A cinque anni dalla repressione di Ratchadaprasong, secondo Pavin

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Il mese di maggio 2015 è molto significativo per la Thailandia ma forse non per le giuste ragioni. Il 19 maggio ha segnato esattamente cinque anni da quando i militari thai, sotto un ordine del primo ministro Abhisit Vejjajiiva, lanciò una repressione brutale contro i manifestanti delle magliette rosse che domandavano di ridare il potere agli elettori in nuove elezioni. Abhisit era accusato di aver preso il potere in modo illegittimo con un governo di minoranza che aveva il sostegno dei militari. Le repressioni portarono a 99 manifestanti uccisi ed oltre 2000 feriti.

Sono passati cinque anni ma nessuno è stato mai incriminato per le uccisioni dei dimostranti. La cultura di impunità si è profondamente radicata nella società thai.

E’ scioccante che coloro che furono responsabili di quelle morti cinque anni fa hanno ora il potere politico. Lo scorso anno, il 22 maggio i militari lanciarono il golpe che rovesciò il governo eletto del premier Yingluck Shinawatra. Dopo mesi di proteste contro Yingluck i militari intervennero in politica, a dir loro, per impedire che la Thailandia sprofondasse in un nuovo giro di violenze politiche.
Ma in realtà i militari lottano per prendere il controllo della imminente successione reale, un evento che si porta molte incertezze. Su questa base è un falso l’affermazione dei militari di lavorare per promuovere una maggiore democratizzazione in Thailandia e per spingere verso riforme politiche. E’ evidente che il comitato di stesura costituzionale attuale serve ad assicurare ai militari e loro sostenitori la possibilità di controllare il sistema elettorale. Quindi sebbene le elezioni possano avvenire l’anno prossimo, il risultato potrebbe non riflettere quello che la maggioranza dei votanti vogliono.
Con questo processo i militari sponsorizzano la stesura della costituzione designata a rafforzare le istituzioni extraparlamentari, come Senato e Organizzazioni indipendenti, contro governi eletti. La costituzione sostenuta dai militari stipulerà che non c’è bisogno di eleggere ogni futuro premier aprendo la strada ad “un esterno” prescelto dai militari. Il capo del golpe e autonominato primo ministro Prayuth Chanochoa potrebbe quindi ritornare a capo del governo dopo le elezioni. Inoltre i futuri membri del parlamento possono essere candidati indipendenti proprio per rompere il dominio delle politiche detenuto dai grandi partiti politici, come quello di Thaksin. Potrebbe emergere nelle prossime elezioni, così, una colazione di governo debole e lasca.
Da questa prospettiva, le elezioni prossime non risolveranno la crisi politica, riportando invece il paese nel circolo vizioso in cui le elite di sempre hanno continuato a farsi scherno della voce della maggioranza degli elettori. I militari hanno annunciato che non ci saranno referendum sulla costituzione e c’è quindi da aspettarsi che il periodo post elezioni un’ondata di protesta contro la struttura politica potrebbe riversarsi di nuovo per le strade di Bangkok.
Allo stesso tempo la società thai lavora sotto un clima di paura. Mentre si è abolita la legge marziale, la si è sostituita con l’articolo 44 che da poteri totalitari ai militari. Di conseguenza gran parte dei thai non possono esprimere le loro idee specie per chi la pensa differentemente dai militari. Molti civili sono sotto processo nelle corte marziali, mentre i diritti umani fondamentali sono violati.
In questa situazione, la Commissione dei diritti umani ella Thailandia continua ad essere politicizzata. Ha rifiutato di affrontare questa serie violazione di abusi. L’ignoranza da parte di questa istituzione non così indipendente ha portato ad una maggiore fiducia da parte dei militari di tenere la società sotto pressione. Insieme a ciò l’aumento dei casi di lesa maestà prova lo stato di crisi dei diritti umani.
Le magliette rosse, che non possono dimenticare cosa è successo ai loro cari nel 2010 a Rathcadaprasong, sono oggetto di pressione da parte delle autorità di stato, nel nord e nordest, per rompere la presunta rete delle magliette rosse. Sono percepiti come nemici dello stato. Il fatto che sostengono da sempre i Shinawatra ha aggiunto un senso di sospetto negli occhi del governo militare.
E’ una sfortuna per il paese, in particolare, che l’attuale movimento democratico di cui alcune magliette rosse sono parte, debba sottostare alla repressione da parte dello stato. Ci vorranno anni perché ritorni quel movimento delle magliette rosse e questo colpirà il percorso democratico della Thailandia.
Ma l’impatto non si limita solo dentro le frontiere thai. L’incertezza politica getterà il paese nel pantano causando un impatto sulla regione. Per anni il successo economico della Thailandia le ha permesso di avere un grande ruolo nella regione, come un centro di imprese chiave integrate fortemente con la catena di rifornimento globale. Ma l’instabilità politica, almeno dal golpe del 2006, ha rafforzato la stanchezza degli investitori esteri. Alcune grandi imprese giapponesi hanno ricollocato parti dei loro investimenti in Thailandia in altre zone della regione, come Indonesia e Vietnam. Gli attuali golpisti hanno provato alacremente a riportare la fiducia negli investitori nella economia thailandese, come pure a cercare il loro sostegno del regime militare. La stabilità economica è un fattore chiave per la sopravvivenza della giunta thailandese.
Il gioco internazionale della politica si presenta come un ostacolo ed un vantaggio per il governo militare. Usando le loro relazione forti con i paesi vicini, come quelli nell’ASEAN e verso la Cina, per contrastare le sanzioni dei governi occidentali, la giunta ha diversificato con successo le sue opzioni di politica estera. L’infusione di legittimazione da parte dei vicini, in questo caso, potrebbe aiutare a prolungare la vita del regime di governo militare che non contribuirà positivamente alla situazione politica nel lungo periodo.

PAVIN CHACHAVALPONGPUN, Prachatai.org

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