Chiude il grande bordello Dolly ma cresce il rischio dell’HIV

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Nel 2013 il sindaco di Surabaya in Giava Orientale, Tri Rismaharini chiuse due distretti a luci rosse della città. A giugno ha chiuso Dolly, uno dei maggiori complessi a luci rosse nel sudestasiatico. Ma mentre la sua campagna è fatta in nome della Moralità Pubblica, le ricerche mostrano che la chiusura dei bordelli espone i lavoratori del sesso ad un rischio dell’HIV maggiore e che c’è bisogno di rivedere gli interventi per l’HIV.

«Ora se qualcuno domanda dove sta il distretto a luci rosse di Surabaya, dobbiamo dire dappertutto» ha detto Mbak Ida che lavorava contro l’HIV a Dolly per venti anni, dove lavoravano un numero imprecisato tra mille e 2000 lavoratori del sesso. «Ma le stradine vuote non significano che il commercio sessuale è scomparso ma solo disperso.»

La prostituzione non è illegale di per sé in Indonesia, il che vuol dire che chi ci lavora ha una qualche protezione, anche se solo per chi sta nei bordelli o lontano dalla vista. Per chi lavora per  strada o in locali pubblici c’è sempre il rischio della violenza o della polizia.

Mentre i bordelli indonesiani applicano strette misure di sicurezza, come un test regolare per HIV, altri sostengono che tali programmi violano i diritti dei lavoratori del sesso e coltivano comportamenti di dipendenza. Con tanti bordelli chiusi, chi lavora per la prevenzione dell’HIV si sta sforzando di cambiare il proprio approccio.

Il dipartimento municipale di Surabaya per la salute ha provato a mettere sulla mappa i luoghi più frequentati dove i lavoratori del sesso si radunano da condividere con chi lotta contro l’HIV. Comunque l’impatto di questi sforzi sono limitati perché i punti di aggregazione cambiano velocemente e talvolta si spostano su altre isole.

Secondo Mbak Ida, «Ora che più gente sta per proprio conto, non sappiamo più dove ritrovarli e ci basiamo su informazioni personali, telefonate, dicerie.»

Nel 2012 la commissione dell’AIDS indonesiana in un suo rapporto notava che i lavoratori del sesso che non erano in un bordello «Sono in una situazione svantaggiata per l’accesso all’informazione, alle cure ed ai servizi».

Da quando Dolly ha chiuso a luglio, Susi, una lavoratrice del sesso di 34 anni, lavora presso un sito in costruzione guadagnando quasi 33 dollari al mese, una frazione dei suoi guadagni a Dolly.

«Trasporto pietre ed il mio corpo è sempre indolenzito» dice e sue colleghe sono ex clienti, ma non si prostituisce più. «Non posso farlo fuori di un bordello poiché ho troppa paura di negoziare il prezzo e i preservativi» dice. «Molti dei miei clienti al bordello mi chiedevano di non usare il preservativo. Talvolta lo facevo e mi facevo pagare un sacco ma potevo contrattare perché sapevano della regola del preservativo. e Potevo sempre chiedere alla sicurezza di sbatterli fuori. Ora non so più come fare ed il salario qui non è abbastanza per sempre».

Uno studio sulla salute pubblica di molti anni sui lavoratori del sesso di Surabaya pubblicato nel 2014 diceva: «Le lavoratrici del sesso che stanno per strada sono soggette alla repressione legale, mentre quelle dei bordelli tipicamente non sono soggette a tale applicazione della legge.»

Il rapporto congiunto sul Il lavoro sessuale e la legge nell’Asia Pacifico a cura del programma di sviluppo dell’ONU del 2012 e di altre agenzie dell’ONU, spiegava:

«La polizia usa il reato di vagabondaggio del codice penale come base per colpire le lavoratrici del sesso di strada ed i lavoratori dei progetti che distribuiscono preservativi.»

Wiwek Afifa, segretaria di Giava Orientale della Commissione Nazionale sulla violenza contro le donne, spiega che la tolleranza storica del governo indonesiano dei distretti a luce rossa era in parte una forma di pragmatismo.

«Il governo ha una storia di lavorare a fianco a fianco con protettori e gestori di hotel per far sì che i lavoratori del sesso siano almeno al sicuro» dice spiegando che i bordelli erano abbastanza orientati al controllo, con una gestione che permetteva alle lavoratrici del sesso un tempo limitato di libertà.

«Era il riconoscimento della cultura patriarcale che gestiva il luogo ma era pragmatico».
Mbak Ida ha detto di aver incontrato lavoratrici del sesso di strada arrestate dalla polizia e richiuse per mesi con torture nei centri di riabilitazione. «C’è una ragione per cui le donne preferiscono i bordelli. Sanno che i padroni del bordello hanno un incentivo a tenerle al sicuro e a farle sentire bene.»

«Una volta al mese il dipartimento della salute veniva a fare il test dell’HIV» dice Susi «I magnaccia ed i padroni dei bordelli dicevano che dovevamo farli se non volevamo essere cacciate. Così lo facevamo. Non dovevamo pianificarlo perché sapevamo che arrivava» Nello studio del 2014 si legge: «Le lavoratrici del sesso dei bordelli a Surabaya sono state oggetto del controllo delle infezioni a trasmissione sessuale e della promozione del preservativo per più di trentanni.»
Putin, un membro del Forum Komunikasi Masyarakat Lokalisas Surabaya che rappresenta gestori e padroni di bordelli, ha detto che sin dalla chiusura del bordelli di Surabaya tutti quelli che lavorano nell’industria fanno di tutto per mantenere le entrate.

«Ora poiché le professioniste sono sparite, talvolta i padroni degli hotel chiedono a donne a caso per strada se sono disposte a fare sesso qualche volta per fare soldi. Alcune dicono di sì ma si tratta di un tipo di persona differente. Non è una professionista. Non è chiaro se conosce l’igiene sessuale perché nei bordelli si insegnavano e applicavano certe cose».

Ma lo spostamento verso strade meno sicure non è il solo problema. Secondo alcuni il modo che i bordelli gestiscono la salute delle lavoratrici può crare alla lungapiù rischi.

Il piano d’azione strategico nazionale sull’HIV e AIDS per il 2010 -14 per l’Indonesia promuove l’uso del preservativo al 100%. La strategia, chiamata 100%CUP, coinvolge la registrazione e il monitoraggio delle lavoratrici del sesso dei bordelli.

L’approccio è stato popolare tra i gestori dei bordelli e le amministrazioni locali e i dati suggeriscono che si sono avuti degli impatti. Secondo un’indagine statistica del 2011, il 47% delle lavoratrici del sesso, che vivono su questo lavoro, dicono sempre che usano il preservativo, contro il 35% di quelle per cui questo lavoro non è la fonte di reddito e che raramente appaiono nei bordelli.  Il rapporto mostra che soli il 25% delle lavoratrici della seconda fascia aveva mai avuto un contatto chi lavorava per combattere HIV, mentre oltre la metà delle dirette lo aveva.
La strategia del «100CUP» è stata criticata ripetutamente per ché portava ai test forzati di HIV.

Secondo le agenzie dell’ONU sull’AIDS «i programmi di preservativi che fanno affidamento all’applicazione di misure obbligatorie di controllo da parte degli organi sanitari, della polizia o dei gestori possono essere controproducenti alle risposte dell’HIV».

Dice Mbak Ida: «Abbiamo potuto creare una reale differenza per le lavoratrici dei distretti a luce rossa perché siamo stati finanziati allo scopo. E’ dove i piani e le azioni sono state mirate.»


« Abbiamo bisogno di trovar modi in Indonesia per rendere disponibili, accessibili e accettabili i servizi della salute ai lavoratori del sesso sul principio della non discriminazione e del diritto alla salute». ha detto Cho Kah Sin della UNAIDS Indonesia facendo eco agli standard della WHO secondo cui l’accesso universale ai preservativi è più efficace delle misure regolatrici come il test obbligatorio delle lavoratrici del sesso.

IRIN

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