Deimmaginare e reimmaginare Myanmar dopo 70 anni di guerre civili

deimmaginare

Il 19 luglio ricade il 73° anniversario dell’assassinio di U Aung San, padre del Consigliere dello stato birmano Aungs San Suu Kyi, e di un gruppo di membri del suo governo multietnico pre-coloniale tra cui il capo musulmano ed educatore Razak che proveniva da Mandalay, la mia città natale.

Mentre il paese si prepara a commemorare la sua Giornata dei Martiri, inizio a sentire che questi martiri birmani siano morti invano. Dopo aver studiato ed essere stato coinvolto profondamente nella politica del mio paese da oltre 30 anni, sono sempre più convinto del bisogno per chiunque ne abbia a cuore il destino di questo paese di iniziare il progetto di de-immaginare quella entità politica fallita che è Myanmar.

deimmaginare
Aung San e Rachid, FORSEA

Si deve chiedere apertamente e discuterne la domanda tanto dolorosa quanto necessaria: Come si può decostruire, o in modo ancor più allarmante, disintegrare Myanmar?

Questo progetto deve essere messo insieme con gli atti concorrenti di reimmaginare il nuovo dopo-Myanmar come una miscela di nazioni indipendenti e/o un gruppo di stati autonomi indipendenti dentro ad una Unione della Birmana radicalmente differente. Se dobbiamo evitare i costosi errori dei passati settanta anni le nuove entità, qualunque forma esse prendano, avranno bisogno di escogitare identità o cittadinanze civiche regionali, nazionali e federali che non siano ancorate nelle attuali tossiche identità etno-nazionaliste o identità esclusive monofideistiche.

Infatti il capo rivoluzionario della Arakan Army, Twan Mrat Naing, e il suo movimento di resistenza armata hanno già pubblicamente lanciato questo duplice progetto politico, vale a dire deimmaginare lo stato del tutto fallito di Myanmar e reimmaginare una nuova nazione del Arakan autonoma o indipendente lungo le linee civiche nazionaliste.

A giudicare dalla dichiarazione dei loro valori fondamentali e dalle interviste, i rivoluzionari arakanesi sono già al lavoro in questo progetto di cacciare il governo birmano nel Rakhine sia nella loro immaginazione popolare che sul terreno. Perché il governo birmano nel Rakhine è qualcosa che vivono da 70 anni come amministrazione coloniale. La AA cerca apertamente di costruire un nuovo tipo di strutture di potere e far rivivere la vecchia coscienza di popolo libero e sovrano, offrendo una identità di gruppo inclusiva non primordiale di cui parlo nel paragrafo precedente, tutto senza astruse concettualizzazioni accademiche.

In un semestre del 1999 sedevo ad un seminario del compianto Benedict Anderson alla Cornell University a New York dove leggevo attentamente materiale di lingua birmana degli archivi del Sudestasiatico dell’Università. Ascoltavo attentamente il brillante teorico che creò un nuovo prisma concettuale attraverso cui ora si osservano gli stati nazione: le nazioni post-coloniali come prodotti dell’immaginazione nazionalista, o con le parole di Anderson, Comunità Immaginate.

25 anni dopo e dopo alcuni anni dal suo passaggio a Bangkok, sento il bisogno di proporre l’antitesi di quello che il mio insegnante di un tempo propose: deimaginare una nazione, cioè, una nazione che resta profondamente coloniale nella sua essenza, nelle strutture di potere e nelle pratiche di governo, e ugualmente importante, una nazione che non mostra assolutamente alcun segno di riflessione su di sé né, tanto meno, volontà di correggersi.

Il paese in cui sono nato, la Birmania, è un candidato ideale maturo da deimmaginare.

Contro lo sfondo della repressione militare brutale e sanguinosa del movimento di protesta multietnico e multiclasse del 1988, i governanti militari rinominarono il paese come Myanmar. Nessun plebiscito, nessun referendum, né indagini demoscopiche, né discussioni. Proprio così in una giornata del 1989 nel tentativo di ripulire il suo governo sanguinario di 26 anni dal 1962.

L’incompetenza della guida militare era tale che i signori nelle uniformi verdi non riuscirono persino ad escogitare un nome che fosse linguisticamente e con i fonemi corretti. Questo errore chiarissimo fu messo in luce dall’eminente storico birmano Than Tun. “Myanmar” come era il nome del paese era e resta semplicemente errato sia nella sua translitterazione della parola birmana Myan Ma (senza la r finale nel corretto spelling) o nell’uso della parola come un nome proprio per il paese.

Non serve dire che sfidare linguisticamente i capi militari nella loro lingua madre di sicuro è destinata a fallire, e del tutto, alla costruzione della nazione, specialmente da un lavoro frammentario di comunità multietniche in gran parte agricole con lingue mutualmente incomprensibili e memorie storiche in conflitto e competizione.

Sguardo veloce allo stato del paese

Che fallimento spettacolare è stata Myanmar da quell’assassinio dei martiri di 73 anni fa.

Col sistema di governo a due livelli unitamente ed a casaccio gestito dalla figlia di U Aung San e dalle forze armate che lui fondò sotto il patrocinio fascista del Giappone in tempo di guerra, il paese è uno dei primi cinque produttori di rifugiati. In virtualmente tutte le regioni non birmane ci sono comunità sfollate dai combattimenti tra il governo centrale etnicamente birmano e le organizzazioni di resistenza armata delle minoranze. Ci sono oltre 20 organizzazioni etniche armate, EAO, molte delle quali sono coinvolte in processi di pace fermi guidati da Aung San Suu Kyi, che usa la sua bandiera preferita di Panglong o il vecchio spirito della costruzione dell’Unione della Birmana che lei considerava il dono del padre all’Unione.

Vedi anche  Alleanza USA Filippine da salvare al tempo del Coronavirus

Ma i colloqui di pace e i negoziati del cessate il fuoco non iniziarono, non nel tanto pubblicizzato fulgore della Primavera di Myanmar sotto il regime quasi civile di Thein Sein, ma agli inizi degli anni 60 negli anni di formazione della dittatura di Ne Win. Per due generazioni consecutive nessun accordo di pace, scritto o da accordo di gentiluomini, è mai durato. Detto fuori dai denti, la pace non è neanche concepibile in un contesto di politica sotto il controllo militare che sfacciatamente getta via tutto quanto su cui c’è l’accordo sui principi fondamentali della autodeterminazione o uguaglianza etnica, che sono i prerequisiti per un’unione federata della Birmania o Myanmar, identità nazionale inclusiva o cittadinanza politica originale che si basa sia sulla residenza e/o nascita e endogeneità etnica.

Il solo stato costiero Rakhine è diventato una linea di fronte, che ospita 200mila rifugiati di guerra, in primo luogo buddisti Rakhine. Le cifre non includono gli attuali 120 mila Rohingya trasportato e tenuti in campi con filo spinato dopo due ondate di violenza di massa nel 2012. Restano lì, contro il loro espresso desiderio di tornare nei luoghi di origine nelle varie città Rakhine, sotto la custodia protettiva nazista, un vecchio eufemismo per i ghetti degli ebrei gestiti dalle SS. I loro quartieri originali sono stati distrutti dalle autorità di Myanmar per fare strada alla costruzione di porti di mare profondo ed altri progetti commerciali.

Le forze armate birmane, conosciute come Tatmadaw, e gli amici dei generali si appropriano di vasti tratti di terra agricola e forestata in tutto il paese.

Ancora nello stato Rakhine, il lungo percorso di 60 chilometri di area residenziale ed agricola, che ospitava 400 villaggi Rohingya, tutti distrutti nella purga genocida del 2017, è stata ufficialmente reclamata dal governo civile di Aung San Suu Kyi.

Poiché la terra agricola più fertile resta solo nelle regioni delle comunità non birmane, gli atti pervasivi di appropriazione della terra assumono un carattere coloniale razzista. L’accaparramento della terra in queste regioni non birmane non è solo l’atto di una elite politica, militare e commerciante di governo che caccia i contadini etnicamente birmani che soffrono anche del saccheggio di classe e dell’appropriazione di suoli. Migliaia di contadini birmani cacciati dalle case che lavoravano la terra sono minacciati dalla violenza o da azioni legali, o entrambi se osano protestare per la perdita del loro mezzo di sostentamento.

Una nazione socialista o persino socialdemocratica costituita di comunità etniche o religiose differenti come pensate dai padri fondatori della Birmania indipendente, il paese che si lasciarono dietro non ha conosciuto la pace dalla II guerra mondiale. Per successive generazioni di nazionalisti etnici birmani al potere, generali o politici hanno tentato di imporre i propri termini di pace e di accordi di potere sbilanciati con qualunque gruppo etnico non dominante, mentre mettevano da parte le lamentele valide di questi ultimi tra cui l’estrazione incontrollata di risorse naturali dalle regioni di minoranza etnica senza un sistema di giusta condivisione di risorse o di tasse con le comunità locali o regionali.

Per la mia tesi di dottorato sulla politica nazionalista birmana, intervistai il compianto colonnello Chit Myaing, un membro del Consiglio Rivoluzionario del generale Ne Win, nella sua casa in Virginia dove era pensionato, nel 1994.

Un tempo fu uno studente guardia del corpo nella vecchia coloniale Università di Rangon del generale Aung San e poi entrò nell’Esercito dell’Indipendenza Birmana. Raccontò la storia del suo V reggimento di fucilieri nelle dure battaglie contro le bande di combattenti della liberazione Arakanesi sul fronte del Rakhine proprio mentre il resto del paese celebrava il trasferimento della sovranità dai governanti britannici al governo nazionalista nuovo dell’Unione Birmana, dopo 120 anni da gruppo soggiogato di gruppi etnici.

Vedi anche  Approccio morbido alla critica della monarchia thai ma cambia poco

Non solo lo stato indipendente della nuova Birmania è uscito dalla II guerra mondiale ma nasce in una lunga serie di guerre ancorate nell’etnia.

Per alcune comunità nella Birmania o Myanmar del dopo indipendenza la II guerra mondiale non è mai finita.

Gli architetti dell’indipendenza birmana, compreso il padre di Suu Kyi, darebbero profondamente sconsolati che nella Myanmar del 2020, il governo ibrido di Suu Kyi e dei generali arresti e punisca militanti della pace, che chiedono la cessazione delle guerre e delle operazioni militari nelle regioni etniche e chiedano la pace e la riconciliazione, e che essi siano multati o buttati in carcere.

D’altra parte, la sola corte penale del mondo e la più alta corte che giudica le dispute legale tra gli stati, vale a dire La Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia, sono coinvolte negli affari birmani. Entrambe a L’Aia, la prima ha iniziato una indagine completa nelle cause penali violente che hanno iniziato l’esodo di quasi 1 milione di Rohingya dal Myanmar verso il Bangladesh nel 2016 e 2017. La ICJ nel frattempo procede con le accuse di genocidio commesse dalla Birmania come membro dell’ONU contro i Rohingya, considerato un gruppo protetto dalla Convenzione sul Genocidio.

Tra i fallimenti della elite nella costruzione della nazione sono le incessanti guerre civili nelle differenti nazioni, sebbene a differente grado di intensità, le ondate croniche di esodi di rifugiati, i rifugiati interni in campi di semi concentramento, campi profughi Karen permanenti lungo la frontiera con la Thailandia la proliferazione di organizzazioni etniche armate, di varia grandezza e potenza di fuoco, la pervasiva abietta povertà, la corruzione istituzionalizzata, che è diventata una pratica sociale normativa, autoritarismo razzista populista e capi autocratici che abbaiano contro la democrazia.

Per tutta la storia vecchie nazioni ed imperi si autodistruggono o sono distrutti da attori e fattori esterni. Il potere di stato cambia mano e si ridisegnano le mappe, spesso nono tanto spesso come quando cambiamo di abito; ma hanno luogo cambiamenti inattesi e di larga scala. Vengono alla mente la Lega delle Nazioni, la repubblica di Weimar o il Terzo Reich, il Muro di Berlino e la RDT, l’URSS e il Blocco Orientale, gli imperi ottomano e britannico, l’Indocina francese e la Yugoslavia.

In questa fase della storia politica di Myanmar è difficile concepire come Myanmar soccomberà alla legge dell’impermanenza. Comunque in Myanmar sotto la presa dura dei militari, ci sono i segno di una via birmana alla balcanizzazione. Le nazioni vengono e vanno sotto potenti fattori e forze esterni, come le guerre o il radicale spostamento negli allineamenti geopolitici, le catastrofi economiche o le rivoluzioni interne.

Deimmaginare Myanmar

Credo che Arakan Army e la sua guida politica hanno già dato via libera alla balcanizzazione della Birmania, cioè deimmaginare e smantellare l’entità politica esistente repressiva e reimmaginare un nuovo tipo di politica.

Negli anni 90, da militante studentesco all’estero preso dalle passioni contro la dittatura informate dai sentimenti patriottici maggioritari, sostenevo ardentemente Aung San Suu Kyi perché prometteva una Birmania democratica ed etnicamente riconciliata.

La maggioranza dei Birmani sono convinti che lei è la scelta migliore del paese dai tempi dell’assassinio del padre, e molti continuano a porre le loro speranze su di lei, che proverà a porre il paese sul percorso della democrazia e lo sviluppo.

Suu Kyi potrebbe essere la cosa migliore accaduta alla maggioranza buddista dall’indipendenza. Ma lei si è dimostrata brava o capace abbastanza a ridirigere il paese sul percorso democratico sociale multiculturale per i quali i fondatori della Birmania o Myanmar del dopo indipendenza diedero la loro vita, gioventù e carriera.

Il maltrattamento della Grande Sorella Suu Kyi delle comunità etniche non dominanti e dei loro rappresentanti, il suo tentativo di erigere il suo padre martire nelle regioni dove non è visto da liberatore o capo, il suo inutile viziare i generali birmani che definisce “figli di mio padre” e il suo governo civile autocratico, addobbato di parole elegiache di democrazia elettorale provano che lei è solo la versione civile dei suoi più crudeli e bruti partner nei crimini genocidi e coloniali, i capi militari birmani.

Di fronte a questo quadro, direi un sì senza equivoci al nuovo seppur altamente provocatorio progetto di deimmaginare Myanmar come il sistema che non serve più a proteggere o promuovere gli interessi e il benessere dei suoi abitanti, maggioranza o minoranza.

Maung Zarni, FORSEA