CAMBOGIA: Uomini senza una voce

Listen to this article

Chan Sovann, Touch Rin, Phoin Sroeurn, tre nomi sconosciuti ai più, tre uomini senza una voce, perché sono poche le persone che ricordano che quattro persone sono in prigione per il loro coinvolgimento nel cosiddetto movimento separatista di Kratie.

Kratie Uomini senza una voce

Ad ottobre scorso Mam Sonando, gestore indipendente di una radio, è stato condannato a 20 anni di carcere per un’accusa per cui non sono state presentate prove credibili. Sonando è sempre stato una spina nel fianco del governo che lo aveva arrestato due volte con accuse che in tanti credono siano state fabbricate ad arte ed è stato un prigioniero di coscienza.

Sonando ha il raro potere di raggiungere milioni di cambogiani e potrebbe benissimo usare la sua influenza per perseguire una carriera politica, un uomo che ha osato condividere la sua critica del governo con l’elettorato potente e vulnerabile del paese. Sonando, per dirla chiaramente, è stato il primo obiettivo da abbattere.

Sovann, Rin e Sroeun non sono nulla. Ma scontano una pena di tre anni, cinque anni e dieci mesi rispettivamente. Altri cinque vicini arrestati dopo l’incursione dell’esercito hanno ricevuto sentenze poi sospese in cambio di testimonianze che coinvolgessero gli altri. La moglie di Rin dice che a suo marito era stata offerta la possibilità di una sentenza sospesa ma “sarebbe stato più felice restando in prigione tutta la vita piuttosto che accusare qualcuno che non conosce.”

Trasportati da forze ben oltre la lor portata, i tre sembrano più delle ignare vittime sacrificali e nessuno sa perché siano stati scelti proprio loro.

Differentemente da Bun Ratha che il governo etichettò come il capo, i tre non hanno fatto nessuna prova a diffondere le conoscenze sulla legge della terra. Non erano membri della ONG di Sonando, Alleanza dei democratici. Non erano, per ammissione di chi li conosce, particolarmente attivi. Erano uomini che piantano cassava, la vendono e sostengono le famiglie con quello che guadagnano. Ora sono in carcere.

Ad un giornalista Sreng Pho, moglie di Sovann, dice: “Non ci spero proprio” con le linee sottili attorno ai suoi occhi si fanno profonde e la voce che si innalza quando parla di suo marito. Incapace a contenersi parla ad un ritmo veloce emettendo suoni in competizione.

Per le famiglie rimaste sole gli arresti hanno un costo. Quasi tutte le famiglie che lavoravano sulle terre che il movimento secessionista di Bun Ratha prevedeva che sarebbero state espropriate hanno perso le loro aziende durante la repressione di maggio dello scorso anno, ma le tre donne hanno perso una grande fonte di reddito con la scomparsa dei loro mariti.

“I miei figli lavorano nell’azienda del vicino raccogliendo cassava. Quello che guadagnano non è abbastanza per sostenere la famiglia.” dice Phat Phin, moglie di Sroeun. La coppia ha cinque figli di età tra due e 16 anni. Seduta nella casa di un vicino, Phin gioca distrattamente con la figlia piccola mentre spiega la situazione che i figli più grandi affrontano.

Il ragazzo di 16 anni lavora ogni giorno nei campi dove è raggiunto dal ragazzo di dodici anni quando finisce la scuola. “Devono lavorare tutti e due perché ci troviamo in condizioni difficili” dice Phin.

Per riuscire a sopravvivere Sok Kea è andata a vivere dai genitori di Rin dopo il suo arresto. “Non ce la faccio a stare a casa perché ho paura di vivere da sola” spiega Kea com una figlia di dieci mesi che dondola sulle ginocchia ed un’altra di sei anni accoccolata che guarda il vuoto, senza battere ciglio, come la madre. Ad un giornalista che le chiede se avesse del denaro, risponde fredda: “Se li avessi andrei a visitare mio marito.”

Ogni donna ha visitato il proprio marito due volte dal loro arresto e non sono potute restare in contatto per il costo eccessivo per corrompere la guardia ed usare un telefonino. “Voglio vedere Sovann al più presto perché è ammalato. Tosse ed un problema ai polmoni.” dice Pho che è riuscita ad avere i soldi per il viaggio in dono dagli abitanti del villaggio per andare da Pro Ma a Prey Sar.

E’ il primo in tre mesi per le tre donne. Le ONG locali hanno pagato per loro in precedenza ma ora non ci sono più notizie.

“So che mio marito lavora in prigione piantando vegetali e facendo sedie e tavoli. Tutto quello che so” dice Phin.

Sovann e Rin si sono appellati alla sentenza ma Sreour non se ne è importato visto che il processo potrebbe durare più della sentenza stessa. C’è la speranza di un perdono del re sebbene gli avvocati siano stati cauti in proposito. “Vorrei chiedere il perdono reale per lui, poiché è difficile vivere senza marito” dice Kea ad un certo punto. “Ho chiesto al mio avvocato ma lui dice di non sapere ora se può chiederlo”. Per poter chiedere il perdono del re sono necessarie alcune condizioni, benché flessibili: aver scontato due terzi della sentenza, salute in pericolo, buon comportamento.

Sono nelle condizioni di chiederlo questi uomini? Hanno aiutato a creare uno stato dentro lo stato. Hanno radunato centinaia di famiglie dividendo la terra tra loro e fomentato un violento movimento separatista. Quando 200 persone tra soldati, militari e sicurezza assaltarono il villaggio di Pro Ma il 16 maggio 2012 per reprimere la ribellione, questi tre uomini incitarono gli abitanti ad alzare le loro asce e vanghe in vendetta. Quando le forze di sicurezza aprirono il fuoco uccidendo una ragazzina di 14 anni, fu per rispondere alla violenza generata da Sovann, Rin e Sroeun tra i tanti.

Questa è comunque quello che disse il governo. Dimenticate che nessuno dei tre si conosceva prima, che non avevano visto mai Bun Ratha e non avevano mai saputo di Mam Sonando. Per questi tre uomini, dimenticate che desideravano solo assicurarsi qualche certezza sui loro appezzamenti piccoli di terra che lavoravano da vari anni.

A nove mesi dagli incidenti che gli abitanti definiscono un esproprio violento, le donne dicono che non ha senso. “Mio marito non era coinvolto nell’associazione. Non faceva politica. Talvolta andavo agli incontri di Bun Ratha ma come un normale cittadino.” dice Pho. “Comunque Bun Ratha non era colpevole di nulla. Quello che faceva era di aiutare i cittadini ad avere la terra dalla compagnia. E ci riusciva. E poi loro se le sono riprese, le terre”

Pho Kea e Phin parlano per ore sulla “grande ingiustizia,” fino all’esaurimento. Quando le donne terminano di parlare, la figlia di sei anni di Rin insegue un giornalista per aggiungere qualcosa. “So che mio padre è in prigione. Voglio andare a vederlo” dice con la voce rassegnata come quella della madre. “Mi manca tanto”

May Titthara and Abby Seiff, Phnompehn.post

Taggato su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole