Discorso di Maria Ressa del Nobel per la Pace

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Nel discorso di Maria Ressa all’accettazione del Nobel per la Pace ad Oslo, la prima donna filippina a ricevere il Nobel ricorda la necessità di mantenere la barra dritta e della fedeltà ai propri valori per richiamare il potere alle sue responsabilità

Sono qui davanti a voi a rappresentare tutti quei giornalisti al mondo che sono costretti a sacrificare tantissime cose pur di mantenere la linea, di restare fedele ai nostri valori e alla nostra missione: fornire la verità e richiamare il potere alle sue responsabilità.

Sono le prime righe del discorso di accettazione di Maria Ressa del premio Nobel per la Pace, ricevuto insieme al giornalista russo Dmitry Muratov, fatto ad Oslo il 10 dicembre.

discorso di maria ressa

La giornalista filippina, editrice e amministratrice delegata del sito di notizie Rappler, è la prima donna filippina a vincere il premio Nobel. Fino a qualche giorno fa, la procura generale delle Filippine ha provato ad impedire la sua partenza per Oslo perché riteneva che la sua presenza ad Oslo non fosse indispensabile.

Maria Ressa ha poi ricordato tutti quei giornalisti nel mondo che sono stati uccisi, dall’orrendo smembramento del giornalista Jamal Khashoggi, alla giornalista maltese fatta saltare in aria Daphne Caruana Galizia, ai giornalisti filippini in carcere e al giornalista filippino Jess Malabanan ucciso con un proiettile in testa mentre era a casa sua.

Jess Malabanan era un giornalista di vecchia data ed ha lavorato moltissimo con la Reuters sul rapporto sulla guerra alla droga di Duterte che vinse il premio Pulitzer.

Manny Mogato, già corrispondente della Reuters, che ha lavorato insieme a Malabanan per il rapporto, ricorda che il giornalista aveva ricevuto minacce di morte in seguito alle quali era stato trasferito a Calbayog a Samar dove poi è stato ucciso.

“Jess ha aiutato tantissimo la Reuters nelle storie della guerra alla droga che vinsero il premio Pulitzer nel 2018. Reuters lo ha aiutato a nascondersi per mesi a Samar dopo che subì le minacce nella città di San Fernando, Pampanga” ha detto Manny Mogato.

Con Malabalan bisogna ricordare, per tornare al discorso di Maria Ressa, che dal luglio 2016 sono 22 i giornalisti uccisi nelle Filippine.

“Ci sono così tanti da ringraziare perché ci permettono di essere al sicuro e al lavoro. La Coalizione #HoldTheLine di oltre 80 gruppi che difendono la libertà di stampa e i gruppi di difesa dei diritti umani che ci aiutano a tenere accesa la luce. Ci sono i costi per voi anche: Sono stati uccisi più avvocati che giornalisti nelle Filippine, 63 avvocati contro 22 giornalisti uccisi da quando il presidente Duterte è salito al potere nel 2016. L’associazione Karapatan della coalizione dei diritti umani #CourageON ha subito 16 omicidi e la senatrice Leila De Lima, perché chiedeva chi erano i responsabili, è al suo sesto anno di carcere. Oppure ABS-CBN, il maggior sistema televisivo filippino, la cui redazione ho presieduto, lo scorso anno ha perso la licenza di trasmettere.”

Dopo aver ricordato i dieci anni trascorsi dalla fondazione di Rappler, Maria Ressa tenta di ricomporre le due facce della moneta che ci fa vedere ciò che non va nel mondo attuale: l’assenza della legge e di una visione democratica per il XXI secolo.

“Quella moneta rappresenta il nostro ecosistema dell’informazione che determina qualunque altra cosa del nostro mondo. I giornalisti, da un lato, i vecchi guardiani. L’altra faccia è la tecnologia col suo potere da dio, i nuovi guardiani. Ha permesso che il virus delle falsità infettasse ognuno di noi, mettendoci uno contro l’altro, facendoci portare fuori le nostre paure, rabbie, odio e preparando il terreno per la salita degli autoritari e dei dittatori nel mondo.

Il nostro bisogno maggiore oggi è di trasformare quell’odio e quella violenza, il fango tossico che scorre nel nostro ecosistema dell’informazione, reso prioritario dalle compagnie americane di internet che guadagnano di più diffondendo odio e scatenando il peggio in noi. Bene, questo vuol dire che dobbiamo lavorare più duramente. Per essere i buoni, dobbiamo credere che c’è il bene nel mondo”.

Ed il bene secondo Maria Ressa è quanto Rappler ha ricevuto finora da tantissime persone che hanno dato una mano senza attendersi nulla. Ed è proprio questo che si perde quando prevale il mondo della paura e della violenza.

“Stiamo sulle macerie del mondo che fu e dobbiamo avere la lungimiranza e il coraggio di immaginare cosa potrebbe accadere se non agissimo ora, ed invece, per favore, dobbiamo creare il mondo come dovrebbe essere, più compassionevole, più uguale, più sostenibile.

Per fare ciò ponetevi la stessa domanda che dovemmo porci cinque anni fa a Rappler: Cosa sei disposto a sacrificare per la verità?

Vi dirò come l’ho vissuta sulla mia pelle in tre punti: primo, il contesto e come gli attacchi mi hanno formata; secondo dal problema che tutti abbiamo di fronte, ed infine trovare la soluzione, perché dobbiamo trovarla”

La prima premio nobel filippina ricorda i dieci mandati di arresto ricevuti, le dieci richieste di cauzione per poter fare il proprio lavoro e la condanna insieme ad un collega per diffamazione via internet per una storia pubblicata 8 anni prima quando la legge neanche esisteva. Il tutto potrebbe costarle 100 anni di carcere.

Al cuore del giornalismo, si legge nel discorso di Maria Ressa, c’è un codice di onore che si è formato in tanti anni dall’istruzione ricevuta, a quanto appreso nel suo lavoro e non ultimo al senso di debito di gratitudine che si prova, utang na loob, in filippino.

“Verità ed onore etico si intersecano come una freccia in questo momento quando crescono odio, menzogne e divisioni. Dal momento che sono la diciottesima donna a ricevere questo premio, ho bisogno di dirvi come la disinformazione di genere sia una nuova minaccia che ha un costo importante sulla salute mentale e fisica di donne, ragazze, trans e di tutta la gente LGBTQ+ nel mondo. Le giornaliste sono all’epicentro del rischio. Questa pandemia di misoginia e di odio deve essere affrontata ora. Persino lì si può trovare la forza. Dopo tutto, non sai chi realmente sei finché non sei costretto a batterti per qualcosa”

Poi la giornalista ricorda quando sono iniziati i problemi per Rappler: quando ha chiesto la fine dell’impunità per la guerra alla droga di Duterte e per Facebook di Mark Zuckerberg.

“Ciò che accade sui media sociali non rimane lì. La violenza online è la violenza del mondo reale” dice Maria Ressa che definisce i media sociali come un gioco mortale alla ricerca del potere e dei soldi, il capitalismo della sorveglianza che si nutre delle vite private delle persone per trasformarli in guadagni spropositati.

“Le nostre personali esperienze risucchiate in un database, riorganizzate dall’Intelligenza Artificiale e rivendute a miglior offerente. Micro-operazioni estremamente profittevoli di ottimizzazione sono messe su per minare in modo strutturale la volontà umana. L’ho definita più volte come un sistema di modifica del comportamento in cui noi siamo i cani di Pavlov, su cui si fanno esperimenti in tempo reale con effetti disastrosi in paesi come Filippine, Myanmar, India e tanti altri. Queste corporazioni della distruzione hanno portato via soldi dalle organizzazioni di notizie e minacciano alle fondamenta i mercati e le elezioni”

Dopo aver ricordato che Facebook è il maggior distributore di notizie al mondo, aiutando però a diffondere l’odio e la rabbia piuttosto che i fatti, dice:

“Lo ripeto da tempo: senza fatti non si può avere la verità e senza verità non possiamo avere la fiducia. Senza fiducia non abbiamo una realtà condivisa, democrazia, e diventa impossibile affrontare i problemi esistenziali dei nostri tempi: clima, Coronavirus, la battaglia della verità.”

Quando fu arrestata la prima volta nel 2019, il poliziotto le chiese scusa perché stava solo il suo lavoro e le lesse a bassissima voce i suoi diritti.

“Era davvero a disagio, e provai quasi pena per lui. Se non che era lui che mi arrestava perché sono una giornalista” ricorda Maria Ressa.

“Il poliziotto era uno strumento del potere, un esempio di come un uomo buono possa diventare malvagio, e di come accadono le atrocità. Hannah Arendt scrisse della banalità del male nel descrivere chi eseguiva gli ordini di Hitler, dei burocrati alla ricerca della carriera che possono agire senza coscienza perché giustificano quello che fanno con la mera esecuzione di ordini. Questo è il modo in cui una nazione ed un mondo perdono la propria anima”.

Poi Ressa pone il problema dell’integrità delle elezioni in un paese democratico legato all’integrità dei fatti, un problema che si pone in ogni democrazia moderna e a breve si porrà in paesi come Brasile, Ungheria, Francia, USA e le Filippine (ed Italia).

Nelle Filippine, da dove proviene Ressa e dove scelse di tornare dopo anni di carriera giornalistica internazionale, a maggio prossimo si terranno le prossime elezioni presidenziali che rappresentano un momento di svolta. Il figlio del dittatore Marcos, che fu cacciato con la rivolta popolare sull’EDSA, è candidato presidente, Bongbong, il quale negli anni ha costruito una rete estesa di disinformazione basata sui media sociali che Rappler ha contribuito a smascherare.

“Per mostrare come la disinformazione sia un problema locale e globale si consideri le operazioni di informazione cinese che Facebook chiuse a settembre 2020: creava falsi profili sfruttando foto generate con l’Intelligenza Artificiale per le elezioni USA che spolveravano l’immagine dei Marcos nelle Filippine, promuovendo la figlia del Presidente Duterte ed attaccando me e Rappler. Allora cosa dobbiamo fare?”

E’ il momento che il mondo agisca perché è come se fosse scoppiata una bomba atomica nell’ecosistema dell’informazione. C’è bisogno di nuove istituzioni mondiali e di nuovi codici che affermino i nostri valori, come la dichiarazione universale dei diritti umani, capaci di impedire all’umanità di fare del male.

“E’ una corsa alle armi nell’ecosistema dell’informazione. Fermarla richiede un approccio multilaterale di cui dobbiamo fare tutti parte. Ed si inizia col ripristinare i fatti”.

Ecosistemi dell’informazione che vivono e muoiono con i fatti, ricostruire un giornalismo moderno mentre si regolano e si mettono fuori legge l’economia della sorveglianza che trae profitti da odio e menzogne.

“Abbiamo bisogno di aiutare a sopravvivere il giornalismo indipendente dando in primo luogo protezione maggiore ai giornalisti ed opponendosi agli stati che prendono di mira i giornalisti. Quindi bisogna affrontare il crollo del modello di pubblicità del giornalismo. Questa è una delle ragioni che ho accettato a copresiedere il Fondo Internazionale per i Media di Pubblico Interesse che prova a raccogliere sovvenzioni da fondi esteri di aiuto allo sviluppo….”

Ma oltre al finanziamento, all’uso esteso della tecnologia da parte dei giornalisti e ad una piattaforma tecnologica dedita al solo profitto, sono indispensabili legislazioni di tipo internazionale o modifiche di leggi negli USA o in Europa.

“Non è una soluzione comprensiva ma fa andare avanti le cose. Poiché queste piattaforme spingono sulla scala della distribuzione. Mentre qui si dibatte e poi a valle sta la moderazione dei contenuti, il vero colpo di mano avviene molto a monte dove gli algoritmi di amplificazione, di distribuzione sono stati programmati dagli uomini con una parzialità codificata. La loro agenda di editori è guidata dal profitto portata avanti in grande scala dalle macchine. L’impatto è globale con armate da quattro soldi che riportano indietro la democrazia, distruggendola almeno in 81 paesi al mondo.

Questa impunità deve finire”.

Col rischio sulle spalle di finire in galera una volta sul suolo filippino, dove si apre una battaglia epocale per la democrazia reale come in tanti paesi, Maria Ressa dice:

“Non sapevo che sarei stata qui oggi. Ogni giorno vivo sotto la minaccia reale di passare il resto della vita in carcere perché sono giornalista. Quando vado a casa non so che futuro attendermi ma vale la pena correre il rischio.”

La distruzione è accaduta. Ora è il momento di costruire e creare il mondo che vogliamo.

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