Duterte attende ancora i famosi investimenti cinesi nelle Filippine

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Mentre Duterte supera il punto mediano dei sei anni di presidenza, ci si domanda con forza e sempre più spesso se il suo governo manterrà la promessa di un boom economico guidato dagli investimenti cinesi e dal suo aiuto.

Mentre neanche un progetto infrastrutturale sostenuto dalla Cina ha fatto breccia sotto Duterte, il partner storico e più discreto del paese, il Giappone, ha continuato a sostenere e finanziare grandi progetti infrastrutturali.

Nonostante la tanto pubblicizzata Nuova Via della Seta, un programma da 1000 miliardi di dollari di infrastrutture nel mondo, gli investimenti infrastrutturali giapponesi da 230 miliardi di dollari sono ancora molto più grandi di quelli cinesi in tutto il Sudestasiatico, 230 miliardi.

Nelle Filippine il Giappone ha promesso fino a 43,5 miliardi di dollari per 29 progetti infrastrutturali differenti. La Cina invece ha solo otto progetti considerati di prossima realizzazione del valore di 7.4 miliardi di dollari, stando ai dati di Fitch Solutions.

Persino i grandi ministri di Duterte hanno iniziato a porsi qualche domanda critica sulla mancata realizzazione delle promesse multi miliardarie della Cina, fatte la prima volta nella visita di apertura del 2016 a Pechino e poi negli incontri bilaterali di massimo livello.

Il 26 settembre, ad un evento di Asia Society di New York, il ministro degli esteri filippino Teodoro Locsin disse che sono fuori luogo le paure della “trappola del debito” e un arrivo di investimenti cinesi nelle Filippine per la paura di una guerra commerciale di una guerra del commercio.

“Abbiamo firmato vari accordi con la Cina, ma non si sono materializzati” disse in un incontro col presidente della Asia Society Policy Institute ed ex premier australiano Kevin Rudd.

“Si materializzano difficilmente, e se li si comparano agli investimenti giapponesi e all’assistenza ufficiale, nulla. Sembra come se Giappone, se c’è una cosa come una Cina crescente, chiaramente c’è un fenomeno sul Giappone in ascesa. E lo sentiamo” ha detto Locsin.

Questi commenti giunsero durante l’accesa controversa territoriale tra Filippine e Cina nel Mare Cinese Meridionale, che è cresciuta da quando un’imbarcazione sospetta della milizia cinese speronò e affondò un peschereccio filippino a Reed Bank a giugno.

Il consigliere della sicurezza nazionale Hermogenes Esperon e ministro della difesa Lorenzana, mettevano in guardia sulla minaccia posta dal recente influsso di centinaia di migliaia di lavoratori cinesi illegali nelle Filippine.

Duterte ha ripetutamente difeso la Cina che nel foro internazionale a difeso strenuamente la controversa guerra alla droga. Più di recente Pechino si è opposta alla risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani ONU proposta dall’Islanda che chiedeva una indagine dell’ONU sulla campagna di Duterte.

Anche così la promessa di una festa degli investimenti cinesi che avrebbero dovuto spingere il tanto reclamato programma di Duterte “Build, Build, Build” non è arrivata, mettendo in dubbio la saggezza di una politica molto acquiescente nel mare cinese meridionale.

Duterte ha più volte sostenuto un approccio pragmatico nelle dispute in mare perché favorirebbe in cambio una generosità economica di Pechino.

Prima delle elezioni intermedie del 2016, chiarì di preferire legami più forti con la Cina, perché “Dobbiamo parlare e quello di cui ho bisogno dalla Cina non è rabbia. Quello di cui ho bisogno è aiuto a sviluppare il mio paese”

Dopo pochi mesi dalla sua elezione, Duterte scelse la Cina per la sua prima grande visita di stato ad ottobre 2016 dove avrebbe ottenuto 24 miliardi di dollari in aiuti ed investimenti, e dichiarò la sua volontà di “divorziare” dagli USA, alleato del trattato di reciproca difesa delle Filippine.

Tre anni più tardi, tra i dieci progetti infrastrutturali importanti, solo il progetto dell’Irrigazione a Pompa del fiume Chico ed un altro hanno superato chiaramente le fasi preliminari di applicazione.

Tuttavia persino questi progetti sono pieni di controversie sui termini di finanziamento e di rimborso. Nel mezzo del trambusto recentemente Duterte ha chiesto una revisione di tutti i progetti cinesi in considerazione.

Altri grandi progetti forti come la Ferrovia di Mindanao e il progetto miliardario di un treno cargo tra Subic e Clarck sono ancora da partire ed il primo è nella fase di inviti.

Nel frattempo i 29 accordi firmati durante la visita del presidente cinese Xi Jinping a novembre scorso erano quasi tutti non vincolanti e lasciano poche indicazioni su quale progetto sarà implementato e su quale no.

Lo scorso anno, l’allora ministro del bilancio ed attuale governatore della Banca Centrale Benjamin Diokno lamentavano che i leader cinesi “avrebbero dovuti fare pressioni sull’applicazione di tutti questi progetti”.

Il ministro delle Finanze Carlos Dominguez III ha ammesso l’esistenza di vari “blocchi”, quali l’insistenza cinese iniziale di usare il renminbi negli aiuti, forte affidamento sui lavoratori e manager cinesi, e la non volontà a cofinanziare progetti con altri come il Giappone e la Banca di Sviluppo Asiatica, ADB.

Finora l’aiuto allo sviluppo infrastrutturale si limita a due ponti sul fiume Pasig per 198.8 milioni di dollari, progetti che secondo molti non sono necessari o finiscono per beneficiare solo le imprese cinesi.

Il Giappone, la principale fonte di aiuto infrastrutturale delle Filippine, continua a finanziare vari grandi progetti come il progetto della prima metropolitana filippina di Manila e un progetto ferroviario Nord Sud che connetterà le regioni industrializzate dell’isola di Luzon.

Altri fondi giapponesi potrebbero giungere dopo la firma di un accordo di progetto infrastrutturale tra Unione Europea e Giappone del 27 settembre per coordinare trasporto, energia e progetti digitali che leghino Europa ed Asia come alternativa alla BRI cinese. Questa prima iniziativa Giappone UE sarà sostenuta da 65.5 miliardi di fondi.

Il portavoce presidenziale Salvador Panelo ha immediatamente minimizzato le paure dei ritardi degli investimenti cinesi e dice che il problema è anche locale quanto cinese.

“Sapete perché? Una volta parlai all’ambasciatore Zhao Jianhua e mi disse, le richieste del vostro governo sono rigide. Ci sono tanti processi” ha detto Panelo in risposta a varie domande.

“Da parte nostra non abbiamo problemi, dicono. Siamo sempre pronti, siete voi ad essere lenti, ecco quello sembra essere” avrebbe detto l’inviato cinese nelle Filippine a Panelo.
Richard Heydarian, Asiatimes.com

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