Corruzione nella politica del sudestasiatico: condizione ed arma.

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L’arresto e l’imputazione recente di un capo dell’opposizione malese per corruzione sottolineano il ruolo enorme della corruzione nella politica del sudestasiatico come condizione ed arma.

L’attacco al primo ministro di Penang Lim Guan Eng giunge mentre il primo ministro malese Najib Razak cerca di distrarre l’attenzione e combattere la ricaduta politica dello scandalo finanziario che ha visto quasi un milione di dollari pubblici finire nel proprio conto bancario, mentre Najib afferma di non aver fatto finanziariamente nulla di illecito.

Qualunque sia il risultato legale, sia del prezzo che Lim Guan Eng ha pagato per un bungalow o della fonte dei milioni di dollari dei conti personali di Najib, è chiaro che la fortuna della politica malese cresce e decresce per accuse di corruzione piuttosto che per il comportamento dei suoi politici al governo. La democrazia viene a perdere, la società si sente imbrogliata e la reputazione del paese è colpita.

Mentre cresce la richiesta di uguaglianza e trasparenza nelle società più istruite, ricche della regione, le domande sono fino a quando saranno tollerati gli alti livelli di corruzione, tra i maggior al mondo secondo Transparency International, e quali forzi correttivi riusciranno a cambiare la situazione.

La corruzione è una realtà quotidiana in quasi tutti i dieci paesi del sudestasiatico che di regola finiscono molto in alto nelle tabelle che misurano la corruzione e la mancanza di trasparenza al mondo. L’eccezione appariscente è Singapore dove decenni di politica determinata e attenzione istituzionale ha quasi eradicato il problema. Ma Indonesia, Malesia Cambogia e Thailandia si trovano nelle prime posizioni della scala della corruzione. Nel 2015 la Cambogia si trovava al 150° posto su 168 paesi, la Thailandia è al 76° posto e l’Indonesia al 88° nell’indice di Transparency International.

Nelle Filippine, Duterte “ascoltando il mormorio delle persone” ha fatto posto il problema della trasparenza nel governo il suo primo Ordine Presidenziale; il suo predecessore Aquino aveva fatto della lotta alla corruzione l’asse centrale della sua presidenza.

La scala del problema va al di là dello spreco di risorse, il furto di entrate guadagnate a fatica e il riprodurre fondamentale delle attività criminali. La corruzione nella politica del sudestasiatico è la moneta del patronato politico che protegge le oligarchie e le elite egoiste mantenendo la allarmante diseguaglianza di entrate e di opportunità della regione.

La corruzione è stata resa una arma attraverso l’influenza esagerata che potenti forze politiche possono avere sui processi presumibilmente bendati della giustizia, ed è usata per attaccare i nemici politici senza dar loro una minima possibilità di difesa. La corruzione in tutte le sue forme e con tutti i suoi usi è un grande ostacolo al progresso democratico della regione.

Le ssue radici stanno nella debolezza delle istituzioni: la polizia che chiude un occhio per soldi; le autorità di regolazione che accettano mazzette per chiuder un occhio sulle regole; amministratori e membri del governo che chiedono ulteriori pagamenti per fare andare avanti la macchina. Il governo a un livello fondamentale nella regione è finanziato male e così non sorprende che chi fa il lavoro del governo chieda del denaro extra. In Indonesia la paga media di un impiegato statale di basso rango si attestano sui 300 euro.

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La patologia sociale della regione fa il suo ruolo. Il potere economico e politico è concentrato nelle mani di pochi e la corruzione è un meccanismo profondamente oleato di sopravvivenza della elite. La corruzione è un separatore sociale fondamentale. Chi si può permettere di pagare si assicura l’accesso migliore alle risorse o ai servizi. Liberarsi della corruzione causa un livellamento della società che minerebbe ed eroderebbe le gerarchie sociali e politiche e implicherebbe una condivisione più asta delle scarse risorse. Inoltre pagare un extra assicura che chi governa serva chi può pagare.

Un ammortizzatore di corruzione sostiene l’egoismo del comportamento delle elite. In questo modo, come dice bene Kong Rithdee, i genitori pagano per mettere i propri figli nelle scuole migliori; il ricco corrompe per aggiustare i libri contabili per evitare di pagare le tasse; ed i rappresentanti del governo pagano affinché i propri figli e mogli abbiano posizioni governative. “Il sistema permette ai rappresentanti di intascare le differenze e formare il nostro pensiero secondo cui tutto si aggiusta se conosci la persona giusta”.

Oltre a sostenere gli alti livelli di ricchezza dell’elite, la corruzione è un mezzo politico facile per chi desidera controllare l’elite. I capi autoritari come Suharto indonesiano usava grandi livelli di corruzione per alimentare il patronato che sostenne i suoi trentanni di potere. La fedeltà era assicurata e sostenuta dal garantire licenze di affari o monopoli sull’importazione o esportazione di beni.

In modo simile in Malesia il partito di governo dell’UMNO ha usato le attività di impresa per fare soldi per il partito. Come nell’Indonesia di Suharto molte delle imprese dell’UMNO sono monopoli nel campo particolare della finanza. I risultati di questi accordi e le entrate guadagnate erano usate abbastanza semplicemente per coprire le elezioni.

Oltre ad arricchire i baroni dell’UMNO e assicurare la loro fedeltà, il denaro era necessario nelle aree dove l’opposizione era forte. Si usavano incentivi finanziari sia per comprare voti e finanziare iniziative locali economiche per dare l’impressione che il governo si occupava di loro.

L’eredità è un panorama aziendale in cui politica e affari sono così fortemente associati da non poter essere più distinti. In questo ambiente si situa uno dei più spettacolari scandali corruttivi degli ultimi anni che ha colpito i malesi fissando un nuovo standard in termini di quanti soldi sono girati e il percorso di cupidigia e distruzione lasciatosi dietro.

Nel corso del 2015 uno sconosciuto blog di base in UK, Sarawak Report, iniziò a rivelare i dettagli di trasferimenti massicci di soldi dal fondo di investimento 1MDB, presieduto dal primo ministro, per un valore di 700 milioni di dollari, passati da fondi di investimento del golfo arabo, banche svizzere e conti offshore nelle isole Cayman, per finire in qualche modo nel conto bancario dello stesso primo ministro Najib. Il primo ministro negò ogni malefatta, affermando che si trattava di una donazione di un membro della famiglia reale saudita per aiutarlo a vincere le elezioni del 2013 e che la massa dei soldi era stata in seguito restituita. 1MDB insiste che non ha mai pagato del denaro a Najib in persona.

A rendere più importanti queste accuse furono i tentativi di indagine ai più alti livelli dalle autorità malesi. Prima che Najib potesse cacciarlo, l’avvocatura di stato Abdul Gani Pattail aveva presumibilmente lanciato le accuse contro il primo ministro, sebbene il tutto fu negato dal suo successore.

Nel frattempo il raggio dello scandalo crebbe mentre le indagini in Svizzera, Singapore e Stati Uniti iniziarono a studiare il percorso delle presunte malefatte finanziarie compiute da 1MDB. Molti banchieri stranieri persero il lavoro o si dimisero. Almeno una banca svizzera ed una famosa banca di investimento furono nominate come obiettivi possibili delle indagini.

Eppure in Malesia la risposta fu di proteggere 1MDB licenziando i politici e i funzionari critici della gestione fatta dal governo di questo caso. Caddero delle teste tra i quali due ministri ed un viceprimo ministro che era anche vicepresidente del partito. Se c’erano voci a disagio dentro l’UMNO queste sono rimaste per lo più in silenzio. Gran parte degli osservatori hanno ritenuto che i metodi affidabili di patronato con pagamenti in contante furono sufficienti a mantenere il partito in ordine.

Sotto la superficie tanti malesi di ogni percorso sociale, particolarmente nelle aree urbane, ribollivano di rabbia, sconcertati dall’impossibilità di una qualunque istituzione di controllare e affrontare quello che apparve al cittadino ordinario un caso lampante di diretta corruzione. Quando in centinaia di migliaia si riversarono per le strade di Kuala Lumpur a metà 2015, le autorità minacciarono l’arresto usando la nuova legge della sedizione che rende qualunque cosa detta contro il governo un reato.

Di fronte alle accuse gravi di corruzione che non era riuscito a spiegare, il governi è ritornato a generare la paura nella comunità malay di perdita dello status di privilegio e dello status dell’Islam.

A sua volta la maggioranza malese sembra suscettibile ad essere manipolata. “Noi Malay tendiamo a credere che i nostri capi meritano di fare bene cosa che si porta con sé l’essere compiacente verso la corruzione.” dice Marina Mahathir, militante dei diritti figlia dell’ex premier Mahathir Mohammad.

Questa cieca accettazione di quanto dice e fa il capo comporta una ricezione acritica delle paure delle minacce all’Islam che a sua volta rafforza le divisioni nella società malese, fino al punto che, per nascondere la preoccupazione della corruzione nei luoghi alti, nei supermercati si chiede che ai musulmani siano dati differenti tipi di carrelli per non essere sporcati da alimenti non halal.

A mostrare fino a che punto si sia spinto Najib, salutato un tempo come elemento di riforma, si prepari a difendersi contro i suoi accusatori, si consideri che il responsabile del dipartimento governativo per la scrittura della preghiera del venerdì, che si legge in tutte le moschee malesi, scrisse in una del marzo scorso che: “il decreto di lealtà verso i capi del paese non viene dai capi stessi ma da Dio. Perciò se i cittadini sono sleali verso i capi questo vuol dire che sono sleali verso Dio.”

Nessuna protezione simile è stata offerta a Lim Guan Eng, il popolare primo ministro di Penang che è controllata dal partito di opposizione del DAP. Alla sua prima comparsa nella corte dopo l’arresto per corruzione, come l’aver acquistato un bungalow per uso privato a prezzi inferiori del mercato, il caso è stato portato nell’alta corte dove il governo l’avvocato generale gestirà l’accusa.

Né Najib né Lim Guan Eng sono stati giudicati per la qualità del loro governo, o come rappresentati eletti. Piuttosto le loro fortune salgono e scendono sulla base di accuse presunte di corruzione in un modo che sembra incapace di distinguere tra bene e male se non si è diretti dalla volontà politica. Peggio ancora, il sentimento pubblico alimentato da questi casi destabilizza l’equilibrio fragile razziale e religioso della Malesia.

La settimana prima che Lim Guan Eng fosse portato in tribunale il mufti di Pahang, stato natio di Najib, dichiarò che i membri del DAP a prevalenza cinese potrebbero essere considerati candidati ad una condanna a morte perché hanno messo in dubbio l’implementazione delle leggi penali islamiche del hudud.

Nel frattempo, i malesi, che temono le tensioni razziali e religiose, sono stati distratti dalla questione fondamentale di come siano finiti quei milioni di dollari nel conto personale diNajib.

Michael Vatikiotis, Asia Regional Director for the Centre for Humanitarian Dialogue, NEW MANDALA

 

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