Dove sta andando la Thailandia dopo le proteste?

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Dove sta andando la Thailandia dopo le proteste che hanno bloccato Bangkok?

Il traffico lungo la Sukhumvit Road a Bangkok è ritornato infernale come sempre. I palchi, gli altoparlanti, i ristorantini e le altre attrezzature di sei settimane di manifestazioni sono spariti, come lo sono le guardie scontrose che cacciavano i pedoni dai ponti che avrebbero potuto offrire possibilità agli assassini.
Invece è apparsa una tendopoli dentro l’unico spazio verde di Bangkok, Lumpini park, dal momento che il PDRC ha consolidato tutti i suoi luoghi di protesta a ricavarne uno solo. Non è una ritirata, dice il capo Suthep, ma una razionalizzazione.

accusa di insurrezione per Suthep

Ora sono molto più scarsi i seguaci ben vestiti della classe media con i loro fischietti caratteristici. Ha il Lumpini Park un aspetto più da campo fortificato alla cui entrata le guardie del PDRC controllano attentamente le borse e l’identità di chi vuole entrare. Sono stati anche accusati, e non per una volta sola, di gravi abusi dei sospettati sostenitori del governo. Un uomo è riuscito a sopravvivere a sei giorni di tortura e all’essere buttato in un fiume.

Fuori del parco le forze armate sono molto visibili con i suoi soldati in mimetica seduti dietro fortificazioni con sacchetti di sabbia. Il comandante Prayuth Chanocha ha detto che erano stati dislocati per proteggere i manifestanti dopo una serie di attacchi ai loro campi.
Ma questa diffusione di postazioni militari è inquietante per un paese con una storia di golpe come la Thailandia, specialmente dopo che Prayuth non è riuscito ad escludere un golpe ultimamente durante un’intervista. L’unica rassicurazione che ha offerto, in una sequenza di catastrofici avvisi sul paese, è di rivestire i bunker con tele rosa per farle apparire meno intimidenti.

Allora dove sta andando la Thailandia, dopo quattro mesi di proteste anche violente e di colpi di coda? La certezza non esiste.

Suthep Thaugsuban e i suoi sostenitori tra i grandi generali, la comunità degli affari di Bangkok e i consiglieri anziani del palazzo non sono riusciti a cacciare il primo ministro Yingluck Shinawatra, o a provocare violenza sufficiente da giustificare un intervento militare.
Yingluck e suo fratello in esilio Thaksin non sono riusciti a completare le elezioni che hanno indetto lo scorso mese, né a cacciare il PDRC dal centro di Bangkok.

Ci sono stati colloqui occasionali tra le due parti che hanno coinvolto talvolta Thaksin, che vive in esilio a Dubai ma viaggia frequentemente in Asia, e inviati dei promotori del PDRC, e più di recente tra rappresentanti sconosciuti delle fazioni rivali a Bangkok. Si sa poco dei risultati di questi incontri ma un compromesso sarà molto difficile da raggiungere.

Thaksin vuole che si onori il risultato dell’elezione che il suo partito è sicuro di vincere, ma vuole anche un’amnistia per la sua condanna di abuso di poter del 2008 e che tutti i suoi capitali che valgono oltre un miliardo di dollari siano sbloccati. Il PDRC vuole che il sistema politico sia cambiato in modo da cacciare definitivamente la famiglia Shinawatra dalla politica.

Ma c’è anche un altro tassello fondamentale in questo conflitto amaro, il problema della successione reale. Re Bhumibol che nei suoi 68 anni di regno è stato un fulcro da semideo dell’ordine politico gerarchico del regno, è anziano e fragile. La salute di sua moglie, Regina Sirikit, che ha anche giocato un ruolo potente, è di rado citata ma è considerata essere debole. Il principe ereditario Vajiralongkorn è l’erede ufficialmente designato al trono, senza però che siano terminati le dicerie senza fine di scenari alternativi, sebbene la dura legge di lesa maestà del paese impedisce la discussione aperta di questo argomento dentro il paese. E’ impossibile comprendere questo conflitto senza considerare questo fattore e la forte ansia che i realisti sentono per l’ambizione e l’influenza di Thaksin.
In assenza di alcun progresso le due parti provano a indebolirsi e a intimidirsi. Si lanciano tanti attacchi giudiziari reciproci difficile da seguire, anche se alcuni di loro potrebbero rivelarsi decisivi.

L’accusa contro Yingluck lanciata dal NACC, la commissione contro la corruzione, va avanti verso la conclusione. Lei ha rimandato la propria comparsa di fronte alla Commissione che però, molto probabilmente, chiederà al Senato di metterla sotto accusa. Se la camera superiore, metà della quale sarà rieletta il 30 marzo, la trovasse colpevole, Yingluck non potrebbe ricoprire la carica di Primo Ministro.
Il suo partito ptrebbe scegliere un altro primo ministro, ma il NACC sta considerando altre accuse di corruzione contro oltre 200 parlamentari.

Né la Yingluck può completare le elezioni indette lo scorso mese poiché la Commissione Elettorale sta rallentando le elezioni suppletive nelle zone dove si è avuto il boicottaggio del PDRC. Allora le i non può formare un nuovo governo ed i suoi poteri di governo facente funzione sono limitati.
Lei non ha potuto lavorare stando nel suo ufficio principale che è bloccato dai manifestanti, ed ha dovuto spostarsi tra varie postazioni segrete per evitarli, passando di recente molto del suo tempo lontano da Bangkok. La carta che sta usando è la minaccia di una insurrezione di massa nel caso sia costretta a lasciare.
Fino allo scorso mese il movimento di massa delle magliette rosse, che sostiene il partito del primo ministro, aveva tenuto un basso profilo per evitare lo scontro col PDRC che avrebbe potuto causare l’intervallo degli sgradevoli militari.

Ma dopo gli scontri dello scorso mese ed una sentenza della corte che impediva al governo di usare la forza contro i manifestanti, gruppi armati che sostengono le magliette rosse hanno innalzato il livello di scontro dei loro attacchi sul PDRC. Sei persone tra le quali quattro bambini erano stati uccisi.
I grandi movimenti delle magliette rosse hanno organizzato varie manifestazioni nelle loro roccaforti del nord e nordest con l’intenzione di una dimostrazione di forza intesa a frenare mosse dei militari e delle corti contro il primo ministro.

Alcuni gruppi delle magliette rosse hanno cominciato a parlare apertamente di una creazione di uno stato separato nella Thailandia settentrionale causando una veloce reazione del Generale Prayuth che minaccia di metter sotto accusa chiunque parli di secessione.
La prospettiva di una divisione del paese in due sa più di frustrazione delle magliette rosse per ciò che accade a Bangkok che una prospettiva reale, ma la possibilità di ulteriori scontri armati è più seria. Un ex ufficiale militare che ora è consigliere delle magliette rosse per le operazioni militari ha riferito alla BBC che volevano reclutare 200 mila guardie, tutte armate, che sarebbero state pronte a marciare su Bangkok nel caso Yingluck fosse stata costretta a lasciare il governo, sia per mezzo delle forze armate che per mezzo dei tribunali o di agenzie indipendenti come il NACC.

Se è questo scenario o altri fattori che hanno spinto Prayuth a fermarsi è difficile dirlo. Con così tante truppe posizionate su Bangkok centro un golpe sarebbe logisticamente immediato, ma le sue conseguenze sarebbero davvero brutte. Non tutte le file dei militari sono così fedeli al vecchio ordine come i grandi generali.

Alcune delle più grandi compagnie del paese hanno messo grosse somme di denaro sul PDRC in seguito alla sua promessa di cacciare il Clan dei Shinawtra. Loro come chiunque altro abbia sostenuto il movimento di protesta diventato insurrezione temono la punizione del campo di Thaksin se dovessero fallire.
Molti dei loro sostenitori temono un eventuale nuovo ordine politico e sociale thailandese che seguirebbe alla vittoria del lato delle magliette rosse. Con così tanto in ballo, un accordo tra le parti è una prospettiva remota, anche se, senza un accordo, il conflitto si protrarrà e di sicuro si intensificherà con perdite incalcolabili per il paese.

Jonathan Head, BBC

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