Conflitto Hamas Israele e militanti islamici nel Sud-est asiatico

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Molti esperti concordano sul fatto ci potrà essere un impatto negativo del conflitto Hamas Israele in alcune regioni del Sud Est Asiatico in termini di reclutamento, radicalizzazione e attacchi informatici.

Il conflitto armato nel Medio Oriente è entrato nel secondo mese dopo l’attacco di sorpresa condotto da Hamas nel sud di Israele il 7 di ottobre che porto alla morte di 1200 persone secondo le stime israeliane.

Israele ha risposto inizialmente con attacchi aerei seguiti da offensive di terra che complessivamente hanno causato oltre 11.000 vittime in Palestina, secondo il Ministero della Salute di Gaza.

I gruppi terroristici internazionali hanno già approfittato del conflitto Hamas Israele.

Veryan Khan, presidente e amministratore delegato del TRAC, Consorzio di Analisi e ricerca sul Terrorismo che ha sede negli Stati Uniti, ha dichiarato a The Diplomat che tutti i principali gruppi jihadisti hanno quasi immediatamente cercato di sfruttare il conflitto Hamas Israele, rilasciando dichiarazioni, manifesti e video di propaganda.

“Lo Stato Islamico è stato l’ultimo a commentare”, ha detto. “Come sapete, lo Stato Islamico non sostiene in alcun modo Hamas e loro sono completamente diversi dal punto di vista ideologico. Mentre i gruppi legati ad al-Qaeda sostengono Hamas, lodando persino quello che considerano un evento onorevole del 7 ottobre 2023, lo Stato Islamico sostiene solo il popolo della Palestina e ha chiesto ai sostenitori solitari di prendere di mira gli interessi occidentali.

“Infatti c’è stato almeno un arresto di un sostenitore dello Stato Islamico a pianificare un attacco contro una manifestazione a favore di Israele in Germania da quando IS ha invitato a sostenere i palestinesi”.

Secondo Khan, i gruppi terroristici sfrutterebbero un conflitto prolungato tra Israele e Hamas.

“Più la guerra infuria, più i jihadisti cercheranno di sfruttare la carneficina”, ha detto Khan. Come in Siria e in Iraq, le immagini della morte dei civili, soprattutto dei bambini, fanno indignare i circoli jihadisti”.

Il TRAC prevede un aumento delle campagne di propaganda con le carneficine della guerra per far arrabbiare e chiamare i sostenitori all’insurrezione”.

Simili preoccupazioni le pone l’analista di Crisis Group nelle Filippine, Georgi Engelbrecht:

“Qui è fondamentale la natura prolungata della crisi. Più a lungo dura più profonde saranno le emozioni che solleverà, ma anche la gente sarà anche più abituata alla situazione. Si tratta di una sfida, poiché i giovani potrebbero sempre essere invogliati a sentirsi offesi dalla situazione e a discutere le opzioni da seguire.

In Indonesia l’impatto della guerra sulla situazione della sicurezza potrebbe essere complessa e sfaccettata, secondo Noor Huda Ismail, esperto indonesiano di terrorismo presso S. Rajaratnam School of International Studies di Singapore.

“L’acuirsi delle tensioni e dei conflitti può essere sfruttato dai gruppi estremisti per radicalizzare e reclutare individui in Indonesia, portando potenzialmente a minacce alla sicurezza interna. Inoltre l’acuirsi delle tensioni geopolitiche può portare a un aumento delle minacce informatiche, tra cui hacking e attacchi alle infrastrutture critiche. Il conflitto può attirare individui dall’Indonesia che si uniscono ai combattimenti nella regione colpita, acquisendo potenzialmente esperienza di combattimento e radicalizzazione”.

Noor Huda sostiene che le autorità indonesiane dovrebbero rafforzare gli sforzi di contrasto alla radicalizzazione, l’impegno della comunità e la condivisione delle informazioni, al fine di identificare e affrontare la radicalizzazione in una fase precoce, nonché attuare controlli rigorosi alle frontiere, migliorare la cooperazione di intelligence con i partner internazionali e monitorare e affrontare qualsiasi tentativo di reclutamento o di viaggio allo scopo di unirsi a conflitti all’estero.

Per l’esperta malese di terrorismo Munira Mustaffa, fondatrice e dirigente di Chasseur Group, in Malesia sono improbabili le minacce di attacco terroristico causate dal conflitto in Medio Oriente.

“Non c’è una ragione logica per cui elementi terroristi dovrebbero prendere di mira la Malesia per questo conflitto. Sarei anche cauta sulle affermazioni che ci sarebbero cellule di Hamas o pro Hamas pronti ad attaccare proprietà o interessi occidentali in Malesia. Non fa parte del loro modo di operare dal momento che si limitano ad aree locali o adiacenti, cioè Palestina e Israele soltanto. Oltre ciò sarebbe un controsenso per loro.”

“Tuttavia, la recente valutazione del FinTIP ha fatto sorgere speculazioni sulla possibilità che si verifichino intrusioni nella sicurezza informatica, forse da parte di hacker attivisti online pro-Israele o di altri attori opportunistici della minaccia. Alle istituzioni finanziarie è già stato consigliato di adottare misure precauzionali per anticipare i tentativi di intrusione” ha aggiunto Munira che ha usato l’acronimo piattaforme di intelligence sulle minacce informatiche del settore finanziario.

Cambio di fedeltà ideologica?

I gruppi terroristici internazionali che hanno una qualche influenza sugli adepti nelle nazioni del Sud Est Asiatico, come Al Qaeda e IS, hanno le proprie ideologie che differiscono significativamente da quella di Hamas.

I gruppi terroristici attivi nelle Filippine meridionali sono allineati al Califfato Islamico mentre in Indonesia ci sono gruppi differenti fedeli ad Al-Qaeda o al Califfato Islamico.

Una questione discussa tra gli esperti mondiali è se i membri e sostenitori di questi gruppi terroristici locali possano avere un cambiamento ideologico che li avvicini a quella di Hamas, riducendo così il sostegno ai gruppi originari.

Noor Huda dice che non è facile predire con certezza quali saranno le dinamiche tra i gruppi estremisti.

“Le relazioni tra i vari movimenti jihadisti sono complesse e sono influenzabili da vari fattori tra cui le differenze ideologiche, le considerazioni regionali e cambiamenti di guida politica.

“Sebbene sia concepibile che singoli individui o fazioni possano cambiare le proprie alleanze in base al mutare delle circostanze, tali transizioni dipendono da vari elementi imprevedibili. Le differenze ideologiche tra Stato Islamico e Hamas, insieme ai loro diversi obiettivi regionali, possono rappresentare un ostacolo a una transizione generalizzata del sostegno da un gruppo all’altro..”

Engelbrecht di Crisis Group ritiene che i vari militanti Moro nelle Filippine meridionali siano meno attenti alle sfumature e più ai simboli, agli slogan e ai messaggi chiave.

“La maggior parte considera Hamas un movimento etno-nazionalista. Ci sono alcuni che considerano il gruppo in modo più ambiguo ma neutrale. La maggior parte delle informazioni, tuttavia, proviene dall’esterno e quindi solo pochi conoscono bene la politica dettagliata del Medio Oriente”.

“Sebbene ci siano senza dubbio le simpatie, resta da vedere se c’è dell’altro oltre le mere simpatie. Dopo tutto la questione principale nel Bangsamoro proprio oggi, la transizione e il processo di pace, hanno più importanza e sono più urgenti per i leader e la gente della regione” dice Engelbrecht che cita la Regione Autonoma di Bangsamoro nella Mindanao Musulmana, BARMM.

Per la malese Munira la questione di un cambio di fedeltà è un tema puramente speculativo.

“Non siamo più nel periodo precedente al 2017, il che significa che le condizioni non sono più le stesse. Molti ex sostenitori hanno già espresso la propria disillusione nei confronti dello Stato Islamico, e i resti dell’IS in Iraq e Siria sono principalmente motivati da rimostranze locali piuttosto che da grandi ambizioni di ricostruire un califfato, che per cominciare non è sostenibile. Un altro fatto da considerare è che è improbabile che dei sostenitori stranieri si uniscano ad Hamas come accaduto con il Califfato Islamico. L’ideologia di Hamas è una miscela di nazionalismo e di islamismo politico dei Fratelli Musulmani in Egitto. Ciò ha un fascino limitato e non avrà una risonanza in un pubblico maggiore. Si aggiunga che non ci sono prove concrete di connessioni operative tra gli attivisti di Hamas e i gruppi jihadisti globali, dal momento che Hamas ha preso le distanze da loro”.

Veryan Khan di TRAC dice che Hamas opera da decenni e non ha mai ricevuto sostegno sostanziale al di fuori della Palestina o degli attori statali che lo finanziano. Non vedo chi potrà cambiare alleanza”.

Combattenti stranieri nel conflitto Hamas Israele?

Tra il 2014 e il 2017 migliaia di cittadini indonesiani, malesi, Filippini e Singaporeani andarono in Medio Oriente per combattere al fianco del cosiddetto Califfato Islamico che si estendeva in parti della Siria ed Iraq nel periodo di maggior forza del gruppo terroristico.

Sulla possibilità che si ripeta questo fenomeno dei Combattenti Stranieri per Hamas, Engelbrecht dice che per i filippini sarebbe un compito arduo andare in Palestina a combattere contro Israele.

“La maggior parte proverebbe ad unirsi alle organizzazioni umanitarie, penso. Non costa poco andarci e rischiare la propria vita è un altro fattore da considerare. In generale, direi che preferirebbero accompagnare il lavoro delle ONG e le missioni mediche piuttosto che unirsi alla lotta della resistenza in quanto tale.”

Munira Mustaffa dice che Hamas non invita i combattenti stranieri né tanto meno assistenza militare.

“Per quanto lo statuto di Hamas del 1988 preveda l’accoglienza di combattenti stranieri che si mettano al suo servizio, realisticamente questo non è fattibile. Se consideriamo quanto sia strettamente controllato il valico di frontiera di Rafah, dove tutti sono sottoposti a controlli accurati, i combattenti stranieri sono uno scenario improbabile.” dice Munira che aggiunge:

“Qualsiasi altra via ci sia, è inespugnabile, e questo è certamente il caso dei confini di Israele. Anche se ci sono malesi che hanno pensato di provare a inserirsi nella lotta come combattenti stranieri, dovrebbero considerare le ovvie ramificazioni, che includerebbero il rischio di un divieto generalizzato di accesso alla Malesia che comprometterebbe la nostra assistenza umanitaria.

“Inoltre, il consenso generale dei sostenitori malesi online che ho visto è che i palestinesi devono combattere la propria battaglia per la propria patria”.

Altri impatti potenziali

Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati buttati fuori dagli attacchi aerei israeliani e dai combattimenti tra Hamas e le Forze di Difesa israeliane a Gaza, nella parte meridionale dell’enclave, spingendo le nazioni ad accogliere i rifugiati palestinesi.

Noor Huda dice che l’instabilità nella regione potrebbe portare a ricadute, compreso lo spostamento di rifugiati, in Indonesia, se si dovesse arrivare a questo.

“Questo potrebbe avere implicazioni sociali, economiche e di sicurezza. L’Indonesia deve collaborare con i partner internazionali per affrontare le cause profonde dei conflitti, sostenere gli sforzi umanitari e attuare misure per gestire i potenziali effetti di ricaduta”, ha dichiarato Noor Huda.

Engelbrecht sostiene che, dato che i gruppi ispirati dall’IS a Mindanao sono campanilistici, localizzati e in modalità di sopravvivenza, non si aspetta una risposta organizzata al conflitto mediorientale.

Ad esempio, i leader delle fazioni del gruppo terroristico Bangsamoro Islamic Freedom Fighters nella regione sono malati o sono rimasti in gran parte in silenzio.

“Il settore della sicurezza ha preso in considerazione possibili attacchi solitari, ma sembra che anche loro siano scettici su questa possibilità”, ritiene Engelbrecht. “Detto questo, non dovremmo mai scartare la possibilità che una dinamica propria scateni un individuo o un gruppo a commettere violenza in nome del jihad”.

“Per quanto riguarda il MILF molti capi sono arrabbiati e preoccupati per la situazione ma si adeguano al processo di pace e contribuiscono al dibattito con moderazione” secondo Engelbrecht parlando del gruppo exribelle che ora amministra il BARMM.

“Non vedo una ragione chiara per i suoi membri di agitarsi e commettere violenze”.

“Finora abbiamo assistito a proteste fuori dalle ambasciate israeliane organizzate dalla sinistra politica”, aggiunge Engelbrecht. “Durante queste manifestazioni sono state registrate presunte violenze da parte della polizia e, naturalmente, sono state esacerbate le emozioni dei manifestanti. Nella Bangsamoro, queste proteste non sono sfociate in violenza come sembrerebbe. Questi sono gli unici collegamenti indiretti tra le Filippine e Gaza/Hamas. La domanda maggiore è se alcuni militanti Moro proveranno ad attingere attivamente ai sentimenti di insoddisfazione e frustrazione per la situazione di Gaza per operazioni o reclutamento”.

In Malesia, il governo ha espresso un forte sostegno alla causa palestinese e ha rifiutato di condannare Hamas, designato come gruppo terroristico dagli Stati Uniti e da altre nazioni, per gli attacchi del 7 ottobre.

La Malesia ha anche affermato di non riconoscere le sanzioni unilaterali o le azioni intraprese da qualsiasi Paese, compresa l’approvazione da parte del Congresso degli Stati Uniti di una legge per sanzionare le entità straniere che sostengono Hamas.

“È difficile dirlo con certezza, ma se verranno imposte delle sanzioni, la domanda è: che forma avranno queste sanzioni?”, ha chiesto Munira.

“La Malesia fornisce aiuti alla Palestina da decenni. Quindi, le sanzioni dovranno essere molto specifiche e mirate. Non so nemmeno se gli Stati Uniti e la Malesia vorranno interrompere le relazioni diplomatiche e smettere di commerciare. È probabile un fiasco diplomatico, ma questa è la strada che tutti vorrebbero evitare, dato il valore della Malesia come partner strategico degli Stati Uniti, sia economico che di sicurezza, nella regione”.

Noor Huda ritiene che le sanzioni statunitensi potrebbero avere implicazioni in Indonesia se si scoprisse che alcune organizzazioni caritatevoli sostengono direttamente o indirettamente Hamas.

“Questo potrebbe portare a conseguenze legali per queste entità e influenzare il flusso di fondi verso queste organizzazioni”, ha detto.

Poiché la fine della guerra è ancora lontana e il suo epilogo politico è tutt’altro che certo, solo il tempo potrà dire quale sarà l’ impatto effettivo del conflitto mediorientale sulla sicurezza del Sud-Est asiatico.

Zam YUSA, The DIPLOMAT

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