C’è ancora tanta strada da fare per la pace nel Meridione thailandese

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Il 25 agosto i rappresentanti del governo militare thai hanno incontrato una coalizione dell’insorgenza Malay a Kuala Lumpur, la Mara Patani, nel terzo giro di colloqui preliminari mirati a riprendere i colloqui formali di pace.

A luglio si tennero altri due colloqui in segreto da cui è emerso ben poco. Questa volta ne è seguita una conferenza stampa senza precedenti da parte dei rappresentanti dei sei gruppi che comprendono MARA Patani. Il capo delegazione thailandese, General Aksara Kerdphol, immediatamente dichiarò l’incontro un successo.

Mentre sono importanti non ci si deve attendere troppo da questi colloqui che sono solo preliminari, mentre quelli formali c’è ancora tanta strada da fare.

La delegazione di MARA Patani includeva sette rappresentanti: Awang Jabat, Ahmad Chuwo, e Sukri Haree del Barisan Revolusi Nasional (BRN); Ariee Muktar del Pattani Liberation Organization (PULO); Abu Ah Gim Hassan del Pertubuhan Pembebasan Patani Bersatu (PULO-DSPP); Dr Abu Hafez Al-Hakim del Barisan Islam Perbersasan Patani (BIPP); e Abu Yasin del Gerekan Mujahidin Islamiya Patani (GMIP). La fazione del PULO di Samsudin Khan non ha partecipato all’incontro.

A guidare MARA Patani è il BRN, il gruppo più attivo nell’insorgenza del Profondo Meridione al suo 12° anno con 6400 morti e 15000 feriti in totale. Awang Jabat è il presidente mentre Sukri haree fa da capo negoziatore. In questo contesto la sola esistenza di MARA Patani è importante.

I precedenti colloqui iniziati dal governo di Yingluck Shinawatra erano tenuti esclusivamente col BRN. Membri della fazione del PULO fecero scoppiare una bomba sulla Ramkamhaeng il 26 maggio 2013 proprio per prendere posto al tavolo, dove la cooperazione fu bloccata da rivalità.

Foto Reuters

Benché la giunta affermi che i colloqui si bloccarono a causa dello stallo politico a Bangkok scoppiato a fine 2013, per essere poi sospesi a dicembre di quell’anno, la realtà era che l’Esercito Reale Thailandese aveva già represso ogni tentativo del governo di fare concessione ai colloqui; erano già morti praticamente alla fine di agosto 2013, mesi prima dell’inizio dei disordini politici.

MARA Patani fu creata grazie agli sforzi malesi e alle mani di Zamzamin Hashim, ex capo dell’intelligence Malese, che era frustrata dalle divisioni dentro la comunità di Patani.

I membri di MARA Patani non sono tutti uguali. Il BRN comanda la maggioranza delle cellule di militanti sul terreno e nel passato aveva mostrato la propria irritazione quando altri gruppi provavano a conquistare posizioni politiche da una debole posizione militare. Alcuni gruppi come il BIPP non sono coinvolti in operazioni militanti, ma Abu Hafez ha il rispetto e rappresenta la parte ideologica. Hafez ha spiegato che lo scopo di MARA Patani era di “cercare una soluzione politica giusta, comprensiva e sostenibile insieme” e che sarebbe servita come “una piattaforma di consultazione per tutti i movimenti di liberazione di Patani, le organizzazioni della società civile e ONG, politici locali, professionisti ed accademici che siano puliti”. Come tale MARA Patani ha cinque obiettivi immediati. Essi sono:

promuovere unità e sobbarcarsi collettivamente la responsabilità verso la gente di Patani per il diritto alla autodeterminazione; mantenere una lotta fattibile progressiva e continua; creare spazio e opportunità per tutti i movimenti di liberazione di Patani, la società civile e chiunque a far sentire la propria opinione; suggerire e giungere a una decisione collettiva per determinare la posizione politica del gruppo ai colloqui di pace; creare l’opportunità per professionisti e studiosi di dare opinioni, argomenti e prove nei loro campi a sostegno del gruppo di pace; e conquistare fiducia, assistenza e sostegno alla lotta di Patani da parte della comunità internazionale.

E’ importante che ci sia una piattaforma comune all’inizio. Nel 2013 i ribelli erano dappertutto, dando precondizioni dopo che i colloqui erano già iniziati compreso alcuni che sapevano bene che i militari non avrebbero mai accettato. Non solo ora le fazioni parlano con una voce sempre più unica, sebbene non totalmente, ora agiscono in modo più professionale.

MARA Patani ha posto tre precondizioni.

Con la prima domandano allo stato thai che il Profondo Sud sia una priorità sulla sua agenda nazionale. Secondo che il governo riconosca MARA Patani come organizzazione legittima. La terza precondizione è che ai rappresentati di MARA Patani sia data immunità e passaggio sicuro per tutto il meridione.

Sono domande concrete, ragionevoli e funzionali senza delle quali non possono fare il loro lavoro e rappresentare i propri elettori in formali negoziati di pace.

Eppure il governo deve ancora formalmente dare l’assenso ad una di queste richieste facendo notare che “Le richieste sono state ricevute e saranno considerate nel processo”.

Awan Jabat, foto AFP

Un membro della delegazione thai, generale Nakrob Bunbuathong ha detto: “Accettiamo MARA Patani dal momento che parliamo con loro”. Ma non è un riconoscimento formale e finora Prayuth non si riferiva al raggruppamento.

L’insorgenza ha ragione nel provare a costringere a rendere il processo di pace una priorità nazionale. “Porre questa questione nell’agenda nazionale è una cosa importante perché se non lo è non ci sarà continuità nel dialogo”.

Eppure nei suoi 15 mesi di potere, la giunta ha dato pochissima attenzione al meridione thailandese. La violenza, per lo più contenuta sebbene sia stata fatta filtrare con le bombe di aprile 2015 quando una cellula fece scoppiare una bomba a Koh Samui, è irritante ma non è una minaccia esistenziale ai sostenitori dell’elite monarchica e militare.

Questo probabilmente non cambierà se si considerano i problemi che la giunta deve affrontare. Le priorità sono la costituzione, rivitalizzare un’economia moribonda, affrontare l’imminente successione reale e indagare sulla bomba di Bangkok che minaccia l’industria turistica che dà il 10% del PIL.

Per essere giusti il generale Aksara Kerdphol ha detto che avrebbero trasmesso le richieste di MARA Patani al generale Prayuth per l’accettazione, ma finora l’esercito reale thai ha sempre resistito alla minima concessione nel passato. Si spera che questo cambierà ora che sono loro al comando e non sono più i guastatori.

La parte Thai ha emesso le sue richieste: Creazione di una “zona sicura” nel profondo meridione, “sviluppo economico” e “giustizia per tutti”. Sono delle richieste per lo meno vaghe se non proprio minate dalle loro azioni e politiche.

Il governo voleva un posto per ognuno dei 41 distretti delle province interessate che doveva essere libero dalla violenza. Questo poi sarebbe stato espanso.

Per l’insorgenza questa proposta è un non inizio, in quanto avendo meno capacità e risorse non cercano ulteriori limitazioni alle loro operazioni. Quindi proposero una sola zona per l’intero meridione.

Il governo vedeva questa posizione come un segno di buona volontà ma anche di dimostrazione di controllo e comando delle cellule sul terreno. Ma anche l’insorgenza ha qualche preoccupazione sul comando e controllo da parte thai.

Aver delegato la sicurezza ai rangers e ai poco addestrati volontari con il modello Thung Yang Daeng ha portato ad alcuni famosi attacchi, e ci sono anche elementi di guardie armate buddiste che sono accettate o perlomeno tollerate dallo stato thai.

Uno delle proposte governative era “giustizia per tutti” eppure la cosa più irritante è che il governo continua a non assicurare la giustizia alla comunità etnica Malay, dando totale impunità alle forze di sicurezza.

Infatti solo alcuni giorni prima dei colloqui a Kuala Lumpur, una corte di Songkla ordinava all’ufficio del Primo Ministro di pagare 22 mila dollari in risarcimento alla famiglia di un uomo che era morto sotto le torture durante la sua detenzione nel luglio 2007.

Mentre la cosa non aveva precedenti, il rifiuto della corte di raccomandare il processo penale per il personale della sicurezza interessato è qualcosa che suona ancora troppo familiare. Non ci si può attendere che il governo militare possa togliere l’amnistia totale sotto cui operano le forze di sicurezza nel profondo meridione thailandese dal 2005.

Ora la palla del gioco ce l’hanno i thai in mano.

L’insorgenza si è rifiutata di rinunciare alla violenza o di mantenere un cessate il fuoco. Mentre hanno ridotto il numero di attacchi sui civili, non li hanno bloccati nonostante l’affermazione contraria di Awang che sostiene: “Non c’è una politica di attaccare obiettivi soffici. Ci atteniamo a obiettivi duri. Talvolta sono colpiti anche obiettivi soffici ma sono vittime di danni collaterali”. Questo è un nonsenso.

Dal 2009 le forze di sicurezza rappresentano il 40% delle perdite totali. Il 17 agosto sono stati uccisi 19 civili mentre solo 4 dei 17 feriti appartenevano alle forze di sicurezza.

C’è una variazione mensile nella violenza che è causata da tantissimi fattori, dall’accelerazione delle operazioni delle forze di sicurezza, alle ritirate tattiche, al tempo, alla paralisi logistica. Il governo ha riconosciuto per esempio quando la violenza di questo ramadan è scesa.

Mentre è vero, con un minimo nelle prime due settimane con solo 39 vittime a giugno, è salita nelle due settimane finali quando la sicurezza era ancora in forza. Ci furono 105 perdite a luglio dei quali 26 morti, il secondo mese più sanguinoso dal colpo di stato di maggio.

Mentre il numero medio delle perdite è sceso dal 2009, non lo è stato poi di molto perché l’insorgenza ritorna in forza non appena lo ritengono opportuno.

Possono anche uscire dall’area cosa fatta con cautela. Si prenda ad esempio la bomba di Aprile 2015 a Samui che dovrebbe aver inviato un chiaro segnale a Prayuth.

Mentre Awang affermava che l’insorgenza cerca un metodo pacifico, non si illudeva che sarebbe accaduto presto.

Il nostro principio è trovare una soluzione mediante un dialogo pacifico. Speriamo di porre fine al conflitto e promuovere una pace duratura. MARA Patani mira ad un mezzo pacifico di lotta. Per quanto attiene la situazione attuale, si ha bisogno di raggiungere una fase dove entrambi i campi possano fermare i metodi violenti e come si possa giungere a costruire una fiducia e comprensione reciproca.

Un altro punto importate che deve uscire dai colloqui di pace è quello che l’insorgenza ha pubblicamente affermato, quello che si credeva per tanto tempo ma mai confermato che l’obiettivo è la secessione. “La richiesta non è stata espressa nei colloqui di pace questa volta ma è l’agenda principale del gruppo”.

Finché non la si raggiunge, l’obiettivo principale di MARA Patani è di “assicurare che i diritti e gli interessi della gente di Patani siano ascoltati, considerati, discussi e conquistati, in modo consistente, sistematicamente e concretamente …. E’ autodeterminazione, non secessione o separazione”.

Un quarto giro di colloqui è previsto per la fine di settembre con l’obiettivo di aver un accordo firmato che porterà all’inizio dei colloqui formali di pace. Ma anche in quel caso c’è ancora tanta strada da fare per la pace.

La bozza costituzionale del governo thai consolida i poteri nelle mani dei monarchici e delle elite militari che sono totalmente legate al potere politico centralizzato. Non c’è spazio nella nuova costituzione per una devoluzione significativa di potere che possa soddisfare MARA Patani.

E’ inimmagginabile vedere il governo offrire autonomia significativa, politica, linguistica culturale o economica, per paura di un precedente che si verrebbe a creare. Sembra anche improbabile che il governo thai aderisca alle domande del BRN poste nel 2013, come il “riconoscimento dei diritti sovrani dei Malay di Patani sulla loro terra”.

ZACHARY ABUZA, NEW MANDALA

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