Duterte, il cambiamento sperato delle Filippine?

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“Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire.” scriveva l’italiano Antonio Gramsci.

Tre decenni dopo la caduta della dittatura di Marcos che lasciò ferite profonde e durature su una nazione impoverita, il popolo filippino reclama ancora una volta il cambiamento.

Tra uno spirito del tempo di “politica delle vertenze”, un numero significativo di filippini ha votato per un candidato “insolito” che ha apertamente messo in discussione l’utilità e la saggezza delle istituzioni democratiche attuali del paese.

Stanchi di promesse vane e di uno dei tassi più alti di povertà e disoccupazione in Asia, l’elettorato filippino ha eletto una miscela strana di personaggi politici nuovi.

I risultati dicono che il paese ha eletto il suo primo presidente che si definisce socialista. Rodrigo Duterte, sindaco iconoclasta dalle espressioni dure della città provinciale di Davao, ha conquistato una vittoria massiccia prendendo oltre 5 milioni di voti in più del suo rivale diretto nelle elezioni presidenziale a turno unico delle Filippine.

rodrigo duterte il cambiamento nelle Filippine

E’ stato un educato schiaffo democratico al potere delle oligarchie che ha saccheggiato una nazione dalle grandi promesse per decenni. Dopo aver sollevato le attese a livelli stratosferici, l’amministrazione entrante di Duterte si trova di fronte una battaglia dura per soddisfare un elettorato impaziente, esausto e polarizzato.

Le Filippine sono entrate in un nuovo periodo di incertezze in cui fioccano speranze di cambiamento radicale insieme a paure di arretramento democratico.

Senza dubbio sono state le elezioni più polarizzate nella storia moderna filippina. Fino alle ore finali del periodo di campagna elettorale, i candidati di punta nei loro discorsi hanno adottato un linguaggio duro contro i loro oppositori.

Il campo di Duterte che in modo semplice è riuscito a gestire centinaia di migliaia di sostenitori entusiasti, hanno visto il sindaco sobillatore promettere il cambiamento radicale e la fine del governo dell’oligarchia.

Il suo contendente più vicino, già ministro degli interni e promesso successore del governo Aquino, ha promesso di lottare per la libertà contro la presunta minaccia imminente di dittatura sotto Duterte.

Nientemeno che lo stesso presidente uscente ha invitato il campo riformista, guidato dalla nuova arrivata Grace Poe e da Mar Roxas, a fare fronte unito contro Duterte, il quale non si è affatto vergognato di citare la dittatura, di abolire il Congresso e di fare tante dichiarazioni controverse nei mesi passati.

E’ stato uno scontro di narrazioni che hanno fatto crescere le paure di frodi e violenze elettorali massicce.

Per la delizia di tutti la Commissione Elettorale che è sempre stata l’obiettivo preferito dei critici e dei candidati di opposizione, è riuscita ad approdare alle elezioni più pacifiche, credibili e trasparenti della storia filippina.

L’unica grinza in questo quadro potrebbe essere la corsa per la vicepresidenza che si corre in modo separato.

E’ una corsa testa a testa tra Ferdinando Bongbong Marcos, il solo erede dell’ex dittatore, e Leni Robredo, la vedova di uno degli statisti più riveriti della storia filippina, Jesse Robredo.

Gran parte degli esperti ritiene che Leni Robredo, descritta come legislatore socialdemocratico, sia la seconda prossima personalità ufficiale del paese.

Marcos, che non vuole ammettere la sconfitta, ha accarezzato l’idea di lanciare un reclamo ufficiale dopo aver lanciato dubbi sulla credibilità delle elezioni.

In molti modi le Filippine sembrano destinate ad eleggere il suo primo governo di sinistra, guidato da due ex rappresentanti della provincia, Duterte e Robredo.

Benché estremamente diversi nei loro modi di essere e punti di vista sulla democrazia, entrambe le figure sono degli outsider per eccellenza, e riflettono lo scontento popolare con i candidati principali.

In modo simile all’America Latina dei decenni passati, le Filippine, già colonia spagnola, sembra stare andando verso sinistra con gli elettori che lasciano da parte candidati centristi o conservatori dalle sale alte del potere.

Nella corsa al Senato una attivista di sinistra di lungo corso come Risa Hontiveros è riuscita a farcela nel circolo magico dei 12 dei nuovi legislatori della camera alta.

Contrariamente a quanto scritto su molti media occidentali Duterte non è Donald Trump sebbene entrambi siano diventati noti nel mondo per aver fatto dichiarazioni fortemente controverse.

Ma differentemente dal magnate americano, Duterte non è solo una star dei reality show. Per due decenni ha presieduto con pugno di ferro la trasformazione della città hobbesiana di Davao in una delle città più prosperose e sicure del paese.

Iniziando con risorse limitate ma usando un astuta guerra lampo dei media sociali, Duterte è riuscito a superare i meglio attrezzati oppositori presentandosi come il solo “autentico” candidato con la necessaria volontà politica per porre fine a decadi di capi incompetenti e corrotti nel paese.

Ha catturato l’immaginazione delle regioni periferiche come Mindanao e le Visayas promettendo di porre fine alla “Manila Imperiale” dando più autonomia politica e risorse fiscali alle province.

Ha costruito una forte base tra le classi medie e superiori promettendo una fine veloce alla criminalità e alla corruzione, per non citare al traffico bloccante di Manila.

La sfida per Duterte è fare una transizione veloce e stabile dal candidato da campagna elettorale, un cannone che spara retorica e manifesti di proposte politiche, in un presidente lucido e uomo di stato con soluzioni che si toccano alle miriadi di problemi del paese.

Mettendo insieme un governo con tecnocrati affermati e facce nuove, Duterte sembra stare a trovare sostegno e simpatia sia dai mercati che dalla società civile.

Tra le dispute attuali nel mare cinese meridionale ha anche cercato relazioni migliori con il vicino potente cinese.

Una nuova era attende il paese ma nessuno sa per certo se sarà migliore o peggiore.

Richard Javad Heydarian, Aljazeera

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