Dove cresce l’estremismo del Califfato Islamico

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Nelle passate settimane, è cresciuto il coro di disapprovazione contro il movimento radicale del Califfato Islamico (IS) in Siria e Iraq, e molti capi importanti di tutto il mondo musulmano hanno detto la loro.

Il ministro indonesiano degli affari religiosi Lukman Saifuddin è stato uno dei primi a denunciare il movimento del Califfato Islamico come antislamico, un tema poi ripreso dal presidente Yudhoyono stesso e in seguito dall’influente Majlis Ulama Indonesia che allo stesso modo hanno condannato gli attacchi sconsiderati di violenza brutale inaccettabili per l’Islam.

Nel mondo arabo, importanti studiosi compreso il mufti dell’Arabia Saudita, hanno espresso le loro preoccupazioni sulla crescita del movimento e degli effetti negativi che ha avuto, radicalizzando i musulmani e insozzando l’immagine dell’Islam.

Queste condanne sono giuste e vanno al punto, e devono essere ripetute ogni volta per sottolineare la disapprovazione tra la maggioranza nella comunità musulmana che rigetta i metodi del IS e lo considera un oltraggio alle norme della religiosità musulmana.

Ma non ci si può solo fermarsi alla condanna, senza affrontare il bisogno ugualmente pressante per l’analisi oggettiva. Perché il problema dell’IS, o del Califfato Islamico, è che è un movimento che potrebbe essere facilmente rimpiazzato da un altro, dal momento che esso stesso era una manifestazione di un precedente movimento di Al Qaeda la cui notorietà è in qualche modo scemata.

La cosa più triste sull’estremismo radicale è che ha orrore del vuoto e che una volta che un gruppo si perde per strada perché screditato o irrilevante, un altro gruppo, spesso più radicale e violento, emergerà per assumere il manto del comando. Questo è quello che IS ha fatto ad Al Qaeda accrescendo la posta in gioco nel contesto della radicalizzazione e compiendo azioni ancor più distruttive e violente dei suoi predecessori.

califfato islamico

Tali gruppi crescono in situazioni di contingenza radicale e nel caos, dove gli stati non ce la fanno e la coesione sociale è assente. Ci si deve meravigliare che IS sia cresciuto del caos politico che sono l’Iraq e la Siria di oggi, e che conta tra le sue fila migliaia di uomini arrabbiati, privi di illusioni e disaffezionati le cui vite potranno sembrare nulla a loro stessi?

Il fallimento del governo di Nouri al-Maliki in Iraq nel creare le condizioni in cui potesse emergere una democrazia rappresentativa plurale è stato uno dei fattori che hanno contribuito al massiccio sostegno che ora l’IS gode lì.

Ed era il fallimento di una transizione pacifica pianificata ad una democrazia funzionante in quel paese che ora ha lasciato le altre comunità: sunniti, curdi ed altri gruppi etnici religiosi che sentono che il percorso della violenza è l’unico ora rimastogli da seguire.

Il mondo musulmano oggi è in uno stato di crisi con sollevazioni popolari per il mondo arabo, Nord Africa, Asia del Sud e anche parti del Sudestasiatico. E’ in queste società che un’intera generazione di giovani, arrabbiati, cinici e privi di speranza, sente che non è rimasto loro nulla da perdere perdendo la propria vita per l’ultima lotta brutale fino alla fine.
Lo stesso si può dire per centinaia di emigrati musulmani in Europa e in altri paesi sviluppati che sono giunti allo stesso modo a considerarsi i paria nella loro nazione adottata: non amati, non voluti e senza alcuna speranza nel futuro.

Francamente non serve a nulla dire a persone arrabbiate, senza lavoro e inidoneo al lavoro, di stare calmi e pazienti con quello che hanno, quando possono vedere attorno a sé altri attori nella società che si muovono verso l’alto della scena sociale mentre loro stagnano e marciscono.
In questa era globale dove le nostre infrastrutture ci inviano storie globali di successo economico di e capitale sociale guadagnato da altri, è davvero straziante perdersi lungo la strada e ritrovarsi in un paese senza futuro.

Mentre è vitale che i capi musulmani, come capi di stato e personalità religiose, contrastare IS e denunciare i loro eccessi come antislamici, è anche vitale affrontare le grandi ineguaglianze socioeconomiche che esistono in tante parti del mondo sviluppato e tra i gruppi di minoranza che non sono riusciti ad integrarsi totalmente nelle società ed economie che li ospitano.
L’estremismo religioso ha un’economia politica tutta sua, e al pari di più mondane ma ugualmente pericolose istanze di crimine urbano e illegalità, è il risultato netto di squilibrio di potere e di differenziali economici che creano, in primo luogo, una platea vasta di uomini arrabbiati.

E’ bello parlare della battaglia per la conquista di cuori e menti nella riforma della società moderna, ma i cuori e le menti sono anche legati ai portafogli, al lavoro e ad altre variabili del mondo reale.

Affrontare la prima questione mentre allo stesso tempo si nega quest’ultima sarebbe un caso di diagnosi sbagliata del problema e forse peggiorerebbe tutto.

FARISH A. NOOR, New Straits Times

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