Effetti di contagio totale sui legami tra Cina e ASEAN nel post Coronavirus

Quando la Cina fa lo starnuto, dice il vecchio detto, il Sudestasiatico prende il raffreddore.

A due mesi dalla diffusione dell’epidemia di Coronavirus fuori della Cina, è ancora incerto gli effetti di contagio totale sulle economie ora incerte dei paesi della regione, mentre il panico globale si trasmette all’Europa e agli USA.

Effetti di contagio totale sui legami tra Cina e ASEAN nel post Coronavirus

La prognosi iniziale non è comunque positiva. Lo scorso mese i mercati azionari in Thailandia, Indonesia e Filippine sono crollati tra i dieci peggiori al mondo, mentre gli investitori svendevano le azioni della regione come conseguenza per il rallentamento infettivo della Cina.

La maggior parte dei paesi della regione hanno già tagliato le loro previsioni di crescita in modo significativo a causa del contagio del virus sui loro settori turistici che vivono sui viaggiatori cinesi e per l’effetto avverso su varie catene di rifornimento legate alla Cina.

La scorsa settimana l’Indonesia annunciava un pacchetto di aiuti al turismo del valore di 740 milioni di dollari, mentre la Cambogia ha deciso di non tassare gli hotel a Siem Reap che ogni anno attira milioni di turisti cinesi diretti ad Angkor.

Singapore spenderà altri 5 miliardi di dollari quest’anno per sostenere i settori colpiti dal virus. Anche il Vietnam pensa ad un pacchetto di stimoli dopo che i livelli di produzione industriale sono scesi al minimo di sei anni secondo un’indagine della IHS Markit.

La Thailandia che sarà la più colpita duramente nella regione sta deliberando un pacchetto di emergenza da 3 miliardi di dollari per il sofferente settore turistico che dipende molto dal turismo cinese e contribuisce moltissimo al PIL nazionale.

La situazione, nonostante queste spese di emergenza, potrebbe peggiorare prima di vedere un miglioramento per le economie legate a quella cinese, perché secondo vari rapporti i casi di COVID 19 nella regione potrebbero essere ben superiori a quanto ufficialmente ammesso e che è possibile un improvviso picco di infezioni da minare la fiducia come visto in Corea del Sud e Giappone.

Effetti di contagio totale sui legami tra Cina e ASEAN nel post Coronavirus
Photo: AFP/ Mladen Antonov

I dubbi mettono al centro la Birmania ed il Laos che confinano con la Cina ma non hanno denunciato ancora dei casi, come anche l’Indonesia che la scorsa settimana ha alla fine ammesso due casi dopo diffuse accuse di insabbiamento al governo.

Uno studio della Harvard T.H. Chan School of Public Health sosteneva che era statisticamente non plausibile che non ci fossero più casi in Thailandia, Cambogia e Indonesia in considerazione della loro forte connettività con la Cina.

La velocità con cui Cina e Sudestasiatico si potranno riprendere economicamente dipende in fin dei conti da quanto efficacemente si potrà contenere la malattia e, dopo il trauma causato dall’epidemia, da quanto la regione vorrà riconnettersi alla Cina negli stessi termini aperti come fatto prima.

Saranno scelte dure in considerazione degli effetti cattivi che sentono a causa della loro forte dipendenza dalla Cina per la crescita economica recente.

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La crescita rapidissima forse non riprenderà presto. Anche prima dell’epidemia la crescita economica cinese era scivolata al valore più basso in 29 anni, 6.1% nel 2019, in parte per i guai causati dalla guerra economica Cina-USA.

Lo scorso anno il PIL di Singapore è sceso al minimo dal 2009 per gli effetti perversi della guerra e con questa epidemia gli analisti economici parlano di una possibile recessione nel 2020.

L’economia malese del commercio ha segnato nel 2019 la più bassa crescita del PIL in 10 anni.

C’è disaccordo tra gli analisti di quanto grave sarà la crisi nella regione ed i più ottimisti dicono di un ritorno alla normalità verso aprile o maggio.

“Ci attendiamo un impatto economico minore sulle economie regionali dopo il contenimento dell’epidemia e il ritorno alla normalità dell’economia cinese” dice Ashu Agarwal della Ducker Frontier.

Effetti di contagio totale sui legami tra Cina e ASEAN nel post Coronavirus
ferrovia alta velocità Laos Cina

Molto dipenderà dalle misure che la Cina impiegherà per pararsi da una seconda ondata della diffusione della malattia con la ripresa del turismo all’estero. I governi regionali dovranno decidere quanto capitale cinese vorranno assorbire. Secondo la americana International Finance, la fuga nascosta dei capitali cinesi raggiunse il valore di 131 miliardi di dollari nei primi sei mesi del 2019 quando i cinesi ricchi di contante spostavano la loro ricchezza all’estero in azioni in dollari.

Ed alcuni analisti si attendono persino una maggiore fuga di capitali cinesi nel 2020 in risposta alla crisi del coronavirus.

I mercati immobiliari del Sudestasiatico, tra cui Thailandia e Cambogia, hanno tratto beneficio da questa fuoriuscita di capitali, ma ci sono indicazioni che la Cina potrebbe rafforzare le prime misure per impedire il flusso di capitali per stimolare l’economia interna.

Ad essere colpita potrebbe essere il programma infrastrutturale del BRI, la nuova via della seta, da 1 milione di miliardi di dollari che prevede treni, strade e porti nel Sudestasiatico.

Il lavoro si è già fermato su molti progetti cinesi nella regione perché hanno vietato ai lavoratori cinesi di lasciare il paese per tornare ai lavori di ingegneria e costruzione nella regione. In Indonesia si è arenato il progetto idroelettrico di Batang Toru, mentre si attende che il progetto ad alta velocità Giacarta Bandung sponsorizzato dal BR sia preso da lunghi ritardi.

“Se la Cina avrà una stretta creditizia in seguito alla crescita che rallenta o una recessione più profonda, allora la svendita di proprietà statali sarà un primo strumento da prendere” prevede Brian Euyler dello Stimson Center. “Forse le imprese di stato cinesi preferiranno vendere progetti all’estero al vendere progetti nazionali, e progetti in paesi a rischio come Pakistan e Cambogia potrebbero essere i primi della lista”

E’ improbabile che saranno colpiti grandi progetti strategici del BRI, come la ferrovia Cina Laos che mira a connettere la Cina al Sudestasiatico continentale fino a Singapore. Eyler nota che i lavori su quella linea vanno avanti.

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Il destino di molti altri progetti BRI dipenderà dalla politica nazionale cinese. Mandare tanti soldi fuori poteva essere accettabile quando l’economia cinese era in buona salute, ma una caduta economica grave potrebbe cambiare il sentimento nazionale verso il BRI.

“Alla fine sempre più pezzi importanti cinesi potrebbero domandare del valore di questi progetti finanziati all’estero di fronte alla mancanza di infrastrutture di qualità in altri settori come salute e scuola in Cina” dice Eyler.

Ci si domanda anche come il partito comunista cinese risponderà in modo diplomatico dopo la crisi.

Il 20 febbraio, la Cina ospitò un summit messo su in fretta in Laos per discutere gli impatti del virus sui paesi amici della regione. Esso voleva esaltare l’unità regionale e il ministro degli esteri cinese ringraziava gli stati della regione “per farci sentire che l’inverno non è così freddo e la primavera sta giungendo”.

Ma Pechino nell’occasione ha attaccato gli stati della regione che avevano imposto controlli forti sui visitatori cinesi entranti, come Vietnam e Singapore, che sono stati tra i primi paesi a imporre divieti di viaggio a fine gennaio.

Il premier cambogiano Hun Sen è stato il solo premier ad andare a Pechino durante l’epidemia. La sua intenzione era chiaramente di mostrare a Pechino che la Cambogia è rimasta sempre fedele.

Bill Bishop, esperto cinese a Washington, ha notato che “il governo cinese fu molto critico dei paesi come gli USA che hanno imposto restrizioni ai viaggi dalla Cina”, aggiungendo che “sarà interessante vedere come il governo cinese agirà ora che sono dall’altra parte”.

Il CPP ha bisogno che l’economia cinese si riprenda quanto prima perché molto della sua legittimità è appoggiata nel dare in modo consistente una forte crescita economica.

Ma se i paesi come Singapore e Vietnam manterranno i divieti di viaggio più di quanto Pechino reputi necessario, potrebbero ricevere vendette da parte di Pechino secondo alcuni analisti.

“Il coronavirus ha messo in luce alcune falle nei modelli di sviluppo del Sudestasiatico. Molti vicini della Cina si sono affidati troppo alla domanda esterna e alla catena di rifornimento centrata sulla Cina per tirare la propria crescita economica” dice un rapporto del Carnegie Endowment for International Peace.

Il ministro del commercio di Singapore Chan Chun Sing per esempio ha promesso che la città stato “assicurerà che non saranno mai ricattati da una singola fonte o un singolo mercato”

Ci sono mugugni da parte di altri governi regionali sul bisogno di diversificare la loro catena di rifornimento che non sia quella cinese, sebbene il poterlo ottenere sia cosa ben diversa.

Quasi metà delle importazioni del Vietnam e un quinto di quelle malesi nascono in Cina. La maggioranza degli altri stati ricavano la maggioranza dei loro guadagni della manifattura in Cina.

“Gli affari potrebbero guardare ad alternative rispetto al Vietnam ma col virus che si globalizza persino catene di rifornimento che si pensavano immuni dal virus potrebbero rompersi.” dice Song Seng Wun al SCMP del CIMB Private Bangking.

Alcuni stati del Sudestasiatico come il Vietnam potrebbero persino trarre vantaggio da un rallentamento economico in Cina se accelera lo spostamento negli investimenti nella regione di compagnie che già volevano diversificare uscendo dalla Cina, secondo Agarwal di Ducker Forntier.

Comunque sia l’epidemia di coronavirus ha creato rotture profonde nelle relazioni economiche cinesi con la regione che si stavano sviluppando da molti anni. E persino quando alla fine passerà la crisi del virus, non è chiaro se le due parti riprenderanno l’integrazione e la connettività come facevano prima.

David Hutt, Asiatimes