Ci sarà più violenza per tutti in Birmania dicono i Rohingya dal Bangladesh

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I Rohingya dal Bangladesh hanno paura per i loro familiari ancora in Birmania e per le prospettive di un loro ritorno

La rifugiata Rohingya Mozuna Khatu è stata felice all’inizio quando ha sentito che la leader birmana Aung San Suu Kyi era stata arrestata.

“Preghiamo Iddio che forse possiamo tornare a casa ora” dice a VICE in uno dei tantissimi campi di rifugiati del Bangladesh, dove vivono oltre un milione di Rohingya dopo essere stati cacciati dalle loro case in Birmania in differenti ondate di violenza di stato.

Rohingya in Bangladesh
Campo Kutupalong per Rohingya rin Bangladesh Photo: AFP

Ma quando capì che i militari avevano preso il potere, la sua opinione cambiò velocemente. “Abbiamo perso tutto a causa dei militari. Se sono loro al potere non possiamo tornare nella nostra terra”

Le sue reazioni parlano dell’eredità inquieta di Suu Kyi il cui arresto di lunedì ad opera delle forze armate ha proclamato il ritorno del governo della giunta in Birmania, che ora è sotto il controllo del potente comandante in capo Min Aung Hlaing.

Il rifiuto di Suu Kyi di condannare i militari per la loro violenta espulsione della minoranza Rohingya musulmana nel 2017 le ha procurato le scarse simpatie in uno dei più grandi campi di rifugiati al mondo, dove le restrizioni ad un accesso ad internet hanno significato che le notizie hanno avuto difficoltà a raggiungere quelle stradine polverose delle abitazioni densamente accatastate nel Bangladesh meridionale.

“Non sosterremo mai Aung San Suu Kyi. Ma da essere umano mi dispiace per lei” dice un uomo seduto davanti ad un negozietto di tè.

Più di ogni altra cosa, comunque, i Rohingya temono che il golpe significhi che diminuiscono le possibilità di tornare a casa ed ancor meno di essere trattati da cittadini con Min Aung Hlaing che è stato accusato di aver presieduto il genocidio contro la minoranza musulmana.

Fu il generale che una volta descrisse i Rohingya in Myanmar come “un affare incompleto”.

Minara, una leader nei campi, ha passato il lunedì mattina a provare a contattare i parenti in Myanmar dopo aver sentito le notizie. Come ogni altro rifugiato, è è preoccupata per il futuro:

“Cosa accadrà ai nostri figli se non potremo tornare?”

La sua amica Afrosa, che come Minara ha solo un nome ed ha fondato Rohingya Women for Justice and Peace, dice che prova pietà per tutti in Birmania nonostante la mancanza di sostegno dalla gente quando furono cacciati dalle loro case.

“La gente in Birmania non provò compassione per noi nel momento in cui soffrivamo. Ma io ho compassione per loro” dice Afrosa. “Abbiamo ricevuto una preparazione sulla pace e la giustizia nei campi. Non pare che Min Aung Hlaing ne abbia ricevuta alcuna”

I rifugiati hanno espresso le proprie paure non solo per i propri parenti a casa ma per tutti gli altri nella Birmania di maggioranza buddista.

“Ci sarà più violenza per tutti. Indipendentemente da quale religione professano, la gente vivrà maggiore violenza” dice un altro uomo che non ha dato il proprio nome per paura di non poter tornare più in Birmania.

L’Unione degli Studenti Rohingya del Bangladesh ha condannato il golpe sulla loro pagina Facebook ed hanno scritto: “Liberate Suu Kyi e la democrazia”

In un post dedicato ai suoi “fratelli e sorelle birmani” Mayyu Ali, poeta Rohingya rispettato e leader giovane, ha invitato all’unità nella lotta contro i militari.

Ma a mostrare quanto complesse siano le emozioni che percorrono la comunità, il capo locale Mohib Ullah dice di essere ottimista sugli eventi perché i militari possono agire in modo più deciso per aiutare i Rohingya, nonostante tutti gli anni in cui li hanno cacciati dal paese e li hanno privati dei loro diritti.

“Non ci piace il golpe. Sosteniamo la democrazia. Ma sia il governo che i militari in Birmania sono nemici comuni dei Rohingya” dice. “Ora i militari possono decidere facilmente di ridarci la nostra cittadinanza. Quando Aung San Suu Kyi era al governo, doveva parlare a tanta gente prima di prendere le decisioni”

Il ministero degli esteri ha detto in una dichiarazione alla Reuters che gli sforzi dei rimpatri dei rifugiati continueranno.

La maggioranza dei rifugiati non sembra comunque avere troppe speranze sulla prospettiva di tornare a casa in sicurezza.

“Come potremo tornare a casa ora” domanda Zafor Alom, uno degli imam dei campi. “Prego per la Birmania. Il mio cuore è ancora lì”

Ed Aung San Suu Kyi?

“Sono nato in Birmania. Dovrei pregare anche per lei” dice con un sorriso stanco.

Verena Hölzl, VICE

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