Consiglio dei diritti umani ONU di Ginevra sulla guerra alla droga di Duterte

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Con una bozza di risoluzione il Consiglio dei diritti umani dell’ONU di Ginevra ha intenzione di chiedere all’ONU di agire contro le migliaia di omicidi extragiudiziali della guerra alla droga del presidente Duterte nelle Filippine.

La bozza è stata proposta dall’Islanda al comitato di 47 paesi membri. di cui fanno parte le stesse Filippine, e invita il governo filippino a prevenire le esecuzioni extragiudiziali segnando la prima volta che il consiglio chiede di affrontare la crisi.

La bozza dell’Islanda è firmata da 28 paesi essenzialmente Europei e chiede di “fare indagini imparziali e portare i colpevoli davanti alla giustizia”. La bozza vede l’assenza di paesi asiatici per i quali “ci sarebbero problemi più pressanti di questo” come ha detto un ambasciatore alla Reuters.

Se approvata il 12 luglio la presidente dell’Ufficio dei diritti umani ONU, Michelle Bachelet, dovrà “preparare un rapporto scritto sulla situazione dei diritti umani nelle Filippine e presentarlo al Consiglio dei Diritti umani alla XVIV sezione del consiglio a cui seguirà un dialogo avanzato interattivo”

E’ una canzone che le Filippine di ora non vogliono sentirsi cantare nelle proprie orecchie ed il ministro della giustizia filippino Guevarra ha risposto:

“Il nostro governo è preparato a tutte le inchieste se queste servono a liberare le menti di chi si affida o dà credito a informazioni se non viziate almeno di seconda mano”

Ma dalle Filippine giungono altre notizie, come quella della morte di una bambina di tre anni, Myka Ulpina, uccisa in un’azione antidroga in cui sono morti anche il padre della piccola ed un altro.

Secondo la polizia il padre usava la piccola come uno scudo umano mentre apriva il fuoco contro la polizia, ma la moglie ha smentito drasticamente questa versione degli eventi.

Questo omicidio è l’ultimo di almeno 6600 omicidi extragiudiziali commessi in operazione di polizia, cifra che secondo le ONG deve esser portata almeno a 27 mila.

Di tutti questi omicidi solo uno, quello del giovane Kian delo Santos, ha visto la condanna dei colpevoli perché la versione nanlaban della polizia fu smontata dalle telecamere a circuito chiuso presenti.

Tutti gli altri casi dei 6600 hanno visto solo indagini amministrative interne dopo un breve periodo di sospensione a carico dei poliziotti. Passato il periodo di sospensione moltissimi poliziotti sono stati promossi a livelli superiori. Il crimine paga.

Di tutti gli altri omicidi spesso commessi da elementi in motocicletta le indagini spesso neanche iniziano. Abbondano accuse di manomissione delle prove con posa di sacchetti di droga e pistole nelle mani dei presunti trafficanti.

Che questa operazione brutale colpisca il grande crimine non lo crede neanche il presidente che più volte ha lamentato pubblicamente come la droga sia ancora diffusa.

Come sostiene HRW di Manila, si garantisce in pratica una diffusa immunità che distrugge il tessuto sociale della società filippina, riducendo gli spazi civici di discussione ed impegno. Ad essere corroso è proprio il governo della legge, mentre nel contempo alcuni paesi vicini pensano di emulare questa violenta campagna.

Traduciamo un commento del ricercatore filippino di HRW, Carlos Conde

La campagna di disinformazione delle Filippine a Ginevra

E’ stato uno spettacolo unico quello visto qui a Ginevra nella 41^ sessione del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU. La delegazione filippina, guidata dal sottosegretario Severo Catura, se ne è uscita dalla sessione il 25 giugno scorso dove si discuteva la risoluzione proposta dall’Islanda sulle Filippine.

Tre giorni a Ginevra, dopo dentro quella stessa stanza per un’altra discussione sulla bozza islandese, Rosario Manalo, ex diplomatico filippino, ha accusato l’Islanda ed altri paesi che sostengono la risoluzione di essere ipocriti e di interferire negli affari interni delle Filippine. Ha attaccato i gruppi dei diritti umani filippini definendoli traditori e di essere pagati per il loro lavoro.

La risoluzione islandese è modesta e domanda all’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani di preparare un rapporto sulla situazione dei diritti umani nelle Filippine ed invita il governo filippino di cooperare con gli esperti ONU per la visita nel paese.

Tuttavia il comportamento dei maggiori rappresentanti del paese e dei sostenitori del governo davanti a questa importante agenzia ONU è stata non solo scioccante ed irresponsabile, mostrando la disperazione della amministrazione per scansare le questioni poste nella risoluzione. Hanno anche lanciato una campagna di disinformazione per bloccare il passaggio della risoluzione che il Consiglio dei Diritti Umani probabilmente voterà il 12 luglio.

Il governo afferma che la polizia nazionale Filippina indaga le migliaia di omicidi nella guerra alla droga del paese e cita tantissime cifre. Ma il fatto è che da quando il presidente Duterte iniziò la sua campagna antidroga nel giugno 2016, solo un caso, su un totale ufficiale di morti di oltre 6600 persone oppure 27 mila secondo altre stime, è giunta alla condanna penale dei poliziotti.

Il ministero della giustizia ha meno di un centinaio di indagini aperte a vari livelli. Governo e polizia non citano che la maggioranza dei casi di poliziotti indagati sono di tipo amministrativo e non penale e che la pena più dura è la riassegnazione ad altro incarico o la rimozione dal servizio. I poliziotti coinvolti sono più probabilmente promossi più che puniti.

Il governo sfrutta anche la legislazione dei diritti umani del paese e il sistema interno dei diritti. Si le Filippine hanno molte buone leggi dei diritti umani sulla carta. E non c’è solo una commissione nazionale dei diritti umani, ma anche uffici dei diritti umani nella polizia e nei militari. Ma la questione è stata sempre di volontà e applicazione.

La storia dei diritti umani delle Filippine è sempre stata cattiva anche prima di Duterte, perché le istituzioni del governo necessarie a proteggere e promuovere i diritti umani hanno mancato nelle loro responsabilità.

Le azioni di Duterte sono state particolarmente offensive. Ha istigato gli omicidi della polizia ed incitato la risposta della gente nel sostenere gli omicidi della guerra alla droga, ed ha dato assicurazioni alla polizia che coloro che erano implicati negli abusi avrebbero avuto la sua protezione. Ha anche promesso il perdono a chi fosse condannato.

Alla fine il governo a Ginevra afferma che ha fatto passi avanti nella protezione dei diritti delle donne e dei bambini e che ha ridotto crimine e povertà. Potrebbe anche essere il caso ma si citano guadagni come se i miglioramenti in un’area giustifichino gli abusi nell’altra. Non è così.

I governi responsabili di gravi abusi quasi sempre provano a dare una propria interpretazione ai dati davanti agli organismi internazionali. Ma la montagna di prove raccolta dai gruppi dei diritti nazionali ed internazionali, dai media e persino dalla Commissione Sui Diritti Umani spiegano perché il governo filippino si stia dedicando alle pressioni forti e alla denigrazione. Si spera che i paesi membri dell’ONU saranno capaci di riconoscere anche questo.

Carlos H. Conde Human Rights Watch Manila. Inquirer

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