Diseguaglianza e democrazia in Indonesia

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Negli anni che portarono alla caduta del presidente Suharto nel 1998, ci fu un dibattito pubblico nei media indonesiani sulla crescita della cosiddetta diseguaglianza sociale, kesenjangan sosial.

Le misure di liberalizzazione economica degli anni 80 erano state seguite dalla crescita rapida della manifattura e del settore dei servizi finanziari, e si vedevano sempre più i segni del benessere della classe media nelle città indonesiane. La popolazione era divenuta sempre più conscia della crescita di uno strato di superricchi di uomini di affari, figli spesso o membri delle famiglie legate al governo. Le richieste di giustizia sociale aiutarono ad alimentare lo scontento verso il regime di Suharto, esplodendo poi per le strade delle grandi città indonesiane con dimostrazioni e scontri che precedettero e accompagnarono la caduta del regime nel 1998. In tanti speravano che sarebbe seguita l’era della reformasi non solo nel campo di una politica democratica, ma anche di maggiore eguaglianza sociale.

diseguaglianza e democrazia

Tali speranze non si realizzarono. Sin dall’inizio della sua transizione democratica nel 1998, la diseguaglianza di ricchezza è cresciuta in modo significativo. Il sempre più profondo gap sociale è associato, soprattutto, alla drammatica salita delle ricchezze dei superricchi, come pure alla crescita stagnante delle entrate dei cittadini più poveri. I tentativi di contrasto alla diseguaglianza, comunque, si rifrangono solo in modo diffuso nella vita politica indonesiana. Nonostante i profondi richiami egalitari nella cultura politica indonesiana e una platea di movimenti sociali tra i cittadini più poveri, le differenze di classe non servono a costruire un sistema di partiti politici e non è stato proposto nessun programma sistematico di ridistribuzione da parte del governo. Invece gli attori potenti dominano la politica ufficiale, e chi non ha una voce è integrato essenzialmente attraverso legami clientelari, in cui i politici offrono benefici precisi per gli elettori piuttosto che una redistribuzione sociale. Comunque la politica ridistribuita comincia ad essere sempre più importante politicamente, testimoniato dall’appello elettorale crescente ad un sistema sanitario espanso e alle politiche sociali e di istruzione.

La diseguaglianza in Indonesia

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Storicamente la diseguaglianza è stata minore nell’Indonesia rispetto ai suoi maggiori vicini della regione. Le statistiche ufficiali comunque suggeriscono che la diseguaglianza cominciò a peggiorare decisamente quasi un decennio fa. Il coefficiente di Gini, che misura la diseguaglianza delle entrate, salì dal 0.32 del 2002 allo 0.41 del 2013, sebbene gran parte degli analisti credono che questa misura sottostimi la vera estensione della diseguaglianza nell’arcipelago. In particolare non cattura l’estrema concentrazione della ricchezza nella fascia alta.

Hanno dibattuto in tanti sulle radici della diseguaglianza crescente. Un fattore è la stagnazione, o la lenta crescita delle entrate dei poveri indonesiani. Un recente studio ha mostrato che i poveri ed i quasi poveri hanno beneficiato meno in modo significativo dalla crescita economica dei cittadini medi negli ultimi anni. Mentre i poveri ufficiali sono scesi dal 18.4 del 2002 al 11.2% del 2013 della popolazione totale, insieme con la vasta armata dei quasi poveri costiutiscono ancora metà della popolazione. Secondo la Banca Mondiale il 43% della popolazione viveva con meno di 2 dollari al giorno nel 2011.

Per contrasto, sebbene la classe media si sia espansa significativamente, è alla sommità della scla sociale che sono avvenute le cose più drammatiche. Nel decennio scorso, c’è stata una massiccia concentrazione di ricchezza degli ultraricchi indonesiani. Il politologo americano Jeffrey Winters calcolava nel 2011 che i 43 mila cittadini più ricchi del paese, che sono meno dello 0.01% della popolazione, possedeva una ricchezza totale equivalente al 25% del PIL indonesiano, mentre 40 individui possedevano la ricchezza equivalente a poco più del 10% del PIL. Nel 2002 il numero dei miliardari indonesiani sorpassò quelli giapponesi con il paese che aveva più miliardari procapita di quelli della Cina ed India. Agli inizi del 2014, l’istituzione Wealthinsight, che fornisce dati sugli “individui di ricchezza netta alta ed ultraalta”, affermò che l’Indonesia aveva il tasso più veloce di crescita di miliardari al mondo, predicendo una crescita da 37000 miliardari nel 2013 a oltre i 45 mila nel 2014, un tasso del 22,6%. Un anno prima, un gruppo analogo Wealth-X calcolava che c’erano 785 individui di ricchezza netta estremamente levata (gente con una disponibilità di liquidi da 30 milioni di dollari) in Indonesia con una ricchezza totale di 130 miliardi di dollari, superiore del 17% rispetto all’anno precedente. Credite Swisse per non essere superata prevede una crescita di miliardari da 98000 del 2014 a 161 mila del 2019, con un tasso del 64%. E tali stime non considerano chi vive all’estero: nel 2006 il settimanale Tempo riportava che un terzo dei miliardari che risiedeva a Singapore erano indonesiani che si erano spostati lì dopo la crisi del 1997-98.

Questa crescente concentrazione fa parte di una asta tendenza crescente, ma un fattore che lo ha accelerato in Indonesia fu il boom delle merci che avvenne negli anni 200, quando i prezzi e la produzione delle merci fondamentali come carbone e olio di palma crebbero decisamente. Il fatto che i benefici del boom si siano concentrati nella schiera superiore della società indonesiana, piuttosto che beneficiare i poveri, punta all’importanza dei fattori politici nello strutturare e sostenere la diseguaglianza indonesiana. Tipicamente i principali beneficiari del boom delle merci erano imprenditori con connessioni politiche che permettevano loro di accedere a licenze e concessioni per aprire e gestire miniere e piantagioni. Includevano i principali attori economici di Giacarta, come pure una serie di gente degli affari nuova, burocrati e politici nella regione che riuscirono a manipolare a loro proprio vantaggio la maggiore libertà concessa ai governi locali con gli accordi di decentralizzazione.

Sebbene i fantastici ricchi indonesiani restino concentrati a Giacarta e Singapore, c’è stato un boom grande di ricchezza nelle regioni, e se ne possono trovare le tracce di grandi ricchi, come case enormi e jet privati, quando si viaggia persino in luoghi relativamente remoti.

Il legame stretto della ricchezza privata col potere politico messo in luce dal boom delle merci è stato di fatto un tratto caratteristico della economia politica indonesiana, con una vasta porzione dei cittadini più ricchi che provengono o da famiglie di politici o da famiglie che riuscirono a coltivare il patronato politico e gli alleati di governo durante l’era di Suharto e dopo. Di conseguenza la politica dell’oligarchia indonesiana è stata una delle preoccupazioni maggiori di molte analisi della politica indonesiana nell’era del dopo Suharto. La proposizione fondamentale della tesi dell’oligarchia è che nel dopo della crisi economica degli ultimi anni 90, gli oligarchi catturarono le principali istituzioni politiche della democrazia indonesiana, come partiti, parlamento, dominando la società civile attraverso il loro controllo dei mass media. La competizione per il potere politico, secondo questa visione, è essenzialmente una competizione tra oligarchi che lottano per accedere alle risorse economiche che il potere dello stato può consegnare. Tale competizione può essere dura che ha fatto, nella voce di Jeffrey Winters, definire l’Indonesia come una oligarchia selvaggia.

Diseguaglianza, la politica e le idee

L’estrema diseguaglianza sociale, naturalmente, non è peculiare della sola Indonesia, o del Sudestasiatico. Come ha chiarito un lavoro conosciuto di Thomas Piketty, è una caratteristica duratura dei paesi capitalistici sviluppati che nei decenni recenti si è fatta sempre più pronunciata. Perché la diseguaglianza continui, è necessario un contesto ideologico che lo sostenga. Nella gran parte delle società questo sostegno lo si raggiunge attraverso due elementi che si manifestano sotto tante forme e miscele.

La prima è un’ideologia che giustifica la diseguaglianza affermando che la gerarchia sociale è santificata da dio o da altre forze soprannaturali, o affermando che i poveri sono personalmente o collettivamente responsabili delle proprie condizioni, e che i ricchi meritano quello che hanno per il talento, il duro lavoro, il principio ereditario, la tradizione ed altri fattori.

Un secondo insieme di idee tenta di addomesticare la diseguaglianza e coinvolge l’intervento dello stato nell’economia e nella vita sociale per ridistribuire la ricchezza o almeno migliorar qualcuno degli effetti peggiori della diseguaglianza. Tali idee sono presenti in tutte le società sebbene siano state particolarmente associate con i tentativi di costruire delle politiche statali di sostegno nel secolo scorso. Ma sebbene gli interventi dello stato a volte hanno ridotto significativamente la diseguaglianza, non hanno mai cercato di eliminarla.

Qual’è la struttura delle idee che facilita la diseguaglianza in Indonesia?Un punto di inizio per le nostre osservazioni è un’indagine condotta nel giugno 2014 da due organizzazioni di indagine, Lembaga Survei Indonesia and Indikator Politik Indonesia. L’indagine rivela la profonda preoccupazione sociale sulla diseguaglianza. Sebbene chi risponde sottostima fortemente l’estensione reale del gap sociale del paese, il 51.6% degli intervistati considerava l’Indonesia come alquanto ineguale, mentre il 40.1% la considerava fortemente ineguale (solo il 6.6 % in qualche modo uguale e 0.5% molto eguale). Quasi un quarto, 23.3%, diceva che le differenze in entrate erano inaccettabili sotto tutte le circostanze. Molti di più 66.3% dicevano che le differenze di entrate erano accettabili a condizione. Ma quello che è interessante è che di questi intervistati, solo il 18% sceglieva la giustificazione che punta verso la legittimazione sociale: “I ricchi sono tali come risultato del duro lavoro, mentre i poveri lo sono perché pigri”. Molti di chi dicevano che il gap sociale era accettabile secondo certe condizioni erano domatori, che sceglievano le condizioni che implicavano l’azione dello stato erano necessarie per migliorare la situazione dei poveri e rendere accettabile la diseguaglianza: se i beni fondamentali erano accessibili a tutti (23.6%), se la povertà diminuiva (17.5%), se il paese intero viveva un progresso (17.5%) e se la competizione a diventare ricchi avveniva in circostanze di giustizia (16.3%)

Queste esiti delle indagini indicano una forte etica di egalitarismo nella società indonesiana e ostilità alla diseguaglianza sociale che così la definisce. Avendo le radici nel nazionalismo economico e nei temi socialisti della lotta anticoloniale, il discorso politico pubblico resta in gran parte statalista e di orientamento da welfare. Termini come liberalismo e persino capitalismo sono virtualmente dei tabù persino tra la classe politica al potere, e tutti i grandi partiti politici accettano la nozione che lo stato deve intervenire nell’economia per migliorare la condizione dei poveri. Comunque questo sentimento è diffuso. Il vasto impegno retorico rispetto alle nozioni di welfare e uguaglianza sono di rado accompagnati per esempio da una discussione sul peso fiscale dei ricchi per favorire una ridistribuzione seria.

Ostacoli e prospettive

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Gran parte della spiegazione per cui il vasto sostegno popolare per l’uguaglianza non si sia tradotto in sforzi maggiori per tagliare la diseguaglianza sta nella natura della politica ufficiale. Un fattore è l’assenza di partiti politici che rappresentano strutturalmente i poveri. Non esiste un partito socialdemocratico legato ai sindacati. Non che non esistano movimenti sociali o mobilitazioni tra i poveri. Questi movimenti, al contrario sono diffusi ed in alcuni settori sono diventati sempre più presenti nell’ultimo decennio. Ma sono frammentati, attenti alle modifiche di politica piccole e per lo più facendo accordi elettorali rari. Una costrizione collegata è la predominanza di legami clientelari nella connessione degli elettori con i loro rappresentanti: Sebbene l’approccio dei politici avvenga con un linguaggio di uguaglianza e benessere sociale, quello che offrono sono benefici fatti particolarmente ai loro sostenitori: un progetto di sviluppo in un villaggio particolare, un programma di assistenza sociale incanalato attraverso organizzazioni religiose di sostegno, don individuali o denaro contante durante le elezioni.

Questo clientelismo coinvolge una specie di ridistribuzione pronta e rude, ma di basso livello e su basi particolari. E’ anche un modo di pratica politica che favorisce gli attori ricchi e quindi a lungo termine fa radicare la diseguaglianza piuttosto che ridurla.

Eppure, nonostante tutti gli ostacoli, cominciano ad essere visibili i primi bagliori di un nuovo paradigma di welfare sociale e forse di ridistribuzione nella politica indonesiana. Nello scorso decennio incoraggiati dall’introduzione delle elezioni dirette dei capi locali, molti governi locali hanno cominciato ad introdurre nuovi politiche sociali di welfare specie nell’area dell’assistenza sanitaria. E’ stato introdotto, a livello nazionale, un nuovo progetto di assicurazione sanitaria universale. Il nuovo presidente Jokowi ha vinto le elezioni del 2014 mobilitando il sostegno tra gli elettori più poveri, presentandosi come qualcuno unicamente abile a comprendere i loro bisogni e ad offrire servizi sanitari, di istruzione e sociali espansi. Uno delle sue prime politiche è un programma di trasferimento di cassa verso le famiglie povere che alla fine raggiungerà un terzo della popolazione e che lo renderà “il più grande programma del genere al mondo”, stando a quanto scritto su Economist.

In breve gli istinti egalitari della popolazione trovano lentamente un corrispettivo nelle politiche concrete. Mentre certamente non è all’ordine del giorno una sfida fondamentale alla diseguaglianza, almeno si vedono i primi passi incerti mirati ad addomesticarla.

Edward Aspinall, kyotoreview.org
Professore del Department of Political and Social Change, Coral Bell School of Asia Pacific Affairs,
College of Asia and the Pacific, Australian National University.

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