Come salvare la democrazia e la scelta di Pheu Thai

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Gli elettori dell’Isaan hanno una lunga storia di sconfitte di coalizioni vincenti alle elezioni e l’amato Pheu Thai, dopo le batoste subite da vari golpe militari e giudiziali, si trova davanti alla scelta di salvare la democrazia e il blocco democratico oppure scegliere di fare un governo diverso, se ha una scelta vera da fare.

Il risultato elettorale del maggio 2023 ha rivelato la possibilità di un nuovo tipo di Thailandia: una democrazia attuale che vede la realizzazione di un nuovo tipo vibrante di politica capace di affrontare le diseguaglianze di sempre. Molti thai hanno osato sperare.

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insolito politico thailandese Pita

Ma la prospettiva finale era predeterminata. Il senato nominato dai militari era stato posto nella costituzione del 2017 per distorcere ogni risultato elettorale in qualcosa che assicurasse il dominio politico continuato dei militari con la visione bangkokcentrica e di elite che rappresenta.

La grande vittoria elettorale per la democrazia

Il risultato elettorale è senza precedenti per tante ragioni. E’ stata la prima volta che c’erano due grandi partiti politici democratici, Move Forward e Pheu Thai che hanno ricevuto il 49,94% del voto popolare nelle circoscrizioni.

E’ meno di quanto Thaksin ricevette nel 2005, quando furono messe in dubbio le sue credenziali democratiche. Ma è più del 47% di quando il Pheu Thai divenne chiaramente identificato come democratico alle elezioni 2011. Ed è significativamente più del 39% del voto popolare dei due partiti insieme nel 2019.

Quello che emerge dalla quota proporzionale. Se il voto nella parte maggioritario può essere il risultato della politica locale o di passate affiliazioni, gli elettori votano di cuore quando ne hanno la possibilità dando i due terzi del voto a questi due partiti. Se poi combiniamo il voto con gli altri partiti democratici il totale sale al 72%. Gli elettori hanno scelto un futuro democratico per la Thailandia.

Allo stesso momento i partiti legati ai militari sono stati ripudiati con forza. Il Palang Pracharath che guidava la passata amministrazione ha avuto 11% del voto maggioritario ma è stato scelto solo dal 1,4% degli elettori. Il premier facente funzione era scappato dal partito verso un nuovo partito militare UTP che con tutte le risorse dello stato ha preso il 20% del voto maggioritario e un misero 14 % del voto proporzionale.

Il voto dell’Isaan: la solida scelta di salvare la democrazia

Nell’Isaan il voto è stato ancor di più spostato verso i partiti democratici. Il PTP ha vinto il 36,5% del voto maggioritario mentre MFP ha avuto il 21% e tutti i partiti democratici hanno avuto il 63% del voto. Il BJT che collaborava con i militari è stato il terzo partito nella regione.

I partiti democratici hanno avuto 4 voti su cinque dall’Isaan divenendo sempre più popolari man mano che ci si allontana da Bangkok: Khorat 77%, Maha Sarakham 83%, Sakon Nakhon 81%, Bueng Kan 84%, Udorn Thani and Nong Bua Lam Phu 86%.

Persino in Buriram dove PTP e MFP sono stati sconfitti dal BJT in 10 seggi maggioritari con il 48% del voto contro il 45% del PTP e MFP, gli elettori di Buriram hanno cambiato la loro fedeltà verso i partiti democratici con 64% del voto proporzionale contro il 20% del BJT.

I partiti democratici hanno vinto in modo particolare nella periferia thailandese come Isaan e Nord, ed anche nel Profondo Meridione thailandese il MFP è arrivato secondo in ogni ogni seggio nel voto proporzionale.

Il risultato ha visto anche una rarissima congruenza tra le vittorie democratiche a Bangkok e nella periferia suggerendo la possibilità di un ripensamento e di nuove coalizioni che potrebbero forgiare nuovi modi di affrontare la disuguaglianza tra centro e periferia.

Le elezioni non sono state mai così chiare e nette in una storia altre volte desolante del paese dove i partiti autoritari sono stati pesantemente umiliati.

La pretesa di legittimità

Le elezioni del 2023 sono state un risultato correttivo che alla fine getta un ponte tra la Costituzione del 1997 con le sue speranze di democrazia. La causa di questo abisso è stata l’ostinata riluttanza di un elettorato risvegliato a dare legittimità politica all’intervento di istituzioni decisamente antidemocratiche come l’esercito e la monarchia. Gli strumenti di intervento sono stati i colpi di Stato del 2006 e del 2014.

Dopo aver perso del tutto il filo del discorso, l’élite di Bangkok ha lottato per rimettere il genio nella bottiglia. Priva di immaginazione, ha scommesso contro il futuro e ha puntato sulle istituzioni. La leadership, in tutta la sua presunzione ed egoismo, ha confuso la soppressione del dissenso come un segno della propria popolarità.

Nel frattempo, la maggioranza della popolazione è stata un serbatoio crescente, pieno di risentimenti. L’ultimo governo eletto di Yingluck cercava di sistemare il disordine creato dal golpe del 2006, quando è stato rovesciato dal colpo di Stato del 2014. Sperava di eliminare gli elementi antidemocratici introdotti dalla Costituzione del 2007 e di riportare il regime legale della Thailandia sui binari tracciati da quella del 1997. Il colpo di Stato del 2006 fu illegittimo, quello del 2014 ancora di più.

I capi militari e quello che hanno creato non sono mai stati visti come legittimi e c’era solo attesa per poter tornare a continuare la storia democratica.

I militari erano in una narrazione tutta loro: i protagonisti, certo, ma anche il principale pubblico. Come eroi della loro stessa narrazione, i leader militari non potevano immaginare quanto fosse pacchiana la loro performance agli occhi della grande maggioranza.

Questa autoillusione deve essere stata alla base della decisione del regime di modificare la legge elettorale in modo che, oltre al voto per il candidato della circoscrizione, gli elettori votassero anche per il partito e i suoi candidati designati per il primo ministro. In questo modo il voto si è trasformato in un referendum sul governo a guida militare e sul primo ministro. E i militari devono aver saputo cosa dicevano i sondaggi, continuando però a credere in una loro vittoria.

Questa particolare situazione ha creato le premesse perché il governo militare si comportasse male.

Calcoli autoritari

Il governo militare credeva troppo di una sua vittoria aperta nelle elezioni del 2019. All’inizio appariva che i partiti militari per loro sorpresa non avevano parlamentari a sufficienza per fare un governo. Ci volle un mese di macchinazioni matematiche per presentare una formula che permise ad una serie di micropartiti di avere un seggio.

Il governo è stato talmente spaventato dal sorprendente successo del nuovo Future Forward Party (FFP) che ha dovuto ricorrere a un’ottusa sottrazione: cancellare il partito. Entro sei mesi dalla formazione del governo, con l’aiuto della commissione elettorale nominata dai militari e della Corte costituzionale, è riuscito a far sciogliere il partito e a bandire i suoi leader dalla politica.

Ma il problema non scomparve. Lo scioglimento del FFP portò alla sua resurrezione come MFP che nel giro di qualche mese è diventato l’ispirazione di una nuova generazione che avrebbe spinto i confini di ciò che pareva politicamente e concettualmente possibile. MFP da parte sua ha creato un elettorato del tutto nuovo di nuovi elettori.

In preparazione delle elezioni del 2023, il governo ha modificato le circoscrizioni elettorali e ha dato soldi ai candidati. Sfortunatamente per l’esercito, sembra che abbia supervisionato elezioni pulite, come dimostra la sua scarsa performance. Il MFP ha ottenuto il 26% dei voti nelle circoscrizioni, il PTP il 25% e i due partiti militari insieme il 21%.

Ma è nel voto di partito che i partiti militari scompaiono, ottenendo solo il 14% dei voti rispetto al 38,5% del MFP e al 29,3% del PTP.

Nell’Isaan, i partiti militari, anche se combinati, sono stati scelti solo dal 6,4% degli elettori della regione, rispetto al 76% del PTP e del MFP, con una differenza di quasi 12 volte.

Ritorno alla cosa sicura: il senato di nominati.

Non c’era modo per il governo militare di manipolare i numeri di una sconfitta così sonora. Questo era stato previsto: l’intero scopo della Costituzione del 2017 era costituito dalle disposizioni secondo cui:

1) i militari stessi avrebbero nominato il Senato;

2) che il Senato avrebbe avuto il ruolo decisivo, più o meno, nel determinare chi sarebbe diventato il primo ministro; e

3) che la composizione del Senato e il numero di membri (250) sarebbero stati interamente nelle mani dei militari per cinque anni, sufficienti a decidere l’esito delle prime due elezioni (2019, 2023).

In questo modo, anche se i partiti militari dovessero risultare insufficienti alle elezioni, come sicuramente accaduto nel 2023, avrebbero potuto fare di tutto e semplicemente barare per mantenere il potere.

Ma i militari avrebbero potuto anche leggere i segnali avendo tutte le possibilità di dimostrare il proprio valore in cinque anni di dittatura e in quattro anni di governo semi-eletto. Hanno semplicemente fallito. Infatti, anche con i pieni poteri, la quota di voti dei partiti sostenuti dai militari è addirittura diminuita dell’11%. Era giunto il momento di ammettere la sconfitta, fare buon viso a cattivo gioco, stringersi la mano e lasciare che il vincitore prevalesse.

La vecchia guardia ha iniziato le manovre per minare la legittimità del MFP, accusandolo essenzialmente di tradimento, secondo la formula: il fatto che il MFP voglia emendare la legge che protegge il monarca significa che vuole cambiare lo status della massima istituzione, il che a sua volta significa che vuole cambiare la forma di governo, come specificato nella sezione 49 della Costituzione, “regime democratico con il re come capo di Stato”.

Un’altra manovra da sempre valida è far sì che i tribunali dissolvano il partito per un qualche incerto pretesto legale.

Nel frattempo, la carta vincente è la forza bruta dei numeri: un candidato a Primo Ministro ha bisogno di 376 voti del Parlamento completo. Il Senato, non eletto e non controllabile, dispone di 250 voti. Solo altri 126 voti sono necessari alla Camera dei Rappresentanti, ovvero solo il 25% dell’organo eletto.

Questo numero potrebbe essere facilmente raggiunto dai due partiti a base militare e da uno solo degli altri due maggiori partiti della coalizione alleata dei militari. Questa coalizione, però, è stata appena espulsa e conta solo 188 deputati, ben al di sotto dei 251 voti necessari per scongiurare la minaccia di un voto di sfiducia.

L’esito probabile è tanto inimmaginabile quanto discutibile. Poiché il Senato è stato progettato per essere impermeabile alle pressioni dell’opinione pubblica, in altre parole non risponde ad un elettorato, ed è impossibile formare una coalizione senza il MFP o il PTP, l’unico risultato possibile è che uno dei due partiti si unisca ad almeno due partiti che hanno sostenuto il governo militare per raggiungere 251 deputati.

Poiché sembra che il Senato nel suo complesso abbia deciso di bloccare il MFP, solo il PTP può entrare in questo odioso patto.

Anche se il PTP riuscisse a preservare qualcosa della coalizione pro-democrazia e a evitare di includere un partito militare, la coalizione perderebbe la sua valenza democratica dovendo avere come partner il BJT e il Partito Democratico. Sarebbe ancora più doloroso se dovesse guidare una coalizione con i partiti militari.

Sarebbe una triste e amara testimonianza delle distorsioni politiche create dal Senato il fatto che il partito che ha vinto le elezioni alla fine perda e che, nella migliore delle ipotesi, debba stare all’opposizione insieme ai due partiti militari che ha sconfitto in modo così netto.

Salvare la democrazia e la scelta di Pheu Thai

Dipenderà dal PTP decidere la propria eredità storica. Ha le credenziali per perseverare nella democrazia e forse alla propria rovina nel breve periodo?

Sarà attirato da qualche promessa come il ritorni di Thaksin in Thailandia e scegliere di fare il gioco dei militari?

In questo caso se tradirà il proprio impegno verso la democrazia ci sarà una spaccatura nel partito? E alla fine una rottura nell’alleanza democratica, cosa che l’elite di Bangkok ha sempre sperato?

Il popolo thailandese ha parlato forte e chiaro quando ha dato un sostegno schiacciante al blocco di partiti liberali e progressisti. Con il ruolo del Senato, il successo di questo blocco sembra ironicamente contribuire alla sua stessa caduta: i suoi partiti hanno ottenuto così tanti seggi che almeno alcuni di loro devono far parte della coalizione di governo. Ma il Senato sta facendo tutto il possibile per evitare che ciò accada, escludendo il MFP.

Si è arrivati a una prova di nervi. Il Senato può cercare di impedire ai vincitori delle elezioni di scegliere il proprio candidato come primo ministro. Il Senato può porre il veto, ma se il blocco democratico riesce a tenere la linea, non ci potrà essere un nuovo governo. È ora che il Senato assuma una posizione storica e lasci che siano i vincitori eletti a governare la democrazia.

David Streckfuss, TheIsaanrecord

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