Centrali a carbone in Vietnam: riduzione tra diritti umani e debito

Per ridurre la dipendenza dalle centrali a carbone in Vietnam, i paesi sviluppati propongono un partenariato di finanza del clima pubblica e privata a cui il Vietnam resiste per ragioni di debito e di diritti umani.

Al summit del clima COP26 di Glasgow dello scorso anno una delle più grandi storie di successo fu un pacchetto di aiuti da 8,5 miliardi di dollari al Sud Africa per ridurre la sua dipendenza dalle centrali a carbone.

centrali a carbone
Nguyen Huy Kham (Reuters)

Questo pacchetto di aiuti americani ed europei aiuterà il Sud Africa a chiudere alcune delle sue 15 centrali a carbone, a costruire la sua fonte di rinnovabili, a migliorare la sua rete elettrica e a sostenere i servizi per circa 80 mila lavoratori del settore del carbone. In questo modo si accelera anche la transizione energetica per paesi in via di sviluppo usando fondi di paesi industrializzati.

Il programma denominato JETP, Partenariato per una giusta transizione energetica, va oltre il ritmo lentissimo del dialogo sul clima incoraggiando i paesi a fare accordi tra di loro.

Si pensava che il prossimo candidato ad un JEPT sarebbe stato il Vietnam perché vari diplomatici dei paesi del G7 l’avevano proposto durante i colloqui del CO27 in Egitto.

L’annuncio era atteso la scorsa settimana però non si è materializzato, ed ora il governo USA sta per annunciare un accordo JEPT per l’Indonesia per una somma doppia di quella assegnata al Sud Africa il 15 novembre al G20 di Bali.

L’accordo del Vietnam secondo vari gruppi della società civile e vari esponenti, si è infognato nel disaccordo sia interno che internazionale sui diritti umani, il debito sovrano, il ritmo della transizione vietnamita verso l’energia pulita. Esso mostra anche le trappole finanziarie e politiche che minacciano una soluzione veloce al cambiamento climatico anche quando sono in ballo tantissimi soldi.

Vietnam vuole sovvenzioni, non debiti per chiudere le centrali a carbone

Il primo problema dell’accordo con il Vietnam era la mancanza di soldi. A inizio 2022 i diplomatici europei e inglesi che negoziavano l’accordo con il Vietnam proposero un pacchetto da 5 miliardi di dollari, molto inferiore a quello del Sud Africa, nonostante le sfide ugualmente costose e complesse del Vietnam.

“Il Vietnam si è sentito davvero offeso da quell’offerta” dice Julia Behrens dell’ufficio del Clima della ONG tedesca Friedrich Ebert Stiftung.

Il secondo scoglio era legato al tipo di finanziamento. Quando comparvero ad ottobre i dettagli della struttura finanziaria dell’accordo del Sud Africa, era chiaro che appena il 3% dei 8,5 miliardi era sotto forma di sovvenzioni. Il resto erano prestiti, la metà dei quali fatti ad un tasso inferiore a quelli di mercato ed il resto a tassi commerciali regolari.

In altre parole l’accordo richiede che il governo sudafricano e l’ente governativo Eskom si assumano miliardi di dollari a debito.

Da parte sua il Vietnam è riluttante ad accettare pacchetti che richiedono di accettare una quantità significativa di debito pubblico, indipendentemente da quanto era sottoposto a tassi favoriti. Ma c’è poca ragione per pensare che saranno possibili altri accordi, dice Jake Schmidt del Natural Resources Defense Council: “Non riesco ad immaginare che gli USA e gli altri paesi abbiano trovato tanto denaro per concessioni che non siano riusciti a trovare per il Sud Africa.”

Vietnam mette la museruola ai militanti del clima

Il governo vietnamita ha creato un altro punto di contesa. Mentre il ministero dell’ambiente vuole accelerare la costruzione delle rinnovabili, secondo Behrens, gente importante del ministero dell’industria e commercio non hanno alcuna fretta di lasciarsi alle spalle i combustibili fossili o firmare un accordo in tal senso.

“Il governo vietnamita è perennemente diviso su come deve andare avanti la transizione energetica” dice la direttrice Julia Behrens. I paesi donatori non vogliono comunque accettare un accordo che non obblighi il Vietnam a cancellare alcuni progetti di centrali a carbone che sono in fase di pianificazione e che non fissi obiettivi di riduzione più stringenti in linea con gli obiettivi del riscaldamento globale dell’Accordo di Parigi, secondo Jake Schmidt.

Nel frattempo sono stati messi in silenzio da una repressione sulla militanza ambientalista vari gruppi della società civile che avrebbero spinto i politici vietnamiti a cercare un compromesso.

A febbraio un militante contro le centrali a carbone in Vietnam Nguy Thi Khanh, che vinse nel 2018 il prestigioso premio per la difesa dell’ambiente Goldman, è stata arrestata con accuse di evasione fiscale, ritenute false da molti sostenitori. Lei resta in carcere insieme ad altri esponenti ambientalisti vietnamiti di spicco.

Gli arresti hanno avuto un effetto raggelante sui gruppi della società civile riducendo la loro possibilità a partecipare al processo di pianificazione. In questo modo non solo si manca la possibilità di pianificare migliori politiche più eque finanziate con i soldi del JETP, ma si rischia di far saltare dall’acronimo JEPT la parola “giusta” facendo perdere credibilità al processo agli occhi di chi lavora nel carbone e alle comunità locali che dovrebbero avere i benefici.

“Se si vuole che questo tipo di accordi abbia successo è necessario che tutti gli strati societari partecipino. Non si può avere fiducia nella capacità del Vietnam di realizzarlo se tutti gli esperti maggiori sono in carcere” dice Schmidt.

Gli accordi del JETP sono ancora un promettente risultato dei summit COP

Il nuovo accordo dell’Indonesia nel frattempo avrà le sue difficoltà. Le sue centrali a carbone sono più nuove di quelle sudafricane e quindi il loro decommissionamento anticipato sarà più costoso.

Poiché il paese ha già un debito pubblico di quasi 500 miliardi di dollari, alcuni analisti temono che l’accordo servirà solo a far arricchire le compagnie occidentali di energie rinnovabili e di rete mentre accrescerà il debito indonesiano.

Nonostante le loro imperfezioni gli accordi JEPT sembrano essere una delle vie più efficaci con cui possono collaborare diplomatici del clima dei paesi in via di sviluppo e sviluppati. Questi accordi JETP non sono tecnicamente un risultato del processo COP ma permettono di bypassare parte della burocrazia ONU e lavorare in piccoli gruppi su obiettivi specifici per soddisfare agli obiettivi dell’accordo di Parigi.

Sono in preparazione altri JEPT con India e Senegal e ci sono buone opportunità , secondo vari osservatori, che l’accordo con il Vietnam possa trovare la luce per la fine dell’anno.

Camilla Fenning, esperta di finanza del Clima presso la E3G, dice che è fondamentale che si scrivano questi accordi in modo che il denaro pubblico liberi maggiori quantità di investimento privato. Senza di esso qualunque combinazione di prestiti e concessioni pubbliche sarà molto inferiore del finanziamento necessario per effettuare una transizione energetica rapida e giusta.

“I JEPT sono riusciti a mettere attorno ad un tavolo le parti principali e nulla è riuscito a farlo in modo così efficace. Ma se si perde la credibilità del processo allora i soldi di certo non seguiranno”

Tim McDonnell, QZ