Crudeltà della pena capitale colpisce anche le famiglie dei condannati

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La crudeltà della pena capitale sta anche nella sua applicazione amministrativa che ha un peso notevole anche sui familiari dei detenuti

Non ho mai pensato che sarei stata tanto felice nel sentire che qualcuno è risultato positivo al Coronavirus, perché per gran parte di noi l’essere infetti è un pericolo o almeno una iattura, ma per Nagaenthran K. Dharmalingam è stato un salvavita.

Nagaenthran, o anche Nagen per la famiglia, doveva morire a Singapore la mattina del 10 novembre. Le autorità del carcere avevano già inviato due settimane prima la notifica dell’esecuzione alla famiglia in Malesia, a rovinare la festività del Deepavali, perché dovettero fare di tutto per sistemare il loro viaggio a Singapore prima che si aprissero le corsie privilegiate di viaggio tra i due paesi.

crudeltà della pena capitale

Il giorno prima della esecuzione, Nagen riceve la sospensiva perché è risultato positivo al COVID-19. Una corte di appello ha aggiornato la sua udienza estendendo la sospensione dell’esecuzione.

Non esiste un processo così meticoloso e amministrativo come la pena capitale per porre fine alla vita. E’ ovvia per tanti l’assurdità di ritardare l’esecuzione di un uomo finché non guarisce dal Covid-19 e di attendere che si riprenda in salute a sufficienza per ucciderlo.

Ma chi di noi segue e documenta l’applicazione della pena capitale conosce questa crudeltà senza senso.

Inoltre le politiche della pena di morte di tante nazioni, tra cui alcune nel Sud Est Asiatico, fanno attraversare ai membri delle famiglie il processo della pena attraverso date di esecuzioni non fissate e sentenze che cambiano causando ulteriore stress emotivo e mentale.

Quando il fratello minore di Nagen giunse a Singapore a novembre scorso, Navin lo trovò in uno stato preoccupante. Era la prima volta che i fratelli si incontravano dopo tanti anni, e Navin disse che la condizione mentale di Nagen era peggiorata sin dal loro ultimo incontro.

Navin disse ad un militante contrario alla pena di morte che il fratello aveva grandi difficoltà a guardarlo in faccia e che faceva bagni giornalieri che duravano tre ore. Anche prima di passare più di un decennio nel braccio della morte, Nagen aveva un Quoziente di Intelligenza di appena 69 e un deficit cognitivo.

Navin si domandava se il fratello davvero comprendeva che sarebbe stato impiccato.

Questi dettagli inquietanti non sono stati sufficienti al governo di Singapore per indicare alla presidente Halimah Yacob, che non ha un potere discrezionale proprio, di commutare la sentenza di condanna a morte di Nagenthran

Le richieste di supplica di grazia per Nagen sono state tantissime. Sono giunte dal Re malese, dalle ONG internazionali, dagli esperti dei diritti umani dell’ONU, dalle ambasciate straniere, da figure pubbliche come il miliardario Richard Branson e l’attore e scrittore britannico Stephen Fry e da cittadini ordinari di Singapore.

Finora a mostrare compassione è stato più il Coronavirus che lo stato di Singapore.

Quando la gente sente descrivere la pena di morte come “pena crudele ed inumana” spesso pensa agli aspetti più orribili: cappi e fucili oppure esecuzioni maldestre in paesi come gli USA.

La realtà è che la crudeltà inizia ben prima e sotto forme più mondane.

A Singapore la domanda se un corriere della droga possa sfuggire alla forca potrebbe ridursi potenzialmente a cosa l’accusa pensa, se sono stati sufficientemente utili da ricevere un “certificato di aiuto concreto”.

Nel caso di Pannir Selvam Pranthaman, la sua cooperazione nel fornire informazioni alle autorità fu ritenuta insufficiente a salvagli la vita dalla forca perché la polizia non usò le sue informazioni. Senza la clemenza della presidente del paese, Pannir resta di finire sulla forca quanto prima.

Nel decennio scorso ho visto di prima persona i modi di infliggere dolore della pena capitale. Kho Jabing, un lavoratore proveniente da Sarawak, fu condannato a morte a Singapore dopo un furto fatto in condizioni di ubriacatura portò alla morte della vittima. Incontrai la famiglia nel 2015 che ne aveva passate tante oscillando tra disperazione e sollievo.

A causa di emendamenti legali, Jabig fu condannato per prima a morte, poi condannato di nuovo al carcere a vita con fustigazione e poi di nuovo alla pena di morte. Dopo una lunga campagna sostenuta dagli avvocati che cercavano la sospensione dell’esecuzione, Jabing fu alla fine portato a maggio 2016 dall’ultima audizione al carcere e lì impiccato.

L’intero processo fu così veloce che l’ultima visita della famiglia fu condotta in videoconferenza. Era il compleanno della sorella più piccola. Di recente la ragazza mi disse che ha ancora problemi nell’addormentarsi quando pensa al fratello o sente di un’esecuzione prossima.

Nel 2020, la famiglia di Syed Suhail bin Sied Zin, che doveva essere impiccato per accuse di droga, passò un giorno di ansia e stressi dopo che le autorità del carcere gli dissero che non si sapeva nulla di una sospensione dell’esecuzione, nonostante che il suo avvocato fosse riuscito ad ottenere la sospensiva da un tribunale quel pomeriggio.

La prigione alla fine disse alla sorella di Syed quella notte tardi che l’esecuzione non sarebbe andata avanti.

Questi metodi amministrativi di consegna del dolore non appartengono solo a Singapore. In ogni paese che applica la pena di morte ci sono esempi simili di circostanze che aggravano la pena maggiore.

Due detenuti nel braccio della morte in Giappone portarono in giudizio lo stato per la sua politica di notificare l’esecuzione della sentenza solo poche ore prima, tenendo i detenuti in uno stato costante di paura. Ed è un tormento non solo per loro ma anche per i loro cari che sopportano il trauma per gli anni a venire, sebbene non abbiano commesso alcun reato.

“Puniscono la nostra intera famiglia” ha detto la sorella maggiore di Nagaenthran al WP lo scorso anno.

E’ un sentimento che i cari dei prigionieri nel braccio della morte conoscono fin troppo bene. Oltre a Nagen, vari prigionieri del braccio della morte hanno finito i propri appelli legali portando a temere che tanti casi arretrati porteranno ad un grande aumento di esecuzioni.

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Governo e autorità giudiziarie possono dire che questi casi hanno ricevuto il giusto processo secondo la legge e giustificare la pena di morte come necessaria per la sicurezza e la protezione.

Tuttavia quando i paesi creano intere burocrazie dedicate al prendersi vite, dobbiamo tutti pensare a come questo ha un riflesso sulla società e il danno che potremmo stare a causare.

Kirsten Han, GLOBE

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