Crisi diplomatica totale tra Filippine e Kuwait per lavoratori filippini

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Nelle ultime settimane Filippine e Kuwait si sono ritrovati al centro di una crisi diplomatica totale che pone a grande rischio il destino di oltre 260 mila lavoratori filippini dell’emigrazione che risiedono nella ricca nazione mediorientale.

Il Kuwait è stato recettore migliore dell’esportazione di lavoratori filippini ed è una importante fonte delle rimesse. Non c’è quindi da meravigliarsi che ci siano preoccupazioni sull’impatto più vasto sull’economia filippina che dipende molto dalle rimesse dei suoi lavoratori all’estero, oltre che dalle relazioni tra il paese del sudestasiatico e le altre nazioni del golfo che tutte insieme raccolgono quasi due milioni di lavoratori filippini.

Di conseguenza ‘amministrazione di Duterte sta facendo di tutto per trovare i modi di evitare una ricaduta diplomatica più vasta sulle nazioni del golfo persico, di proteggere i filippini che risiedono nella regione e ridurre la dipendenza del paese dall’esportazione di lavoro.

Nel mezzo di un boom edilizio nel paese, le Filippine sono per la prima volta nella storia recente in disperato bisogno di lavoratori a casa.

E’ difficile sminuire la profondità dello svolgimento della crisi diplomatica. Il Kuwait ha espulso l’ambasciatore filippino Renato Pedro Villa, ha richiamato il proprio ambasciatore a Manila Saleh Ahmad Althwaikh, ha detenuto quattro persone dell’ambasciata filippina ed ha emesso mandati di arresto per tre diplomatici filippini. Le autorità kuwaitiane hanno anche tagliato l’elettricità e l’acqua alla residenza dell’inviato filippino.

Lo sfrontato presidente filippino Duterte ha risposto a tono prendendo la decisione che lui stesso ha definito salomonica di chiedere a 260 mila filippini che lavorano in Kuwait di tornare a casa.

Mai a corto di spacconate, il presidente filippino ha detto di essere pronto a derubare una banca o ad usare il fondo cinese di assistenza allo sviluppo per coprire i grandiosi costi di rimpatrio.

La crisi si accese dopo che alcuni ufficiali del dipartimento degli affari esteri rilasciarono un video che presumibilmente mostrava membri dell’ambasciata filippina in Kuwait mentre portavano via lavoratori filippini dalle case di datori di lavoro violenti.

Molto probabilmente gli ufficiali coinvolti speravano di guadagnare punti politici a casa, specialmente tra i lavoratori filippini all’estero e le loro famiglie che sono state l’ossatura della base politica di Duterte.

Il video è diventato ben presto molto diffuso poiché i media sociali legati all’amministrazione lo hanno diffuso sui loro profili. Il video provocatore ha causato un grandissimo imbarazzo in Kuwait che ha accusato le Filippine di “contrabbandare le domestiche filippine in violazione chiara delle leggi del paese e delle regole diplomatiche internazionali”.

Tutto questo è giunto mentre c’era già tensione diplomatica che iniziò con la scoperta a febbraio dell’assassinio brutale di una domestica filippina in Kuwait Joanna Demafelis per mano del loro datore di lavoro arabo.

Il governo filippino allora emise un divieto temporale di invio di lavoratori in Kuwait. Nei mesi successivi le parti iniziarono a negoziare un nuovo accordo di lavoro bilaterale per migliorare sia le paghe che le condizioni dei lavoratori filippini nel paese del Golfo.

Ora sono in bilico non solo l’accordo bilaterale ma anche il futuro delle relazioni filippine con il Kuwait e gli altri stati del Golfo. Il video imbarazzante ha mandato ondate di shock nella regione incoraggiante probabilmente gli altri stati del Golfo a mettersi sotto per prevenire simili missioni di salvataggio da parte delle Filippine sul loro territorio.

Nel 2017 dal Kuwait arrivarono nelle Filippine 735 milioni di dollari di rimesse. Da tutti i paesi del Golfo Persico giungono 7.5 miliardi di dollari di rimesse. Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Qatar sono state le principali destinazioni dei lavoratori filippini sin dagli anni 70.

Una famiglia su dieci nelle Filippine ha almeno un proprio famigliare all’estero. Le loro rimesse sono da tempo la base dell’economia storicamente anemica del paese.

Nel 2017 le Filippine sono state al terzo posto come recettore di rimesse nel mondo con 33 miliardi di dollari, dopo India con 69 miliardi e Cina con 64 miliardi. Eppure questo tanto necessario stimolo esogeno è giunto con un forte costo sociale.

Questi costi includono, tra i tanti, la creazione di una cultura della dipendenza tra i parenti dei lavoratori all’estero; la separazione dei nuclei familiari perché uno dei genitori rimane a casa con i figli; e fondamentale centinaia di miglia di filippini sono a rischio di potenziali abusi e di condizioni di lavoro pericoloso in paesi non democratici con poco rispetto per i diritti umani e del lavoro.

Eppure mentre le Filippine emergono come l’economia della regione che cresce alla velocità maggiore, si trova ora in una posizione migliore per dare lavoro sul proprio suolo.

Nel mezzo del boom infrastrutturale da 180 miliardi di dollari le Filippine cominciano ad soffrire di mancanza di lavoro nel settore delle costruzioni in particolare.

I grandi conglomerati e gli investitori esteri vogliono offrire paghe migliori e benefici per attrarre lavoratori qualificati e semiqualificati nei settori fondamentali che vanno dal dettaglio e dai settori di attività di esternalizzazione alle infrastrutture pubbliche al mercato immobiliare.

Nell’era del boom per un numero crescente di filippini diventa sempre più importante restare a casa piuttosto che prendere lavori pericolosi e pagati male in paesi del Medio Oriente.

Ci vorranno molti anni comunque prima che le Filippine riescano a riattrarre a casa milioni dei suoi cittadini che hanno scelto di cercare pascoli più verdi a casa.

Richard Heydarian, Forbes

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