Conflitti storici del Sud Est Asiatico oscurati dal conflitto birmano

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Nel 2021 si è assistito ad un raffreddamento dei conflitti storici nel Sud Est Asiatico che il golpe in Birmania e la successiva guerra civile hanno in parte oscurato.

Dal golpe del 1 febbraio 2021, le forze armate birmane hanno ucciso almeno 1375 persone. Nello scontro contro il NUG, governo di unità nazionale e le tantissime forze armate etniche, i militari birmani, o Tatmadaw, hanno colpito pesantemente la popolazione civile specialmente negli stati etnici Chin, Kaya e nella regione del Sagaing, radendo al suo villaggi interi e portando al massacro di civili.

massacro di Moso

Per la brutalità impiegata dal Tatmadaw e la diffusione della guerra civile nel Myanmar dopo settembre 2021, è stato ragionevole aver perso di vista ciò che è successo negli altri conflitti storici della regione.

Ribelli Rohingya e Arakan

Nonostante la guerra civile nel Myanmar, l’ARSA, Esercito di solidarietà dei Rohingya dell’Arakan che appoggia il NUG, non è stato uno dei fattori.

Un gruppo rivale, l’Arakan Army buddista, non si è unito al NUG e agli altri gruppi armati che partecipano alla guerra civile del dopo golpe, scontrandosi però con le forze del Tatmadaw in scontri limitati nonostante aver accettato alla fine del 2020 un cessate il fuoco con il Tatmadaw.

L’Arakan Army buddista ha approfittato del fatto che il Tatmadaw è occupato con gli altri conflitti per consolidare il potere politico e accrescere la propria autonomia, minacciando il Tatmadaw di riprendere le ostilità complete se dovesse provare a sopprimere questa autonomia, cosa al momento che il Tatmadaw non ha la forza di fare.

L’ARSA da parte sua si muove per consolidare il proprio comando nei campi di rifugiati nel Bangladesh, dove i rifugiati Rohingya sono destinati a stare finché non si raggiunge una soluzione al conflitto.

Secondo esperti dell’ONU l’ARSA sarebbe responsabile di aver ucciso un militante Rohingya di primo piano insieme ad altri sei nei campi di Cox’s Bazar, dove i militari del Bangladesh provano a controllare la sicurezza dei campi Rohingya.

Ribellione nel Profondo Meridione Thailandese

Nel 2021, l’insorgenza nelle province thai di frontiera a maggioranza malay è rimasta particolarmente bassa con 34 persone uccise e 48 ferite, con un conto totale che è il più basso da quando il conflitto riprese a vivere nel 2004.

All’inizio dello scorso anno i ribelli del BRN annunciarono un cessate il fuoco umanitario unilaterale per permettere la lotta alla pandemia del COVID-19. Sebbene a luglio 2020 la violenza sia ripresa, non c’è una fine formale a quel cessate il fuoco.

A settembre scorso il BRN invitò alla ripresa della violenza con un post dei Media sociali in cui invitava i combattenti a “riprendere le operazioni di autodifesa” perché “le forze di sicurezza del Siam hanno fatto incursioni ed esecuzioni sommarie nonostante le difficoltà del COVID”.

Nel frattempo il Profondo Meridione ha sorpassato in quanto ad infezioni il resto della Thailandia e ad ottobre 2021 solo il 33% della sua popolazione era vaccinata, il tasso più basso del paese. E’ un segno della chiara esitazione della popolazione locale verso i vaccini insieme ad una sfiducia nel governo Thai che ha mostrato finora di non dare molta priorità alla fornitura di servizi sociali nella regione di frontiera.

Ad agosto la violenza si è intensificata e da allora ci sono stati 19 attacchi con esplosivi improvvisati, pari a tutti gli attacchi con esplosivi del 2020. Gli omicidi mirati sono crollati dal 2020 ma sono ripresi a crescere negli ultimi cinque mesi.

Obiettivo primario del BRN sono sempre le forze di sicurezza Thai che hanno subito 25 perdite di vita umana e 38 feriti, tra poliziotti, soldati e ranger, mentre sono 11 i civili uccisi e sei i feriti.

Ci sono stati 14 scontri a fuoco prolungati con le forze di sicurezza che furono 16 nel 2020. Ma emergono alcuni di questi scontri a fuoco con militanti che non si sono arresi negli scontri prolungati nel distretto di Sai Buri a Pattani, a Krong Pinang a Yala e uno scontro durato 17 giorni a Bacho a Narathiwat.

In tutti questi casi la pubblica opinione ha attaccato le forze di sicurezza per aver usato una sproporzionata forza di fuoco.

I militanti sono stati poi seppelliti con esequie per i martiri a testimonianza che il sentimento generale è ancora contrario al governo thai.

A dicembre il governo malese ha annunciato un incontro in presenza tra i rappresentanti dello stato thai e il BRN per gennaio 2021 per la prima volta in due anni. A causa del basso livello di violenza però è improbabile che lo stato thai faccia delle concessioni facendo sì che l’insorgenza continui come prima.

Estremismo indonesiano

Nella nazione musulmana più popolosa al mondo il 2021 iniziò con la nota amara nella lotta al terrorismo col rilascio da parte delle autorità indonesiane del capo del Jamaah Ansharut Daulah JAD, gruppo legato al Califfato Islamico, Abu Bakar Bashir, che aveva scontato 11 dei 15 anni della sentenza. Sebbene sia rimasto alquanto reticente continua ad avere un seguito vasto.

C’è stato solo un grosso attacco terroristico quando una coppia giovane si fece saltare in aria nella cattedrale di Makassar nelle Sulawesi Meridionali ferendo 20 persone. Solo la coppia rimase uccisa insieme al futuro nascituro di 4 mesi. Questa coppia era legata ad un’altra coppia che si era fatta saltare in aria a Jolo nelle Filippine Meridionali a gennaio 2019.

Nel complesso ci sono quattro tendenze importanti nel terrorismo indonesiano per il 2021.

Primo, il JAD continua a indebolirsi sia per risorse che capacità operative e dopo le bombe a Makassar ha subito l’arresto di quasi 30 persone.

Seconda cosa, le forze di sicurezza indonesiane hanno preso in seria considerazione la rinascita di Jemaah Islamiyah con l’arresto di tanti membri del JI nel 2021, come se fossero membri del JAD, anche se non hanno fatto attacchi dal 2011.

Le forze di sicurezza indonesiane non considerano più JI uno svincolo per i gruppi del califfato islamico e sono preoccupati seriamente della capacità di resistenza e delle risorse del gruppo.

Ci sono inoltre segnali che JI, che non ha mai rinunciato alla violenza, pensi a riprendere gli attacchi militanti con l’arresto a marzo di un membro di JI addestrato in Afghanistan che aveva creato un campo di addestramento a Malang, Giava Orientale, per nuovi membri JI.

A questo fatto si lega la terza tendenza con l’infiltrazione delle organizzazione governative da parte di Jemaah Islamiyah. Le forze di sicurezza hanno arrestato col sospetto di fare parte del JI un membro del Comitato della Fatwa del Consiglio degli Ulema Indonesiani.

La quarta tendenza è che il gruppo legato al califfato islamico del MIT, i Mujahidin dell’Indonesia Orientale, sebbene ridotti di numero, hanno continuato a terrorizzare la popolazione locale nella regione storica di Poso nelle Sulawesi centrali, perché avrebbe fornito notizie alle forze di sicurezza. Poso resta importante per ogni gruppo militante indonesiano.

Il volatile meridione filippino

Anche nell’inquieto Meridione Filippino la violenza ha raggiunto il minimo storico. Il MILF continua ad applicare l’accordo di pace nella BAARM, regione autonoma Bangamoro.

A causa della pandemia e del difficile compito di approvare la legge di applicazione e la legge elettorale, il parlamento filippino ha esteso il potere della BTA Bangsamoro Transition Autority al 2025 quando si terranno le elezioni del governo regionale.

Mentre ci sono state delle critiche da parte dei rivali del MILF, questa estensione non è stata considerata un’occupazione di potere. Il MILF ha continuato a portare avanti il decommissionamento delle armi con 12mila armi distrutte, dopo che la pandemia aveva rallentato il processo di normalizzazione.

Restano comunque vari gruppi militanti che hanno continuato a creare caos.

Le forze di sicurezza filippine hanno continuato a martellare i militanti di Abu Sayaff a Sulu e Basilan, e il BIFF, il gruppo Maute e altri gruppi nel resto di Mindanao.

Mentre il governo filippino ha chiesto assistenza al BARMM nella lotta contro questi gruppi il governo autonomo di fatto non ha autorità legale per farlo, dopo che il parlamento filippino tolse alcuni articoli dalla legge applicativa del 2019.

Nel 2021 cari gruppi militanti hanno continuato con una violenza di bassa intensità fatta di bombe, rapimenti alla ricerca di scombinare il processo di pace.

Resta il cruccio popolare per il continuo fallimento del governo nel ricostruire Marawi che fu la città che per 5 mesi il teatro dei militanti dello stato islamico nel 2017. L’impatto negativo della pandemia ha alimentato le lamentele che i militanti provano a sfruttare.

A maggio 2022 sono previste le elezioni presidenziali e ci sono vaste preoccupazioni sulle tantissime armate private che operano nel paese e a Mindanao.

Il declino nella violenza politica nella regione è un’opportunità per i governi di affrontare alcune delle lamentele fondamentali. E’ triste però constatare che pochi governi spenderanno del capitale politico per una soluzione politica duratura, mentre le forze di sicurezza, che spesso hanno accresciuto la propria autorità, non riusciranno a sconfiggere i gruppi militanti.

Ci si attende perciò che molti conflitti storici continueranno a covare anche nel 2022.

Zachary Abuza, Benarnews

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