Compagnia di Gesù Filippina in un caso di pedofilia

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La Compagnia di Gesù Filippina vive in questi giorni il suo primo scandalo di pedofilia dopo che un ex studente di una scuola di gesuiti ha denunciato di essere stato sessualmente abusato da un gesuita 30 anni fa.

La vittima che ora ha 46 anni è nato e cresciuto a Zamboanga e si era convertito, all’età di 15 anni, al cattolicesimo su invito di un gesuita che allora insegnava a Zamboanga. Ha detto di essere stato abusato qualche centinaio di volte tra il 1984 e il 1987.

E’ la prima denuncia a raggiungere l’ordine dei gesuiti filippino e si stanno facendo indagini preliminari che accertino le accuse.

La Compagnia di Gesù è il più vasto ordine religioso della chiesa cattolica e gestisce varie università e scuole superiori. Arrivarono nel 1581 nelle Filippine, con i colonizzatori spagnoli, e furono messi al bando nel 1768 per ritornare nel 1859.

compagnia di gesù filippina

Lo stesso Papa Francesco, esso stesso gesuita, ha parlato sulla questione degli abusi sessuali e il 27 settembre scorso a Filadelfia ha detto: “Peccati e crimini di abuso sessuale di bambini non devono più essere tenuti segreti e nella vergogna”. La chiesa sosterrà la continuata cura e “sarà sempre vigile per proteggere i bambini di oggi e di domani.”

Il 16 novembre Padre Antonio Moreno della Compagnia di Gesù filippina ha inviato una lettera alla vittima degli abusi dicendo: “Per compassione, ma senza voler svuotare le indagini in corso, ti offro aiuto professionale e assistenza in tutte le sue forme. Per poter definire che tipo di assistenza è necessaria, propongo che ci sia una valutazione indipendente della tua situazione attuale per poter affrontare le tue problematiche.”

La vittima afferma che al di là della colpa individuale deve essere affermata anche la “colpa istituzionale” e quindi far rispondere alla Compagnia di Gesù Filippina degli abusi subiti da minore.

L’attenzione alla vittima

L’ostacolo del caso è che la persona accusata è morta ad agosto di quest’anno. Inoltre dal momento che al tempo degli abusi nn era stato ordinato prete ma era un seminarista gesuita o uno studente di teologia.

Secondo le linee guida della Conferenza dei vescovi cattolici delle Filippine, CBCP, del 2003, sugli abusi sessuali e la cattiva condotta da parte del clero, le spese della terapia della vittima sono a carico del singolo religioso. Sulla base di questo documento si gestiscono i casi di abusi sessuali.

“Per pura carità la diocesi, dentro le sue possibilità, assisterà finanziariamente il processo di cura delle vittime se chi ha fatto il reato ne ha bisogno. Poi chi ha commesso l’abuso dovrà rimborsare la diocesi delle spese nella gestione del caso”.

Sia Moreno che colui che fa le indagini, Padre Jose Quilongquilong, hanno sottolineato che il benessere della vittima è fondamentale.

La vittima che poi si è convertito alla Iglesia ni Cristo vuole le scuse pubbliche dalla Compagnia di Gesu Filippina e i danni che pur ammontando a 16 milioni di dollari sono stati ridotti a 10 milioni di dollari.

“Dovreste essere attenti a me. Quello che mi è accaduto non può essere tradotto in denaro. Non potete ripristinare il danno fatto alla mia mente” ha detto la vittima, che ora vive in Australia. “Voglio che paghino, che chiedano perdono e andiamo avanti. La giustizia ha varie forme, il risarcimento è solo una delle forme … Negli USA una compagnia è andata in bancarotta. C’è la paura che altri si faranno avanti come un effetto domino.”

Il primo incontro

La vittima, Luca il nome di convenienza, ricorda il suo primo incontro nel seminario gesuita il 16 settembre 1984. Ha perso il padre biologico alla scuola elementare e vede nel gesuita “un potenziale padre adottivo”.

Lo studente di scuola superiore doveva essere battezzato a marzo del 1985 in una cappella della Residenza Gesuita di Zamboanga, ma quei mesi di catechesi presunta per prepararlo alla conversione divennero invece un’esperienza che lo avrebbe danneggiato per sempre.

L’amicizia iniziò quando fu introdotto come un attore di una azione teatrale. “Facevamo pratica e fu così che iniziò. Mi disse che mi avrebbe aiutato nella conversione ma invece di insegnamenti ebbi solo sesso orale. Mi dava denaro e andavamo fuori a cena.”racconta Luca.

Due settimane dopo il primo incontro, fu invitato ad una uscita nel fine settimana in una casa degli studenti. Dopo cena, Luca dovette bere dell’alcol finché non divenne ubriaco. Poi furono portati il reggente e i due studenti nella stanza da letto unica che dovevano condividere.

Fu lì dopo la mezzanotte che accadde il suo primo battesimo nelle mani del seminarista gesuita. Il giorno dopo non riuscì a parlare, per la vergogna, di quello che era accaduto. Accadde una cosa simile il mese seguente nella Residenza Gesuita di Zamboanga e gli atti sessuali si sarebbero ripetuti praticamente tutti i fine settimana di ottobre, novembre e dicembre del 1984 fino a marzo 1985. Sarebbero poi ripresi nel dicembre1985 e continuare sporadicamente nel 1986.

Anni dopo Luca dice più volte di essere “confuso” e di non sapere cosa fare. Verso i 18 anni cominciò ad essere ansioso sulla relazione, un sentimento fastidioso su cui non sapeva che fare.

Non c’erano lezioni di catechismo alla Loyola House quando fu portato a Manila ed introdotto come figlioccio che si doveva battezzare alla chiesa cattolica. La sua famiglia aveva avuto fiducia nel gesuita tanto da permettergli di portare Lucas fino a Manila.

Quando Luca provò ad affrontarlo nel maggio 1987, specialmente dopo averlo visto con un altro ragazzo nella Arvisu House, il prenoviziato gesuita gli disse: “Va bene prova a parlare, nessuno ti crederà”.

“Mi sentivo in debito verso di lui e pendevo dalle sue parole e dalle sue promesse, che più in là nella mia vita, trovavo raccapriccianti e riprovevoli” racconta Luca. Proprio questa sensazione di disgrazia ce lo spinse a divulgare quello che ha tenuto nascosto per anni.

La rabbia nascosta

Gli ci vollero tre anni per guardare in faccia i suoi segreti più profondi. “Escono fuori dopo 28 30 anni, sviluppano la rabbia per dirlo e guardare in faccia il demone” dice Luca riferendosi ad altre vittime di abusi sessuali come lui.

Nel suo caso, dopo 23 anni di matrimonio che rischiava di naufragare, riuscì a trovare la forza di comunicare ancora col suo violentatore durante il nuovo anno cinese del 2015. Pensava che il piacere del matrimonio lo avrebbero aiutato a superare la sua rabbia repressa, ma si scoprì a picchiare la moglie, minacciarla con un coltello e a gridare con tutta la sua voce. Dopo solo due anni la loro relazione non era più così benedetta come sperava e pensò di divorziare nel 2014.

In precedenza era stato in cura da uno psichiatra dal 2000 al 2003 e gli fu detto di soffrire di evocazioni di infanzia.

“Ma chi sei? Sei stato abusato?” gli chiedeva la moglie che, per sua fortuna, era un insegnante speciale e le fu più facile riuscirlo a comprendere.

“Un gesuita una volta disse che talvolta è meglio soffrire in silenzio che agire; l’azione viene quando dio vuole. Ho 46 anni ora. Ho sofferto e sono stato calmo per 25 anni. E’ vero il tempo di agire viene secondo il tempo di dio ed è proprio ora”.

Era il 19 febbraio 2015 e chiamò il suo violentatore per telefono, lasciando aperta la connessione per fare ascoltare sua moglie.

Luca gli disse: “Ricordi cosa ti dissi? E’ questo il momento, ti posso affrontare.” Dopo pochi giorni ricevette una email dal suo violentatore. Erano passati tanti anni dalla loro ultima discussione.

La data era del 22 febbraio e la email era stata condivisa con i gesuiti che indagavano.

“E’ con grande tristezza, dolore e pena, soprattutto, umiltà che ti scrivo questa lettera in risposta alla tua mail. So che questa lettera non toglierà le pene e i dolori che hai passato tutti questi anni, ma dopo aver preso coraggio, proverò nei miei modi goffi.” inizia la mail.

Lo scrittore che aveva lasciato i gesuiti per diventare prete diocesano continuava: “Sono vecchio ora e voglio essere in pace con te per prima cosa, con dio e me stesso.”. Aveva lasciato nel 1998 i gesuiti per ragioni non note dieci anni dopo essere stato ordinato.

Nella email che si dice essere stata mandata a Luca si legge: “Avrei dovuto farlo tanto tempo fa, ma non ho avuto né la possibilità né il coraggio di comunicare con te quanto mi senta dispiaciuto per l’ingiustizia che ho fatto, la sconsideratezza, imprudenza, mancanza di controllo, indifferenza e arroganza, nel non capire le conseguenze delle mie azioni. Ecco perché spero e prego che mi permetterai ancora di supplicare e chiederti di PERDONARMI. Con il danno inimmaginabile e insopportabile che ho causato a te e alla tua famiglia, so di non meritare mai il perdono. Nelle mie preghiere di questi anni passati, ho anche chiesto perdono a dio e son dispiaciuto per tutti gli altri peccati che ho commesso”.

Fu per Luca una chiara ammissione di colpa, una base forte per chiedere il risarcimento. Nei mesi successivi avrebbe scoperto che la persona che accusava di abusi era esso stesso vittima di abusi presumibilmente da un altro gesuita. Il ciclo continuava e Luca era il recipiente finale, come lo fu per un periodo la moglie.

Ma era poco per calmare quello che provava di sé. Dalla residenza gesuita di Zamboanga alla Arvisu House alla Loyola House vissel’abuso sessuale per quasi tre anni e testimoniò almeno un atto sessuale.

“E’ nauseante, sporco, ho perso rispetto per i preti” dice in una intervista dove ricorda quello che vide anni prima. Invece di diventare un cattolico Luca scegli di convertirsi alla Iglesia ni Cristo seguendo sua moglie che già lo era.

L’abuso sessuale è forse ma piaga moderna della chiesa cattolica che è stata accusata di nascondere e difendere chi ha abusato invece di aiutare le vittime abusate dal clero.

Nelle Filippine, una stima molto grossolana e vecchia parla di un 3% di preti che possono aver commesso crimini sessuali tra i quali abuso di minore, relazioni ed omosessualità.

Nel 2002, il presidente della CBCP Orlando Quevedo avrebbe detto che 200 dei 7000 preti avrebbero commesso abusi sessuali tra gli anni 80 e 90.

Il presunto violentatore di Luca, compreso nella statistica, provò a risarcire per quello che aveva fatto. Dopo la loro conversazione di febbraio si dice abbia detto a Luca: “Dammi il numero di conto di tuo figlio e farò un deposito”. La comunicazione tra i due fu interrotta dalla morte del violentatore questo anno.

I danni

Nei due incontri del responsabile provinciale dei Gesuti gli avvocati di Luca chiesero 16 milioni di dollari, una cifra ritenuta incredibilmente alta date le circostanze del caso. Si dice che ci siano i negoziati in corso.

Secondo Padre Jose Quilongquilong i gesuiti avevano offerto 600 mila dollari contanti come “assistenza”, una somma in attesa di una indagine indipendente su quello che realmente accadde.

“E’ parte della nostra responsabilità morale, nel vedere il caso, abbiamo riconosciuto che la persona è sofferente anche se chi l’ha commesso è morto. Da parte della Compagnia sentiamo di voler offrire quello per aiutarlo.”

La valutazione coprirebbe gli effetti sul lavoro, le relazioni, il risarcimento cercato e anche il trattamento psichiatrico. Una indagine completa, dice Quilongquilong, avrebbe impiegato mesi se Lucas fosse stato più cooperativo ed aperto. “non anni” dalla volta che ci fu la comunicazione ufficiale con Moreno il 15 ottobre.

“Non ci fu portata all’attenzione in 30 anni e volete che abbiamo una parola certa e prendere una decisione in 30 giorni?” chiede Quilongquilong indicando la difficoltà di andare incontro alla richiesta con una risposta veloce.

Pur avendo letto la narrazione di Luca e la email dell’ex gesuita a Luca, l’investigatore dice che “era molto specifica” e che gli faceva considerare che fosse “molto probabile” che gli abusi fossero accaduti come presunto.

Quando accade, Quilongquilong dice, la risposta della chiesa deve essere azione immediata poiché c’è una violazione di fiducia durante la “relazione ministeriale”

Responsabilità

Al di là del risarcimento, Luca vuole che siano ritenuti responsabili gli superiori e gli amministratori della Loyola House e della Arvisu House del tempo. Perché fu permessa l’estesa presenza di un esterno, un minore, permettendo così che l’abuso accadesse?

“In retrospettiva tali permanenze allora come ora sarebbero state fortemente proibite specialmente quando si tratta di un minore” dice Luca che passò tre giorni alla Loyola Hose ed un mese e mezzo alla Arvisu House

Lui definisce gli amministratori come coloro che hanno permesso, complici del violentatore. Si mantenevano calmi e guardavano in altra direzione persino quando lo vedevano, un minore, condividere una stanza, per lungo periodo, in un luogo dove non sarebbe dovuto esserci”.

Nel suo Memorandum del 19 novembre a tutti i gesuiti filippini Moreno diceva: “Seguendo i nostri protocolli, abbiamo rivisto tutti i nostri dati e non abbiamo trovato prove che i superiori sapessero di una cattiva condotta sessuale da parte dell’accusato in quegli anni che fu gesuita. Altri gesuiti sono stati menzionati nella denuncia per non aver fatto nulla per prevenire l’abuso. Ma nelle nostre indagini iniziali abbiamo trovato che le persone menzionate erano completamente all’oscuro di un abuso sessuale che coinvolgevano l’accusato e il denunciante”

Una congregazione religiosa come la Compagnia di Gesù può essere portata a rispondere degli abusi che sono accaduti? Quilongquilong spiega: “Se il superiore sapeva, e non ha fatto nulla, il superiore è responsabile”

Quando hanno visto i dati, non c’era nulla portato all’attenzione dei superiori di un abuso. La colpa è “con intenzione” dice Quilongquilong. Macome si fa a provare l’intenzione?

Cambiamenti

Negli anni 80 era una situazione differente e la coscienza dei “confini” era inesistente, nell’opinione di Quilongquilong. “Quel tempo, prima di questa coscienza dei limiti ed altro, parte della cultura filippina, chiunque era … benvenuto a stare in una stanza… La coscienza di certi confini non era chiaramente osservata. Non erano solo i gesuiti ma una pratica diffusa nei posti di permettere alle persone di stare in una stanza specialmente se la persona era introdotta come un figlioccio o parente”

A quei tempo le stanze dei prenoviziati erano stile dormitorio e c’erano due o tre novizi per stanza. “Parlando strettamente, la stanza privata non era davvero la struttura allora. Quando nel 2000 tutti questi casi di abusi sessuali vennero a galla il protocollo e la coscienza dei confini, l’integrità del ministero divennero più chiari”.

Nella Compagnia di Gesù Filippina questi cambiamenti emersero solo cinque anni fa. Oggi ogni gesuita ha una copia di un libretto “Integrità nel ministero” emesso solo 3 anni fa, dice Quilongquilong che continua a sperare che la linea di comunicazione tra Lucas e La Compagnia di Gesù Filippina resti aperta per far proseguire le indagini.

Luca, visibilmente stanco, chiede giustizia e vuole andare oltre.

Chay Hofilena, The Rappler

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