CAMBOGIA: La morte di un cambogiano, Vann Nath

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Vann Nath era una figura straordinaria nella vita Cambogiana. Da artista ha sopravvissuto gli orrori completi del regime di Pol Pot dietro le sbarre del centro di tortura e di sterminio di Tuol Sleng. Nel periodo di pace, emerse come chi propone la giustizia in una nazione che era in un profondo e disperato bisogno di essa. E’ morto lunedì all’età di 65 anni.

Vann Naht pittore dei Khmer ROssi

Quando il primo ministro cambogiano Hu Sen cercò aiuto alle Nazioni Unite per stabilire il Tribunale dei Khmer Rossi, i burocrati a New York innalzarono come possibile modello il processo legale del Sud Africa del dopo apartheid. Questo includeva una commissione di verità e riconciliazione.

L’idea di una simile commissione fu rigettata. A porte chiuse si discuteva del fatto che la Cambogia non avesse un capo della stessa razza di Nelson Mandela. Qualcuno che si erigesse al di sopra della politica, che avesse grazia con un incredibile interesse nel cercare la giustizia per i mali passati e che desse un legame profondamente ricercato nel risolvere le differenze sanguinose della storia.

Allora Vann Nath era già ben conosciuto. Era una delle sole sette persone che sopravvisse a Tuol Sleng, dove almeno sedicimila persone, e forse molte di più, furono processate ed uccise. Era stato portato lì in carcere nel 1978 dove vi rimase finché Pol Pot non fu cacciato da una armata vietnamita un anno dopo.

La sua predisposizione artistica lo salvò. A Vann Nath era stato assegnato il compito di lavorare ai ritratti di Pol Pot. Dentro S21, che serviva come quartier generale della temuta Santebal o polizia segreta, le donne venivano mutilate, i loro bambini sequestrati ed uccisi. Scosse elettriche e tortura ad acqua erano apparentemente una cosa usuale. I prigionieri venivano picchiati con regolarità, legati ai letti e in alcuni casi veniva preso loro il sangue per le trasfusioni per i soldati che combattevano nelle campagne. Alla fine, i prigionieri erano portati nei Campi di Sterminio nella periferia di Phnom Penh, randellati fino a morire e gettati in fosse comuni.

Dopo la sua liberazione, Vann Nath catturò su tela le immagini tormentate di quello di cui era stato testimone, e alla fine avrebbe testimoniato contro il suo carceriere Kaing Guek Eav, ossia Duch che ora è in carcere. Ancora più importante la presenza di Vann Nath è stata sentita maggiormente nei prati che si stendono vicino al ECCC. La sicurezza di sé, la capacità di parlare e l’umiltà ricordavano il Mandela dei primi anni del dopo apartheid.

Come uno dei tre sopravvissuti rimasti, insieme a Chum Mey e Bou Meng, Vann Nath era sempre dignitoso ed instancabile, mescolandosi con cambogiani e stranieri di qualunque formazione sociale mentre il tribunale continuava a lavorare.

Chum Mey diceva che la capacità di Vann Nath di mantenere il ricordo delle atrocità commesse dai Khmer Rossi lo aveva reso il più importante, e la sua morte aveva privato la Cambogia di un pezzo importante della sua storia.

Bou Meng aggiungeva che era triste che Vann Nath fosse morto prima di vedere il completamento del secondo processo attualmente in esecuzione contro i capi sopravvissuti. “Una vittima famosa è morta prima di vedere la giustizia. Questo è ciò di cui mi lamento”

Il fratello numero due Nuon Chea, un tempo capo di stato Khieu Samphan, il già ministro degli esteri Ieng Sary e sua moglie Ieng Thirith sono tutti sotto processo con l’accusa di genocidio e crimini contro l’umanità.

Al processo di Duch, un giudice chiese a Vann Nath quello che lui voleva da questo processo. Rispose che voleva qualcosa di reale, giustizia per quelli che morirono durante il regno del terrore dal 1975 al 1979.

“Spero che alla fine del lavoro del tribunale ognuno possa vedere la giustizia” disse. Vann Nath merita questo desiderio.

Articolo di Luca Hunt  tratto da Diplomat

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