Coronavirus in Thailandia, tra sinofobia e governo incompetente

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Mentre il personale sanitario thailandese ha avuto il plauso globale per il trattamento dei pazienti affetti da Coronavirus in Thailandia, i nostri politici forse hanno bisogno di qualche lezione grossa della gestione di crisi nazionali.

coronavirus in Thailandia

Si pensi al modo in cui il ministro della sanità Anutin Charnvirakul all’inizio dell’esplosione epidemica ha prima provato a minimizzare il pericoloso virus come “solo un’altra influenza”, dicendo che non c’era alcun bisogno di monitorare i turisti cinesi da altre città se non Wuhan per poi ritrattare le parole qualche giorno dopo le proteste pubbliche.

Ed anche se le autorità thai amano recitare lo slogan che fa sentire bene “Thailandia e Cina, una sola famiglia”, il paese ha dovuto aspettare una settimana prima di poter evacuare i cittadini thai dispersi nella città chiusa di Wuhan.

Una dozzina di paesi sono riusciti a riportare i propri cittadini in patria prima che il nostro governo lo facesse martedì. Senza lo sforzo generoso di AirAsia che ha messo a disposizione gratuitamente il volo, oltre un centinaio di thai avrebbero dovuto attendere ancora di più.

Quando l’aereo ha raggiunto Wuhan martedì, due thai avevano febbre alta e non hanno avuto il permesso di lasciare la città. Non si può fare a meno di pensare che se il governo avesse agito più in fretta, quei due potrebbero ora trovarsi a casa.

Anutin ha provato a fare la cinica mossa promettendo di scortare il gruppo dell’evacuazione personalmente, promessa poi ritirata. Il risultato doveva essere facilmente prevedibile perché la presenza di un ministro avrebbe causato ancora più problematiche per le autorità cinesi.

Non si vuol neanche ipotizzare cosa sarebbe successo se Anutin poi fosse ritornato infettato come conseguenza del suo viaggio a Wuhan o se avesse dovuto spendere due settimane in quarantena.

Come funzionerebbe il ministero della sanità senza il suo capo? Quanto sarebbe stato imbarazzante?

E proprio quando il premier Prayuth Chanocha rimproverava i giornalisti per aver denunciato la mancanza di mascherine la realtà fuori del palazzo del governo si dirigeva in una direzione opposta.

Le mascherine si sono esaurite rapidamente. Quelle che rimangono in vendita sono diventate merce di lusso. Sebbene il governo si sia affrettato a mettere un controllo dei prezzi su quelle maschere ed altre cose sanitarie, lo sforzo era ancora in ritardo di settimane.

Quando ho tentato di trovarne una durante il mio tragitto per comprarla, ho ricevuto la risposta “esaurite” oppure un prezzo vergognosamente alto.

Sinofobia?

Esaminiamo ora un’altra questione che vuole una discussione seria: gli attacchi alla Cina.

Anche prima lo scoppio del Coronavirus in Thailandia, alcuni thai ed espatriati occidentali erano sempre più ansiosi e sospettosi della crescente influenza che la Cina ha nel regno.

Le cause dell’allarme vanno dal crescente peso economico e alla frase “turisti cinesi dappertutto” agli impatti ambientali delle dighe cinesi sul Mekong, da cui dipende la sopravvivenza economica di milioni di thai e laotiani.

C’erano persino dubbi sulla fedeltà di corporazioni multinazionali di stanza a Bangkok come il gruppo CP che ha investito moltissimo in Cina.

Alcuni cittadini della rete hanno visto una teoria cospirativa quando il palazzo del governo ha decorato il cancello ed il recinto con le lanterne rosse per salutare il Capodanno Lunare Cinese, una pratica adottata da Prayuth nel 2018.

E quando lo scoppio del Coronavirus in Thailandia si è avuto, c’è stato un furore di foto di quello che sembravano essere turisti cinesi che portavano a casa cartoni di mascherine proprio quando la Thailandia soffriva la mancanza.

Questo è giunto quando il governo thailandese insisteva nel dire che non ci sarebbe stato nessun divieto ai cinesi di entrare o lasciare il paese portando alcuni a temere che questo renderebbe il regno più vulnerabile al virus.

Sui media sociali gli attacchi alla Cina si sono intensificati nella scorsa settimana mentre l’infezione si diffondeva in oltre una ventina di paesi al mondo.

“Quando protesteremo per cacciare il governo che ha più considerazione della Cina che della Thailandia?” chiedeva il militante politico Ekachiai Hongkangwan, anche lui meticcio thai cinese, ai seguaci di Facebook.

L’artista di strada Headache Stencil si è spinto anche oltre e ha messo una mappa della Thailandia su un muro rosso con le stelle della bandiera cinese.

“Noi siamo thailandesi, cittadini di seconda classe inferiori ai cittadini cinesi” diceva il post virale. “Se gli baciamo il sedere così tanto, spero che lasceranno passare un filo di acqua nel Mekong. Grazie Imperatore Xi”

Questi sono segni preoccupanti per il futuro delle relazioni Sino-Thai. La Cina sarà attenta nei suoi approcci per non rischiare di essere demonizzata dalla popolazione locale. I Thai devono essere consci che la Cina, se trattata con tatto, può essere un buon amico del nostro paese.

Non sarà facile comunque perché ci sono thailandesi che preferiscono vedere la Cina come il nuovo nemico imperialista straniero.

Se la storia però ci insegna qualcosa nel trattare con Francesi, Britannici, Americani, Birmani e Vietnamiti nell’era difficile coloniale di un secolo fa, è che è meglio avere una relazione costruttiva con le potenze straniere piuttosto che demonizzarle soltanto.

Per questo Prayut aveva ragione nel dire che Thailandia e Cina non mirano ad una relazione di breve termine. La paura che cova e persino l’odio della Cina non scompariranno quando il Coronavirus in Thailandia scomparirà tra qualche mese. Porranno un problema per gli anni futuri se non oltre.

Pravit Rojanaphruk, Khaosodenglish

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