COVID-19 nei campi profughi Rohingya si materializza la paura

La paura che possa arrivare il COVID-19 nei campi profughi Rohingya a Cox’s Bazar in Bangladesh oppure nei campi delle Persone Dislocate Internamente nel Rakhine Birmano si sta drammaticamente materializzando.

COVID-19 nei campi profughi
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Sono apparsi i primi casi di COVID-19 nel Rakhine, la regione birmana dove si agita il conflitto tra Arakan Army e Militari birmani, mentre nel paese ci sono quasi 200 casi di infezione in totale.

Si tratta di due uomini che sono tornati dalla Malesia e che sono risultati positivi al virus, allarmando le autorità locali per una possibile diffusione nei campi affollatissimi di persone dislocate internamente.

“Ora abbiamo due pazienti e immaginate la situazione nei campi sovraffollati nella regione una volta che un rifugiato si dovesse infettare” ha detto San Kyaw Hla, presidente del parlamento Rakhine. “Sittwe ha campi sovraffollati ma per le persone dislocate internamente non hanno una possibilità di adottare misure protettive. Il virus non risparmierà nessuno senza riguardi alla razza o alla religione”

A Sittwe ci sono secondo UNCHR oltre 103mila dei 130 mila Rohingya che furono cacciati dalle violenze settarie del 2012 in 16 campi improvvisati, a cui si aggiungono i Rakhine buddisti che sono stati cacciati dalle case dalla guerra civile.

Nel resto del Rakhine ci sono oltre 164 mila civili di etnia Rakhine in 10 cittadine che scappano agli scontri quotidiani, quando fino ad aprile c’erano 30 mila rifugiati interni.

101 mila di questi nuove persone dislocate internamente sono ospitate in monasteri buddisti, in case di amici e parenti oppure in campi improvvisati non riconosciuti.

Chi invece si trova in un campo ufficiale si trova sotto le misure preventive di controllo ma il governo non ha dato né maschere, né abbastanza alimenti né sapone per le mani.

“Dipendono del tutto da donatori individuali oppure ONG” dice Zaw Zaw Tun di un gruppo Rakhine.

Questi rifugiati interni come gli 8000 rifugiati cristiani Chin che si trovano nello stato Chin, anch’esso distrutto dalla guerra civile tra esercito birmano e Arakan Army, sono anche a forte rischio di COVID-19. In questi due stati i militari birmani non hanno voluto dichiarare un cessate il fuoco per il COVID-19 considerato da molti solo un’operazione propagandista.

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Finora i rifugiati Chin vengono ospitati in scuole e chiese che però cominciano a diventare stracolme.

Mentre si avvicina ormai la stagione dei monsoni, il governo locale Chin prova a fare del suo meglio per contenere la possibile diffusione del virus ma le risorse materiali non sono sufficienti per costruire dei campi per i rifugiati.

Nel frattempo ad aprile il governo birmano aveva allocato oltre 1,5 milioni di dollari per le misure preventive per 184333 persone dislocate internamente in 128 campi degli stati Kachin, Kayin, Shan e Rakhine. Ma questi soldi forse hanno preso altre strade.

“Il governo ignora le richieste di proteggere le persone dislocate internamente” riferisce un coordinatore dei campi ad una agenzia turca. “Non ci sono neanche abbastanza posti dove dormire senza bagnarsi durante la stagione delle piogge”.

Dall’altra parte del confine Bangladesh Myanmar, a Cox’s Bazar, la situazione dei campi Rohingya sembra avere molti punti in comune.

Al Jazeera riferisce che sono stati posti in quarantena circa 15 mila profughi Rohingya mentre il numero di casi di infezione conclamata è salito a 29 dai primi casi di metà maggio, nonostante che siano state prese ad aprile misure di restringimento dei movimenti nei campi, dove non è possibile ancora ricevere la connessione dati internet impedendo così di acquisire informazioni sul COVID-19.

Secondo un sanitario dell’area di Cox’s Bazar le infezioni non sono critiche ma le persone si troverebbero in quarantena con le famiglie in centri di isolamento, mentre sono state chiuse le strade di accesso ed isolati i luoghi dove sono stati rintracciate le persone infette.

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In tutto sarebbero 15 mila i Rohingya così bloccati a cui si aggiungono le paure di chi lavora nei campi di Cox’s Bazar senza protezioni individuali.

Nel campo di Katupalong, dove si trovano le infezioni, ci sono 600 mila Rohingya, sono stati allestiti centri di isolamento per 700 pazienti ed a fine di maggio diventeranno 2000.

“Stiamo provando ad accelerare il numero di test il più velocemente possibile per poter rintracciare tutti i contatti e le persone infette.” ha detto un responsabile sanitario.

Secondo Mahbubur Rahman, responsabile sanitario di Cox’s Bazar, nel giro di una settimana si raddoppierà il numero di test che attualmente sono 188, mentre si stanno ponendo misure di quarantena per chiunque provenga da Dakha, capitale del Bangladesh.

“Siamo molto preoccupati perché i campi Rohingya sono molto densamente popolati. Sospettiamo che sia già cominciata la trasmissione di comunità” ha detto il sanitario.

La preoccupazione nasce dal fatto che il Bangladesh ha registrato lunedì 1975 nuovi casi di infezioni mentre sono 35585 i casi totali con 501 morti.

Nel distretto di Cox’s Bazar, non solo i campi, vivono 3,5 milioni di persone e dopo alcune infezioni esterne al campo è stata imposta la chiusura del distretto.

Nay San Lwin, che ha fondato Free Rohingya Coalition, dice ad Al Jazeera che non ci sono posti di terapia intensiva e respiratori a sufficienza per il COVID-19 nei campi profughi Rohingya

“Dal momento che i campi sono sovraffollati, il distanziamento sociale è quasi impossibile” aggiungendo che a causa dell’isolamento da settembre dei campi dall’accesso ad internet, c’è anche poca coscienza della pericolosità del virus.

“Molti non sanno come si diffonde questa malattie e come lo si possa prevenire e contenere. Diversamente dai cittadini di tutto il mondo, soffrono anche di più degli altri che possono accedere all’informazione per prevenire l’infezione, ma i Rohingya nei campi non hanno il permesso di accedere a questa informazione”.