle proprie mani una battaglia lunga. “Credo che qualcosa che dite sia accaduto, ma non tutto.” dice uno studente delle superiori di 17 anni durante una recente lezione al S21. “I miei nonni furono uccisi durante la rivoluzione, ma era tanto tempo fa. Credo che ora che vedo queste foto, questi video. Comincio a comprendere un po’ di più.”
Youk Chhang, un importante ricercatore sui Khmer Rossi, dice che è facile sentirsi scoraggiati da questa gioventù apparentemente delusa ma sarebbe un grande errore.
“Il genocidio è davvero difficile da esprimere con le parole. Costringere o attendersi che la gente creda che ciò accadde non è giusto e forse si è un po’ ossessionati col passato.” dice notando che lo sviluppo maggiore che deve aversi in questo dialogo nuovo è “la comunicazione stessa”.
“Il dialogo che vediamo oggi era assente 15 anni fa. Il tribunale ha messo definitivamente il periodo del Khmer Rossi all’attenzione pubblica creando un dibattito pubblico in tutta la nazione. Dovunque c’è una gioia, sospetto e speranza condivisi. E’ la sola istanza che ha incoraggiato una cultura del dialogo che non è mai esistita in Cambogia, e vuol dire che il dibattito nella società è più costruttivo del dibattito nel tribunale. La gente sta finalmente definendo e riflettendo sul significato di giustizia e sul significato di riconciliazione.
Per Sotheary e sua madre, quella riconciliazione potrebbe non arrivare abbastanza presto.

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