CAMBOGIA: Protezione legale alle donne Cambogiane lavoratrici in Malesia

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Abbiamo spesso parlato del problema dei lavoratori del Sudest Asiatico che lavorano all’estero, sia del peso economico che hanno nel garantire laute entrate al bilancio degli Stati, sia per gli abusi di cui sono spesso vittima nei paesi ospiti. Molto famosi sono i casi delle donne indonesiane e filippine abusate in Arabia Saudita. Recentemente è balzata nelle cronache della regione gli abusi commessi contro le lavoratrici domestiche cambogiane, cosa che ha spinto il governo di Hu Sen a sospendere l’invio di domestiche in Malesia. Secondo molti tale divieto è ancora aggirato. Tuttavia resta per lo meno il tratto formale. Humar Rights Watch denuncia con la sua inchiesta non solo i maltrattamenti che le donne subiscono all’estero, ma anche lo sfruttamento che avviene ben prima in Cambogia.

Il gruppo dei diritti umani, Human Rights Watch (HRW),  chiede nuove protezioni lgali per le migliaia di donne cambogiane che lavorano in Malesia come lavoratrici domestiche e che i due paesi devono fare di più per prevenire una vasta serie di abusi che vanno dalla violenza fisica a quella sessuale. Il gruppo ha condotto 28 interviste a donne che erano state assunte come lavoratrici domestiche delle quali la metà ha denunciato di aver sofferto violenze fisiche o psicologiche da parte dei datori di lavoro, emtre altre tre hanno detto di essere state violentate dal proprio datore di lavoro.
La mancanza di assistenza e di protezione legale in Malesia per tante donne cambogiane è il punto in questione. HRW dice che le compagnie di reclutamento in Cambogia con buone connesioni politiche di forza confinano donne di povera estrazione sociale in centri di addestramento per mesi prima di inviarli all’estero. Le compagnie forniscono del contante in anticipo alle famiglie, come pure alimenti e animali, spingendo le donne in un legame di debitore. E addebitano alle donne alti vsti di addestramento che richiedono mesi di lavoro per essere restituiti.
«Ci imbrogliano in ogni passaggio» è il titolo del rapporto che fa capire la scala dei pericoli che queste donne incontrano, dice la ricercatrice di HRW, Jyotsna Poudyal.
«Il rapporto è essenzialmente un resoconto esaustivo di quello che accade quando le donne decidono di viaggiare dalla Cambogia alla Malesia, e documenta gli abusi e lo sfruttamento ad ogni passo del processo di emigrazione.Le nostre preoccupazioni sono essenzialmente che le donne che decidono di emigrare devono essere protette, e questo rapporto esamina i passaggi del reclutamento, ed offre delle raccomandazioni di quello che va fatto per migliorare la situazione.»
Secondo HRW Cambogia e Malesia, come primo passo, devono osservare e ratificare la convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui lavoratori domestici che li protegge dalla violenza e dallo sfruttamento. HRW dice che Phnom Penh deve stendere una legge dell’emigrazione esaustiva che affronti questioni come  il legame da debito, il reclutamento di bambini ed altri abusi comuni nella parte del reclutamento.
Un terzo della popolazione cambogiana vive sotto la linea di povertà, e ci sono pochi posti di lavoro disponibili localmente per gli stimati 300 mila giovani che entrano nel mercato del lavoro ogni anno, condizioni queste su cui cresce lo sfruttamento e da cui traggono vantaggio ditte di reclutamento senza scrupoli .
Il governo cambogiano, in seguito alle denunce dei media che mettevano in mostra gli abusi nei confronti delle donne cambogiane in Malesia, ha annunciato una moratoria per l’invio di lavoratrici domestiche in malesia. Ma Poudyal dice che oltre la sospensione, che sarà temporanea, Phnom Penh ha mostrato pochissimo interesse nell’affrontare il problema.
«Dal nostro punto di vista sembra che il governo voglia promuovere l’emigrazione, ma allo stesso tempo è estremamente riluttante ad estendere le protezioni fondamentali ai suoi lavoratori. Direi che se la Cambogia davvero vuole essere un grande esportatore di manodopera, allora, nel lungo termine, devono risolvere questi problemi.» sostiene Poudyal.
Gli abusi cominciano anche prima dell’arrivo in Malesia. Alcuni recenti perquisizioni nei centri di reclutamento cambogiano hanno rivelato una lunga serie di abusi compreso l’addestramento di ragazzine di 14 anni come domestiche, usando falsi documenti per aggirare i requisiti che chiedono un’età di 21 anni. L’azione del governo è complicata dal fatto che molte ditte di reclutamento sono di proprietà di persone che lavorano nei ministeri del lavoro e dell’interno. HRW chiede al governo di Phnom Penh di incriminare tutte le ditte e gli individui coinvolti negli abusi.
Poudyal dice anche che la Malesia deve rivedere la sua legge sul lavoro che al momento non include i lavoratori domestici. «Chiediamo al governo Malese di rivedere quelle leggi per poter proteggere i lavoratori domestici e rafforzare l’assistenza legale per i lavoratori che sono finiti nel traffico umano, che sono in situazioni di abusi, e poi rivedere essenzialmente il sistema di sponsorizzazione che lega il lavoratore al datore di lavoro. Per esempio se la lavoratrice fugge a causa di abusi, è molto probabile che sarà lei ad essere arrestata o deportata. Due anni fa l’Indonesia vietò i suoi cittadini di lavorare in Malesia dopo le denunce di simili abusi. Quell’azione costrinse la Malesia ad assicurare che ai lavoratori domestici indonesiani fossero garantite la protezioni.»
Ma al momento i cambogiani sono esclusi. HRW sostiene che c’è bisogno di un cambiamento. Sin dal 2008 almeno 40 mila donne e ragazze cambogiane sono state inviate in Malesia come lavoratrici domestiche. Una donna giovane intervistata da HRW ha sostenuto che era costretta a lavorare 22 ore al giorno, che era picchiata e scalciata dal suo datore di lavoro e da sua moglie e che non era stata pagata.
Nessuna delle 28 donne intervistata ha detto di aver ricevuto il salario completo loro promesso, ma di aver ricevuto paghe che erano molto inferiori, mentre alcune non hanno ricevuto nulla.

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