Centrale idroelettrica di Myitsone ed il ricatto cinese

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Daw Nan Ja stava per realizzare il sogno di mandare il figlio più giovane al liceo quando fu costretta ad abbandonare la propria casa.

Come tantissimi villaggi birmani, il suo villaggio lungo il fiume Malikha non aveva l’elettricità, ma con la pesca e con l’agricoltura riusciva a provvedere per quanto serviva per vivere.

Ora si mette in spalla una grande cesta che è il doppio della sua corporatura e racconta come a 50 anni sia costretta a farsi cinque chilometri a piedi per raccogliere le foglie di erbe medicinali da vendere per comprare quello che un tempo coltivava proprio appena fuori dell’uscio di casa.

E’ quello che è riuscita ad escogitare di recente per poter sopravvivere nella nuova vita comandata dalla CPI, China Power Investment Corporation.

Nel dicembre del 2009 la CPI ed il governo militare birmano finalizzarono un accordo per usare le terre ancestrali Kachin della famiglia di Daw Nan Ja come sito per la centrale idroelettrica di Myitsone da 6000 MW. In cambio la Birmania avrà il dieci percento dell’elettricità generata dal progetto.

Oltre 2500 persone di cinque villaggi che si trovano nel sito di costruzione della diga devono andarsene. Il governo aveva permesso il lavoro preliminare sul sito sin dal 2006 e quindi Daw Nan Ja come gli altri erano ben consci di cosa li aspettava.

Le dissero che sarebbe stato costruito un moderno nuovo villaggio più in alto dalla parte opposta del fiume con due acri di suolo per ogni famiglia.

Comunque non fu detto che questo nuovo villaggio, Aungmyinthar, sarebbe stato posto sulle terre ancestrali di un’altra comunità storica.

Vogliamo solo coltivarci i nostri alimenti

Daw Nan Ja dice che il piano era stato concepito in fretta e con errori dall’inizio. Solo dopo che le forze del governo chiusero le scuole e le chiese lei e gli altri del villaggio ammisero il proprio destino.

Daw Nan Ja si sentì un invasore quando arrivò a Aungmyinthar. Mentre la gente del posto potettero fare poco per la terra già usata per le case dei nuovi arrivati, loro opposero resistenza nel lasciare la loro terra promessa.

Era un problema immediato perché le persone dislocate non avevano terre per il proprio bestiame. Poiché non avevano soldi per acquistare mangime, molti tornarono con gli animali nei vecchi pascoli vicino al sito della diga. Non molto tempo dopo cominciarono a sparire gli animali, dice Daw Hkawng Nang, altra vittima. Dice che le sue duecento vacche che sparirono dal suo villaggio sono state uccise e mangiate dalla sicurezza del personale cinese.

Provarono a coltivare piccoli appezzamenti nel villaggio o attorno ad esso. “Il suolo era rosso e duro. Anche con il fertilizzante la produttività era bassa” dice Daw Nan Ja.

Dice che le sole cose che crescevano erano “duro lavoro e frustrazione”.

Le famiglie erano distrutte, dice U Mong Ra, un oppositore forte del progetto. “Non c’erano opportunità di lavoro, molte donne emigravano in Cina per lavorare come massaggiatrici e c’erano poche giovani in giro”.

Le sofferenze di chi era stato spostato alimentò le proteste contro la diga particolarmente quando altre 13 mila persone dovettero essere ricollocate a causa dell’allagamento della riserva della diga dove si trovavano i loro villaggi. Crebbero le proteste a livello nazionale anche.

La centrale idroelettrica di Myitsone blocca la confluenza dei fiumi Malihka e Mayka, dove ha inizio il fiume Irrawaddy, il più grande fiume birmano, riverito dai birmani come fonte di speranza e vita.

Si stima che, col suo bacino idrico intatto, sostiene la vita ed il benessere di 34 milioni di birmani, i due terzi della popolazione complessiva.

“L’Irrawaddy è la principale arteria della Birmania e se la si tocca tutto finirà nei guai. Ecco perché siamo del tutto opposti al progetto” dice U Tsa Ji del Kachin Development Network Group.

Aung San Suu Kyi, che allora guidava il movimento democratico birmano ed ora consigliere di stato, era tra a chi domandava il fermo del progetto.

L’opposizione si fece così forte che, nel settembre 2011 appena due anni dopo l’inizio ufficiale, il presidente non eletto birmano Thein Sein annunciò la sua sospensione.

Quelli che erano nel villaggio di Aungmyinthar videro questa decisione come un’opportunità per tornare a casa. Anche se non potevano restare, si potevano sempre riuscire ad avere una fonte stabile di reddito ed una stabilità alimentare curando i propri vecchi campi.

Cinque giorni dopo che Thein Sein annunciò la sospensione per “volontà popolare” disse alle autorità locali di prepararsi per l’inizio di attività in larga scala di miniere di oro dentro e attorno al sito della diga.

Daw Nan Ja dice che erano state già permesse non in modo ufficiali attività di estrazione in piccola scala vicino al suo vecchio villaggio che portarono danni al suolo e all’acqua anche se alcune zone potrebbero essere ancora adatte ad essere coltivate, così sperava.

Governo e CPI non erano comunque interessati ad aiutare le persone colpite, dice Daw Lu Ra, oppositore alla diga. “Sono solo interessati a controllarci e dividerci” osserva Daw Lu Ra.

Daw Ja Hkawng, una delle principali voci locali, dice come la CPI iniziò a dare soldi ogni mese per comprare riso a chi risiedeva nel nuovo villaggio perché non potevano coltivare nulla. A chi invece, come lei, era contrario al progetto queste somme erano negate.

La fame nutre il dovere di protestare.

Daw Ja Hkawng guidà molti altri a parlare con forza lo scorso dicembre quando comparvero le notizie che annunciavano che i lavori di costruzione sarebbero potuti riprendere.

Furono particolarmente arrabbiati dalle dichiarazioni dell’ambasciata cinese in cui si affermava che la gente del posto non si opponeva al progetto.

“Parlano come se non sanno nulla delle nostre proteste. Ci siamo opposti chiaramente ed abbiamo mandato tantissime lettere al governo e tenuto conferenze a Yangoon e Myitkyna” spiega Daw Ja Hkawng. “Abbiamo fatto proteste nell’area di Myitsone ma non ci hanno considerato e hanno agito come se non sapessero che siamo contrari”

Le dichiarazioni di chi è stato colpito dalla diga non sono ambigue, puntualizza: la gente fu ricollocata con la forza in un altro villaggio, divenendo persone dislocate internamente, senza terra da coltivare o possibilità per sopravvivere e, di conseguenza, CPI deve assumersi la responsabilità di assistere quelli colpiti fino a quando non si cancella la diga di Myitsone.

“Noi residenti non vogliamo la diga e saremo sempre contrari. E’ il nostro dovere per le generazioni che verranno. Protesteremo fino alla morte”

U Mong Ra aggiunge che le organizzazioni internazionali sembrano sapere poco delle loro terribili condizioni di vita, e di come la Cina prova ad usarli per promuovere il progetto della diga.

Indica i maggiori sforzi del CPI facendo donazioni alle chiese a Natale e all’Anno Nuovo e promuovendo il completamento di una struttura di addestramento al lavoro dove si tiene un corso di tre mesi in tessitura.

“La nostra gente sono contadini e tutto questo non ci aiuta a sostituire la nostra fonte di reddito” dice U Mong Ra. “I cinesi fanno bella mostra del loro lavoro nel villaggio e fanno fotografie e diffondono disinformazione. E’ ciò che le organizzazioni internazionali vedono”.

fiume irrawaddy

Con poche altre prospettive per arrangiarsi, e la maggiore presenza del CPI nel villaggio vecchio, U Mong Ra ammette che un numero sempre maggiore di persone colpite sono costrette a stare zitte e affidarsi all’aiuto cinese per andare avanti.

“Il nostro problema è la sopravvivenza, il bisogno di alimenti” dice.

Mettendo giù la sua cesta pesante, Daw Nan Ja dice che ora le foglie di erbe mediche sono la maggiore fonte di introiti, ma anche questo finirà presto.

“Altri abitanti del villaggio vengono a raccogliere le foglie. La foresta presto si esaurirà. Non so cosa farò allora, ma di certo non potrò appendere la foto di mio figlio che riceve il diploma al liceo”

Seng Mai, Mekongeye.com

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