Cosa porterà il 2015 alla Birmania?

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La gente dice che di questi tempi è difficile restare ottimisti sul futuro immediato. I miei amici buddisti dicono che nulla è permanente, e così attendono con pazienza che le cose cambino.

Certo, il cambiamento ci sarà, ma come e quando? Da quando iniziò nel 2011 la riforma, è stato molto difficile non sentirsi come se si stesse guardando un film di Hollywood di cattiva qualità, con una trama bacata, una sceneggiatura scritta male ed un cast di personaggi senza senso.

Alla lunga, continuo a dirmi, le cose devono migliorare. Ma nel frattempo molti dei miei amici sentono che la nostra generazione non vedrà quello che desideriamo: una Birmania libera, prosperosa e unita con un sistema federale, governato dal popolo. La Birmania che il capo dell’indipendenza sognava, il Generale Aung San, in quei giorni di tanti decenni fa.

Quali sono quindi le speranze per l’anno che abbiamo davanti? Secondo un’indagine statistica condotta da Asia Foundation per la Birmania, il 62% delle persone sono in genere positive sulla direzione che il paese ha intrapreso, mentre il 77% crede che le elezioni democratiche pianificate porteranno un cambiamento positivo.

“Le organizzazioni non-profit hanno intervistato oltre 3000 persone nelle regioni e negli stati chiedendo un vasto campo di domande sul governo, la democrazia e i valori politici, sociali ed economici della gente di vari retroterra etnici e religiosi.

“I risultati dell’indagine mostrano che nei primi passi della transizione birmana alla democrazia la gente è speranzosa sul futuro, sebbene quell’ottimismo è temperato da varie questioni spinose” dice Asia Foundation.

Mi sono sentito meglio dopo aver letto questo sebbene i dubbi restassero. Come precisa AF certe sfide rimangono davvero. Segni di arretramento del governo includono nuovi scontri nei territori etnici, una repressione sui media indipendenti, la crescita incontrollata dell’estremismo religioso e le tensioni tra le comunità birmane e musulmane e il ruolo continuo dei militari nella politica.

Come ho citato in un discorso recente a New York in occasione del premio International Press Freedom Award al CPJ la Birmania è una terra verde. Non mi riferivo alle sue foreste quanto a quelli in uniforme che continuano a governare il paese.

A novembre un collega nei suoi cinquantanni che lavora presso una organizzazione internazionale a Yangoon mi disse: “Abbiamo il potenziale per crescere ma è sperperato dai suoi capi”. L’ottimismo che sentivamo negli anni scorsi lentamente sta svanendo.

In realtà, molti sentono di non aver alcun potere di istituire il cambiamento che vogliono. Ecco il problema reale. Inoltre pervade tutto la paura dell’ignoto. La si può trovare questa paura tra i grandi capi che hanno paura di perdere il potere politico ed economico. E’ anche presente tra i cittadini che temono che lo status quo continuerà.

E tra i crescenti timori sul processo di riforma, la Birmania continua ad attirare investimenti e riconoscimenti internazionali. Nel suo viaggio nel paese a novembre per i summit internazionali, il presidente Obama ha detto che il processo di democratizzazione era “reale”. Gli USA hanno anche aperto la porta a dei legami militari di piccolo cabotaggio.

Altri paesi donatori continuano a promettere più aiuti e investimenti. La EU ha di recente annunciato di voler inviare 900 milioni di dollari in aiuti nei prossimi sette anni.

Molti attori internazionali sembrano convinti che la situazione in Birmania stia inesorabilmente migliorando. Un collega che ha lavorato in varie agenzie di aiuto mi ha detto che all’interno della comunità internazionale “Tutti si bevono l’idea che essi lavorano per delle soluzione per il paese.”

Indipendentemente dall’indagine di AF che indica come la maggioranza degli intervistati è positivo verso le prospettive del paese, è nella mia esperienza che tante persone sentono che il futuro immediato sembri grigio.

Dopo gli alti e bassi del 2014 non abbandoniamo le speranze di un cambiamento fondamentale. Ci sono piccoli bagliori nell’oscurità. Come ha mostrato l’indagine, sebbene persistano le paure di esprimere la propria posizione politica in pubblico dopo anni di governo militare, il 93 % degli intervistati afferma che voteranno nelle prossime elezioni.

Cosa ci porterà il 2015? Non ci sarà alcun miracolo improvviso o scorciatoia ad un paese libero e ricco. Continueremo a dirci di rimanere cautamente ottimisti ma è davvero una forma di difesa di fronte ad un forte disappunto.

Aung Zaw TheIrrawaddy

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