A dieci anni dal massacro di Krue Se

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In quei giorni le forze di sicurezza thailandesi accusarono “gli islamisti fuori di testa per la droga” per lo scontro alla moschea che terminò con un massacro; oggi dicono che dietro l’ondata di violenze del meridione ci sono liti familiari. A dieci anni da quel giorno, oltre cento uomini armati con poco più di coltelli e machete attaccarono dieci posti ed una stazione di polizia.

Si credettero protetti da poteri sovrannaturali che li rendevano invincibili quando attaccavano dirigendosi verso la morte quasi certa.

Questi cosiddetti insorti furono salutati con una pioggia di proiettili di mitragliatrice. Le regole di ingaggio permettevano agli ufficiali delle sicurezza di sparare per uccidere.

Dopo aver attaccato una postazione, un gruppo di 32 insorti si ritirò nella storica moschea di Krue dove adottarono una posizione difensiva con le poche armi che avevano. Poi si impossessarono degli altoparlanti della moschea invitando i musulmani malay della regione a sollevarsi contro le forze di invasione siamesi per liberare la loro patria storica.

Nel distretto Saba Yoi di Songkla, 19 uomini che facevano parte dello stesso circolo di insorti “mistici” furono messi in linea ed uccisi dalle autorità con lo stile di un’esecuzione. I 19 venivano da scuole differenti ma giocavano tutti per la stessa squadra di calcio.

Il generale Pallop Pinmanee, che era l’ufficiale di più alto grado presente allo scontro alla moschea Krue Se, temendo una rivolta contro di loro da parte dei cittadini, richiese un bombardamento completo prima del tramonto.

Per gli ufficiali della sicurezza, il fatto che cento giovani pronti ad attaccare contro le mitragliatrici non era che allarmante. Si concluse in genere che l’incidente non fu una missione suicida, quanto una di suicidi. Dopo tutto avevano delle armi e si credevano invincibili.

I militanti furono squalificati dal governo come un gruppo di giovani drogati che avevano abbracciato una setta errata dell’Islam ed una versione distorta della storia. Queste stesse parole furono poi usate per tutti gli incidenti legati all’insorgenza.

Comunque dopo che il governo dichiarò di iniziare dei colloqui di pace, a febbraio dello scorso anno, con i gruppi separatisti, la spiegazione ufficiale delle ragioni che alimentavano la violenza dell’insorgenza, droga, islam militante e storia falsificata, dovette lasciare il posto per una nuova versione.

Questa nuova versione che non riesce a convincere allo stesso modo della precedente addossava agli scontri familiari tra famiglie musulmane gran parte degli omicidi.

Un caso recente è stato l’omicidio di tre fratelli piccoli, di età tra 3 e 9 anni, nel distretto di Bacho di Narathiwat il 3 febbraio ad opera di almeno due giovani musulmani entrambi delle forze paramilitari, che secondo le autorità avrebbero agito di propria iniziativa. I genitori dei piccoli riuscirono a salvarsi.

Secondo varie fonti c’era una terza persona, un ufficiale buddista della sicurezza, la cui identità è rimasta segreta per non contraddire la versione ufficiale che gli omicidi fossero causati da questioni familiari tra musulmani del posto.

Ma le autorità capivano che per gli insorti, che avrebbero cercato la vendetta per la morte dei ragazzi, questa versione non aveva alcun peso. Si dovettero produrre dei sospettati per i quali ci vollero alcune settimane. Per gli insorti era troppo poco ed era troppo tardi.

L’omicidio dei tre piccoli diede gli inizi ad un’ondata di violenze nei giorni successivi con l’omicidio di tre donne buddiste i cui corpi furono poi dati alle fiamme. Un monaco buddista e quattro laici furono poi uccisi da presunti insorgenti.

Un biglietto scritto a mano lasciato in uno degli attacchi diceva: “Al comandante delle forze armate Thailandesi. Non è l’ultima vittima. E’ per i tre fratellini”

Poi giunse la morte di una coppia anziana il 23 febbraio a Bannang Sata nella provincia di Yala, quando 15 assalitori alcuni dei quali erano volontari locali della difesa appiccarono il fuoco alla casa della coppia, ad un pickup, un’auto ed una motocicletta.

Ancora una volta le autorità diedero la stessa versione: gli incidenti erano di natura personale e che i superiori delle forze dei volontari coinvolte non avevano nulla a che fare nella vicenda.

Fonti legate all’insorgenza ammisero che c’era qualcosa di vero sulle liti familiari, ma negarono che i superiori non sapessero nulla degli eventi del 23 febbraio a Bannang Sata, specialmente quando le vendette giornaliere continuavano da mesi.

Volantini presumibilmente lasciati da una cellula dell’insorgenza identificava il volontario Abdulhakim Darasae come il sospetto principale per l’attacco del 23 febbraio. Il 5 marzo un giardiniere buddista fu ucciso nel distretto come tentativo degli sforzi degli insorti di screditare le forze di sicurezza.

Per alcuni giorni la situazione rimase alquanto calma fino al 27 marzo quando alcuni uomini armati entrarono nella casa di Marosidi Kachaladi, a Bannang Sata uccidendo l’uomo nel sonno. Un residente del posto sospettò che la morte di Marosidi era dovuta alla sua stretta associazione con le forze di sicurezza locali. Poi l 2 aprile un capo villaggio e due donne del consiglio furono uccisi in una imboscata. Una delle donne fu decapitata.

Gli insorti colpirono ancora il sei ed il sette aprile portando questa volta l’attacco al cuore di Yala con quattro esplosioni simultanee tra le quali un’autobomba che iniziò un incendio che distrusse vari negozi. Un musulmano fu ucciso nell’esplosione. La mattina dopo un deposito commerciale a poca distanza di un campo militare fu raso al suolo da un incendio.

Dieci giorni dopo, il 17 aprile, la violenza a Bannang Sata continuò quando fu ucciso il sospettato Mukta Alimama insieme al suo piccolo di sei anni. Varie foto orribili del piccolo furono diffuse su internet facendo sorgere la condanna della società civile e di tutti i partiti.

Il 19 aprile i genitori di Abdulhakim, il presunto volontario dietro gli attacchi del 23 febbraio alla coppia anziana, furono uccisi insieme alla loro piccola di due anni.

Il generale Prayuth ordinò al comandante della IV armata di fresca nomina generale Walit Rojanapakdi di visitare il distretto di Bannang Sata, cosa che accadde il 21 aprile. Si trattava di una questione di esercizio di relazioni pubbliche perché nessuno crede che le forze armate o una agenzia dello stato possa essere un mediatore onesto nel profondo meridione. Dopo tutto nessuno crede tra i malay musulmani e i militanti che i membri impazziti della sicurezza e dei gruppi paramilitari agiscano senza l’approvazione che viene dall’alto.

Si è parlato di portare al tavolo dei negoziati la questione delle liti familiari di Bannang Sata. Per alcuni è un tentativo di discolpare le autorità, poiché sono pronti ad accusare di tutto Abdulhakim allo stesso modo dei due paramilitari che si dichiararono rei confessi della morte di tre ragazzini a Bacho.

Colloqui faccia a faccia tra i clan rivali potrebbe portare ad una pausa molto ricercata nella serie di omicidi. Ma le fonti dell’insorgenza dicono che non cambierà la natura del conflitto tra loro e lo stato.

Don Pathan, nationmultimediawww.pataniforum.com

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