Coste di Aceh e la fine dell’ospitalità ai Rohingya

Listen to this article

Le coste di Aceh da luogo di accoglienza e solidarietà diventano punti di respingimento dei migranti dalle coste bangladeshi

Ogni anno, alla fine della stagione dei monsoni in Bangladesh, partono i viaggi rischiosi dei rifugiati Rohingya verso la Malesia. A raggiungere la loro destinazione da vivi non ce la fanno tutti coloro che si sono imbarcati dai campi profughi sul confine tra Bangladesh e Myanmar.

A novembre 2023 sono giunte cinque barconi con oltre un migliaio di rifugiati consunti in luoghi differenti sulle coste di Aceh a Sumatra settentrionale.

In due casi gli abitanti dei villaggi dei luoghi di approdo li hanno respinti in mare invece di dare il tanto necessario aiuto a donne, uomini e bambini dopo il loro viaggio pericoloso.

Le immagini della BBC Indonesia a Muara Batu mostrano centinaia di migranti Rohingya stanchissimi seduti sulla spiaggia delle coste di Aceh

Gli abitanti dei villaggi danno loro da mangiare mentre gridano di tornarsene alle barche con la minaccia di picchiarli. In un altro video del Tribun Aceh si vedono dei migranti Rohingya che vengono trascinati con la forza alle barche a cui gli abitanti danno pacchi di spaghettini ed altri alimenti che gettano in mare chiedendo di poter restare.

Alla fine di novembre gli studenti di Aceh si sono riversati in strada per protestare contro l’accoglimento dei Rohingya e contro l’agenzia ONU dei rifugiati che avrebbe motivi cospiratori.

Sono azioni che contrastano sfacciatamente contro gli atti precedenti di gentilezza e ospitalità verso i Rohingya che arrivavano nelle acque di Aceh tra il 2015 e il 2020, dando il rispetto della comunità internazionale alla comunità acehnese.

Secondo le leggi consuetudinarie del mare ad Aceh, i pescatori sono obbligati ad assistere chiunque si trovi in difficoltà in mare. L’antica istituzione del Panglima Laot ha un ruolo fondamentale nell’assicurare la sicurezza in mare e si basa sulla reciprocità. C’è anche la tradizione acehnese del Peumulia Jamee, di onorare gli ospiti.

Il recente comportamento ostile verso i Rohingya è apparso ampiamente sui media, e i media indonesiani hanno citato molti abitanti locali scontenti e, nel processo, hanno rafforzato gli stereotipi negativi sui rifugiati. Alcuni abitanti dei villaggi si sono lamentati della mancanza di gratitudine mostrata da precedenti Rohingya che erano scappati dai campi di Aceh dove erano ospitati. Altri hanno sottolineato i possibili insulti e incomprensioni interculturali se i Rohingya dovessero rimanere a lungo.

Forse l’aspetto più cruciale è che l’arresto di tre pescatori acehnesi per reati di contrabbando di persone, che un anno prima avevano salvato 99 Rohingya da un’imbarcazione che stavano annegando, ha suscitato sentimenti negativi nei confronti di questi rifugiati arrivati di recente e di coloro che facilitano i loro viaggi.

Lalu Muhamad Iqbal, portavoce del Ministero degli Esteri indonesiano, ha dato subito la colpa dell’arrivo dei Rohingya alle reti di contrabbandieri “che ora abusano della gentilezza dell’Indonesia e cercano di trarre profitto dai rifugiati senza curarsi degli alti rischi a cui li espongono”.

Associare il soccorso in mare al crimine transnazionale del traffico di persone è probabilmente una pericolosa corsa al ribasso che può costare molte vite innocenti, come dimostrano sviluppi simili con le ONG di soccorso nel Mar Mediterraneo. La confisca delle imbarcazioni di soccorso e l’arresto dei soccorritori limitano le possibilità di sopravvivenza delle persone in pericolo in mare.

Il rifiuto degli abitanti del villaggio nei confronti dei recenti arrivi e la rappresentazione di questi eventi nei media vengono utilizzati per sostenere la posizione sempre più ostile delle autorità indonesiane che si oppongono all’arrivo di altri Rohingya in Indonesia. Un’operazione congiunta della polizia locale, della marina e dell’Agenzia nazionale di ricerca e salvataggio (Basarnas) sta ora pattugliando le acque costiere, con il supporto di semplici abitanti e pescatori. La protezione dei confini è prioritaria rispetto al salvataggio di vite umane.

Questo approccio ignora le ragioni per cui i Rohingya rischiano la vita in mare. I Rohingya che finiscono sulla costa di Aceh iniziano il loro pericoloso viaggio in Bangladesh, dove quasi un milione di persone langue attualmente in squallidi campi. La minoranza etnica è stata costretta a fuggire dal proprio Paese d’origine, il Myanmar, in seguito alla brutale repressione militare dell’agosto 2017, che molti osservatori considerano un atto di genocidio.

Nel 2019, il Gambia denunciò alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia (Gambia contro Myanmar) con il sostegno dell’Organizzazione della cooperazione islamica sostenendo che le atrocità del Myanmar verso i Rohingya violano diverse disposizioni della Convenzione sul genocidio. Il verdetto finale è atteso per il 2025.

Tra il 2012 e il 2015, circa 112.500 Rohingya attraversarono il Mare delle Andamane con l’aiuto di trafficanti. Quando nel 2015 le autorità regionali misero un freno alle reti di contrabbando, circa 8.000 Rohingya finirono abbandonati in mare dai loro trafficanti per diverse settimane. La cosiddetta crisi del 2015 nel Mare delle Andamane si risolse quando la Malaysia e l’Indonesia hanno permesso alle imbarcazioni di sbarcare.

A causa dell’intensificazione delle pattuglie di confine in Bangladesh, il numero di imbarcazioni in partenza è cessato per breve tempo.

Durante la pandemia COVID-19, varie imbarcazioni cercarono di raggiungere la Malesia, ma almeno 22 sono state respinte. Il 2022 e il 2023 hanno visto un drammatico aumento del numero di imbarcazioni in arrivo in Indonesia e Malesia, lasciando l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e le ONG in difficoltà nel fornire riparo ai rifugiati.

Il recente afflusso di Rohingya nel Sud-est asiatico è anche determinato dai tagli alle razioni nei campi profughi in Bangladesh. Con le razioni di cibo assegnate a soli 0,27 dollari per persona al giorno, la criminalità nei campi è in aumento, così come le partenze irregolari attraverso il mare.

Gli ultimi arrivi in Indonesia hanno riacceso vecchi dibattiti sui gli obblighi dell’Indonesia nei confronti dei rifugiati, dato che il paese non ha firmato la Convenzione sui rifugiati del 1951 e il suo Protocollo del 1967.

Lalu Muhamad Iqbal del Ministero degli Esteri sostiene che, a causa di questo status, l’Indonesia “non ha l’obbligo di ospitare i rifugiati”. Tuttavia, in quanto firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e di altre leggi internazionali, l’Indonesia è tenuta a soccorrere le persone in difficoltà in mare e a portarle nel luogo di sicurezza più vicino. L’UNHCR ha ribadito il proprio appello a continuare a offrire compassione e ospitalità per sostenere lo sbarco di altre imbarcazioni che potrebbero essere in arrivo.

Nonostante le inquietanti scene di rifiuto dei rifugiati diffuse dai media, è importante sottolineare che non tutti i membri della comunità locale rifiutano i Rohingya. Circa 230 persone sono state portate in un terreno inutilizzato dai residenti del villaggio di Kulam. Le autorità locali hanno affermato che la comunità avrebbe salvaguardato i rifugiati e si sarebbe astenuta dal riportarli con la forza nell’oceano. Tuttavia, gli operatori umanitari stanno affrontando pressioni da più parti nel loro lavoro con i Rohingya.

Dato che la regione ha visto frequenti arrivi di Rohingya negli ultimi dieci anni, l’assenza di rifugi adeguati evidenzia un problema di lunga data ad Aceh.

Mukhtar Yusuf, un capo villaggio, ha spiegato le difficoltà logistiche associate all’ospitare i rifugiati per lunghi periodi di tempo. Se rimangono al molo locale possono, ad esempio, disturbare le attività quotidiane dei pescatori locali.

Ci sono state alcune caute critiche da parte di ONG locali e ai militanti per i diritti umani durante i recenti respingimenti locali ad indicare una stanchezza delle reti di solidarietà locali. Negli ultimi dieci anni, la popolazione locale è stata la prima a farsi carico dei rifugiati bloccati in mare, anche portandoli a riva, a volte anche contro gli ordini dell’esercito indonesiano.

L’ignoranza delle sofferenze dei rifugiati respinti in mare da parte delle autorità indonesiane mostra una mancanza di responsabilità governativa. Il Regolamento presidenziale n. 125/2016 stabilisce esplicitamente che il governo ha l’autorità di salvare i rifugiati stranieri bloccati in mare.

In quanto istituzione specificamente incaricata di svolgere attività di ricerca e salvataggio, il Basarnas è responsabile della conduzione di tali attività, con il supporto della Marina, della Polizia, del Ministero dei Trasporti, dell’Agenzia per la sicurezza marittima (Bakamla) e di altre agenzie governative correlate.

Tuttavia, piuttosto che condurre operazioni di ricerca e salvataggio, la marina indonesiana e la polizia marittima hanno intensificato i pattugliamenti per individuare le navi straniere nelle acque territoriali indonesiane.

L’ufficiale della polizia marittima Iptu Zainurrusydi ha dichiarato che dopo il rilevamento “stiamo ovviamente adottando le politiche in base ai regolamenti esistenti”. Sebbene non abbiano ammesso di aver condotto respingimenti, vi sono indicazioni che l’Indonesia potrebbe ora usare le stesse politiche di deterrenza Malesi e Thai.

In occasione dell’imminente secondo Forum globale sui rifugiati, previsto a Ginevra dal 13 al 15 dicembre, sarà interessante vedere come l’Indonesia spiegherà la sua recente riluttanza a salvare i Rohingya in difficoltà in mare. È ragionevole pensare che, invece di dare il buon esempio, l’Indonesia si limiterà a indicare tutti gli altri Stati firmatari e non firmatari del mondo che vedono i rifugiati come nemici della loro sovranità e si comportano in modo simile.

Con le prossime elezioni presidenziali e legislative che si terranno in Indonesia nel febbraio 2024, c’è anche il rischio che questa ricorrente preoccupazione per i rifugiati e la sicurezza nazionale possa essere sfruttata per generare un senso di minaccia e fomentare paura e xenofobia.

Prabowo Subianto, che è uno dei tre candidati alle presidenziali di febbraio, ha dichiarato di essere solidale con la situazione dei Rohingya, ma di essere più preoccupato per le difficoltà incontrate dagli abitanti di Aceh che ospitano i rifugiati e per il potenziale impatto sull’economia indonesiana. Muhaimin Iskandar, compagno di corsa di Anies Baswedan, ha promesso di prestare attenzione alla situazione dei Rohingya, anche se non ha menzionato specificamente i rifugiati di Aceh. Gli altri candidati non hanno ancora commentato la questione.

L’attuale mancanza di idee progressiste e di soluzioni umane per i Rohingya ha riportato in auge idee precedentemente accantonate. Una delle proposte è quella di trasferire i Rohingya su un’isola remota per tenerli lì fino a quando non si troverà una soluzione più duratura e per evitare conflitti sociali con la popolazione locale durante la presumibile lunga attesa.

Tenere i rifugiati su isole isolate non è una soluzione accettabile. Lo ha già dimostrato l’esperimento del Bangladesh sull’isola di limo di Bhasan Char nel Golfo del Bengala, dove più di 30.000 Rohingya sono attualmente bloccati nell”isola-prigione dove oltre a temere inondazioni e tempeste, manca una fornitura d’acqua, scuole e assistenza sanitaria e libertà di base.

Dato che la “stagione della navigazione” per i Rohingya è appena iniziata, è molto probabile che nelle prossime settimane altre persone si dirigano verso l’Indonesia e la Malesia in cerca di sicurezza e di una vita migliore.

Finché non potranno tornare in Myanmar a vivere in sicurezza, tutti gli Stati confinanti devono astenersi dal respingerli.

Nino Viartasiwi e Antje Missbach, NewMandala

Ottimizzato da Optimole