Charlie Hebdo e la dinastia Lee a Singapore

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Sei persone che sono state condannate dal Governo di Singapore su vari aspetti della libertà di espressione hanno scritto una risposta alla luce dell’attacco al periodico satirico Charlie Hebdo a Parigi.

Sono il militante Hui Hui, un blogger Roy Ngerng, l’avvocato dei diritti umani M Ravi, il regista Martyn See ed il segretario del Reform party Kenneth Jeyaretnam.

Il 7 gennaio il mondo fu testimone di un attacco grottesco contro il settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi. Due estremisti massacrarono non solo 12 giornalisti e civili innocenti, ma attaccarono le fondamenta del vero cuore della democrazia e della civiltà: una stampa libera e la libertà di espressione.

I capi della comunità internazionale e i disegnatori di tutto il mondo hanno condannato l’attacco e hanno inviato le loro condoglianze. Speriamo che tutto il cordoglio e solidarietà hanno mostrato ai terroristi che si trovano sul lato sbagliato della storia e che le loro azioni non avranno successo nel deragliare il progresso della libertà.

Tra gli attentatori più più tenaci della libertà di espressione e della democrazia è la dinastia Lee a Singapore. Iniziò proprio con il primo primo ministro della Singapore indipendente, Lee Kuan Yew che senza la minima vergogna mise in galera i propri oppositori politici e chiuse la stampa libera rimpiazzandola con media di proprietà del governo e da esso controllati. Usò false accuse per rimuovere il primo parlamentare dell’opposizione JB Jeyaretnam dal parlamento e lo imprigionò con un’azione che il consigliere privato della corona definì un grave fallimento della giustizia.

Quando non fu abbastanza per impedire a Jeyaretnam di fare domande dure e chiedere il resoconto di quello che facevano, Lee Kuan Yew e i suoi ministri andarono avanti usando la legge repressiva di Singapore sulla diffamazione come un’arma politica per portarlo alla bancarotta finaziaria. Oggi il figlio di Lee Kuan Yew, l’attuale primo ministro Lee Hsieng Loong, continua l’assalto con tutte le sue forze usando però metodi appena differenti.

La scorsa settimana Lee Hsieng Loong scrisse una lettera al primo ministro francese esprimendo la sua condanna per gli attacchi brutali. Questa settimana il Primo ministro Lee è in tribunale per denunciare uno dei suoi cittadini di aver sollevato domande scomode sulle finanze del suo governo.

Come gli estremisti a Parigi il primo ministro Lee Hsieng Loong non riesce a tollerare una stampa libera o la libertà di parola. Mentre i terroristi a Parigi avevano i Kalashnikovs come arma di loro scelta, le armi di Lee Hsieng Loong sono un sistema elettorale iniquo e antidemocratico che forma un parlamento zeppo di amici stretti, leggi oppressive che hanno rimosso i diritti alle fondamentali libertà di assemblea ed espressione, un sistema giudiziario che non è indipendente e dei media controllati dallo stato, i soli media permessi.

Questo arsenale si è dimostrato almeno efficace come le armi in una guerra contro la libertà di espressione.

Sul piano internazionale Lee condanna gli attacchi di Parigi. A casa cita in giudizio il blogger Roy Ngerng per diffamazione. Comunque questa accusa di diffamazione è solo una coperta per il suo obiettivo reale che è impedire a Roy Ngerng e gli altri di fare questioni sulla gestione del governo dei fondi pensione della gente. Lee ha anche accusato il blogger e l’attivista dei diritti gay Alex Au di disprezzo della corte. In precedenza ha messo in carcere il disegnatore satirico Leslie Chew e l’autore Alan Shadrake e ha vietato i film sconvenienti politicamente che parlavano delle vittime dell’oppressione di suo padre. La lista può continuare. Gli attacchi sono pervasivi e sostenuti. E sono efficaci.

Attraverso questi ed altre persecuzioni Lee ha creato un clima di paura a Singapore. L’autocensura è la prima regola. Chiunque osa alzare la propria penna rischia di ricevere un colpo pesante dall’apparato dello stato: si può andare in prigione, finire senza un soldo, cacciato dal proprio lavoro, cacciato dagli amici e descritto sui media dello stato come un lunatico estremo. Questa storia va avanti da 50 anni e gran parte della gente ha imparato a tenere chiusa la propria bocca.

E’ un fatto triste che gli attacchi contro i media indipendenti e liberi a Parigi non siano accaduti a Singapore. No perché non accadono omicidi a Singapore, ma poiché non ci sono giornalisti e disegnatori satirici a sufficienza da uccidere.

Gli autori di questa lettera si trovano essi stessi, o attraverso membri delle proprie famiglie, ad essere sul lato di chi riceve l’assalto alla libertà di espressione della dinastia Lee.

Chiediamo un immediato fermo alla persecuzione continua di Lee Hsieng Loong contro disegnatori, blogger, autori, registi e altre voci che osano sfidare la sua presa sul potere.

Chiediamo anche l’abolizione immediata delle leggi il cui unico scopo è mettere la museruola ai critici della dinastia Lee. A questo deve seguire il ripristino delle condizioni per elezioni libere e giuste, di media indipendenti, di una commissione elettorale che non sia controllata dal primo ministro e una fine dell’uso o la minaccia di ritenere le risorse dello stato per intimidire e influenzare i votanti.

Chiediamo ai capi di stato del mondo e alla gente che hanno condannato i terroristi a Parigi: condannate anche il primo ministro di Singapore, Lee Hsieng Loong e l’attacco del suo governo sulla libertà. Dicono che gli amici possono essere onesti tra loro. Siate amici della gente di Singapore, della libertà e democrazia e chiedete una fine immediata all’assalto della dinastia Lee alla libertà di espressione e alla stampa libera.

#JeSuisCharlie – we are all Charlie.
Han Hui Hui, attivista, Roy Ngerng, blogger, M Ravi, avvocato dei diritti umani, Martyn See, regista, Alan Shadrake, autore ed ex giornalista, Kenneth Jeyaretnam, segretario generale del Reform Party

ASIASENTINEL

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