Disastro dei diritti umani nel Rakhine, ASEAN summit Bangkok

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I rappresentanti del ASEAN al Summit di Bangkok 2019 parlano molto delle risposte da dare ai disastri naturali, ai tifoni e ai terremoti ma non si capisce perché ignorino il disastro dei diritti umani che ogni giorno accadono per mano dei governi della regione.

Lo sostiene Phil Robertson di Human Rights Watch che lamenta come questo tanto parlare di ambiente, di guerra commerciale da evitare, nasconda il disastro dei diritti umani nei paesi del ASEAN anche in virtù del principio di non interferenza negli affari interni dei paesi membri.

disastro dei diritti umani
SCMP

L’occasione è stata una conferenza stampa a termine di un incontro tra ministri degli esteri ed ONG “La società civile risponde: reazioni dopo aver incontrato i ministri degli esteri ASEAN”

“E’ un disastro dei diritti umani quando ci sono ancora Rohingya in campi profughi per persone dislocate internamente in una situazione che ricorda l’apartheid. E’ un disastro quando il ministero degli esteri birmano Aung San Suu Kyi ed il governo civile fanno gli straordinari per insabbiare la realtà e frustrare gli sforzi per un ritorno dignitoso e sicuro dei Rohingya in Birmania con la cittadinanza e la protezione”.

Si deve rammentare che i Rohingya coinvolti sono oltre 700 mila che da due anni si trovano in Bangladesh in campi profughi sovraffollati, oltre le altre centinaia di migliaia che negli anni passati sono giunti sempre dalla Birmania in seguito a repressioni militari.

Il principio di non interferenza era stato criticato in precedenza dai premier Malese Mahathir ed indonesiano Joko Widodo che hanno fatto molte pressioni e dichiarazioni pubbliche.

Questi sforzi però non sono abbastanza perché i capi di stato del ASEAN possono ancora permettersi di non vedere l’elefante che sta nella stanza:

“Quando si vede cosa è successo in Birmania, questa deve essere la priorità maggiore per tutti i governi della regione. Il fatto che si permette di nascondere questa questione sotto un tappeto è vergognoso e oltraggioso.” ha detto Phil Robertson.

Ma il disastro dei diritti umani, che è l’elefante nella stanza, non è solo ad appannaggio della Birmania, sebbene non nelle proporzioni che in Birmania sono gigantesche e vergognose.

Ogni stato ASEAN ha il suo disastro dei diritti umani piccolo o grande che sia.

Papua Occidentale, Benny Wenda

Le Filippine hanno oltre ventimila esecuzioni giudiziarie da nasconder sotto il tappeto; il presidente indonesiano Joko Widodo non vuole guardare in faccia la situazione del razzismo e dei diritti umani a Papua occidentale dove oltre duecento persone sono morte da dicembre 2018, per non parlare della tendenza autoritaria che sta avendo il nuovo governo di Joko Widodo.

La Thailandia stessa, che dirige per il 2019 il gruppo ASEAN, formalmente è un governo civile ma nella sostanza resta quel paese a guida militare che è stato dal 2014, mentre nel suo meridione profondo non vuole riconoscere l’esistenza di un’insorgenza; il Vietnam e Laos continuano ad essere gli stati a partito unico dove le libertà ed i diritti sono messi al bando.

La Cambogia poi è sotto tiro per la svolta verso l’autoritarismo da partito unico impressa da Hun Sen. Singapore in previsione delle prossime elezioni ha emesso una legge sulle Fake News in cui il governo ed i suoi ministeri decidono cosa sia vero e cosa sia falso e possono agire al di fuori di un mandato dei giudici. Solo la Malesia sembra aver trovato una boccata di democrazia con l’arrivo del nuovo governo del pur sempre eterno Mahathir nel mezzo di tantissimi problemi razziali e religiosi.

Il giornalista thailandese Pravit Rojanaphruk, in un suo articolo di commento, mostra per esempio l’atteggiamento della Thailandia che ha ricevuto la richiesta di HRW di liberare i detenuti politici nelle carceri thai. Scrive Pravit

disastro dei diritti umani

“… Le autorità thailandesi venerdì hanno preferito non rispondere alla richiesta gruppo dei diritti civili ai governi stranieri di far pressione sul governo thailandese per lo stato cattivo dei diritti umani nel paese.

HRW ha detto in una sua dichiarazione che centinaia di critici e manifestanti che sfidarono la giunta militare thailandese rischiano ancora di essere processati e andare in carcere anche se il regie militare non esiste più sulla carta…

‘HRW ha chiesto ai governi attenti di fare pressione sul governo thai affinché faccia cadere le accuse penali pendenti per le manifestazioni pacifiche, affinché cancelli i restanti ordini della giunta che restringono i diritti fondamentali’ scrive il gruppo.

La portavoce del governo Naruemon Pinyosinwat ha scelto di non commentare alle domande a lei poste. “Non abbiamo opinioni sull’argomento” ha risposto per telefono. …

“E’ cambiato pochissimo sotto il nuovo governo che deve smetterla di perseguire dissidenti e critici e che insulta quel poco di governo democratico che è stato rimesso in piedi” ha detto Linda Lakhdir nel rapporto di HRW. “Gli amici della Thailandia devono agire insieme per spingere al cambiamento prima che la repressione degli anni della giunta diventino troppo radicati. La finestra per un cambiamento con questo governo si sta chiudendo rapidamente” Pravit Rojanaphruk

La sola voce sul disastro dei diritti umani in Birmania sembra averla avuta il segretario dell’ONU Antonio Guterres il quale ha invitato il governo birmano ad “affrontare le cause radicali della dislocazione e permettere il ritorno volontario in sicurezza e dignità” dei Rohingya fuggiti nel 2017 in Bangladesh per sfuggire alla pulizia etnica ed al genocidio compiuto dai militari birmani nel Rakhine. “Sono stati fatti alcuni passi ma sono troppo piccoli. Abbiamo bisogno di farne di più”

Un’altra voce per i Rohingya è quella dell’Associazione dei Rohingya in Thailandia che hanno posto le loro richieste al governo birmano e al ASEAN.

Al governo birmano chiedono di verificare e dare la cittadinanza a tutti i Rohingya, sia a quelli fuggiti che a chi è rimasto in Birmania; di garantire la sicurezza dei Rohingya che vogliono volontariamente tornare nel Rakhine; di garantire ai Rohingya gli stessi diritti e doveri degli altri cittadini birmani.

Gli Stati ASEAN secondo l’Associazione dei Rohingya in Thailandia devono verificare e documentare i migranti Rohingya per dare loro lo status legale richiesto per vivere e lavorare nel paese in cui risiedono; considerare di dare loro la residenza permanente per i Rohingya che vivono da tanti e non volessero tornare in Birmania.

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