Emigrazione Filippina ed impatto economico delle rimesse degli OFW

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In un precedente articolo, si è parlato del lascito del governo Arroyo in termini economici e si è già esaminato come le rimesse della emigrazione filippina (OWF) rappresentino al momento più del 20% del prodotto nazionale lordo portando ad una sua crescita che si attesterà attorno al 7%.

In questo articolo di JEREMAIAH M. OPINIANO de “University of Santo Tomas” discute delle politiche dell ‘emigrazione filippina dagli anni 70 in poi e del loro impatto su tutta l’economia filippina.

Riusciranno le Filippine ad andare oltre l’effetto dell’emigrazione sulle cadute dell’economia?

Il decennio d’apertura del nuovo millennio lo si può ricordare come quello di un settore il cui acronimo, OFW, sta in modo distintivo e simbolico per sviluppo economico di una nazione del sudest asiatico.
Nel 1995, cinque anni prima del volger del millennio, la nazione sguazzava nella disperazione in seguito allo strazio emotivo e nazionale causato dall’ esecuzione della domestica filippina a Singapore. Una nuova legge sui lavoratori migranti fu formulata, la legge 8042.

Allora gli OFW (Lavoratori filippini d’oltremare), si sapeva, erano compatrioti abusati, vulnerabili e in difficoltà. Il loro numero, all’epoca 4 milioni, non erano sufficienti a creare una rinascita di coscienza pubblica. Dal momento in cui il presidente Ramos dichiarò interesse nazionale il divenire una nazione di nuova industrializzazione, e la nazione fu colpita nel 1997 dalla crisi finanziaria asiatica, i Filippini all’estero si comportarono da Superman nel salvare l’incerta economia.

Ma con l’ascesa al potere della Arroyo, e con la tendenza globale dove le rimesse miliardarie dei 200 milioni di emigranti  filippini nel mondo creavano un’agitazione globale, il panorama cambiò. Ogni anno ci sono nuovi massimi per i lavoratori filippini che vanno all’estero e per le loro rimesse miliardarie. Con loro cresce la schiera di compatrioti abusati, vulnerabili e afflitti (sempre piccola rispetto al numero complessivo).

Transizione

Il decennio che sta passando sarà conosciuto per molte cose. La presidente uscente Arroyo e la sua amministrazione con le agenzie governative che lavorano nella emigrazione hanno dato grande peso al ruolo che hanno nello sviluppo i filippini emigrati. Il governo ha fatto del suo meglio per seguire i problemi quotidiani che affrontano i lavoratori migranti, mentre hanno istituito controlli per evitare nuove situazioni di disperazione che si trovano a fronteggiare i filippini dell’emigrazione. Persino gli sforzi per salvare l’autista Angelo dela Cruz in Iraq in cambio del ritiro del contingente valevano il prezzo delle relazioni nazionali con gli USA.

Sono state istituite nuove strutture e politiche per affrontare i bisogni socio economici dei lavoratori migranti, quali il NRCO ( il centro di reintegrazione nazionale per i lavoratori migranti). Considerato anche la popolarità delle rimesse e la crescente domanda del privato di parteciparvi, la Banca Centrale FIlippina ha ideato nuove politiche per regolare il mercato delle rimesse, ha permesso l’entrata di nuovi fornitori di servizio (comprese le compagnie telefoniche) e incoraggiato i filippini all’estero a maneggiare meglio il denaro, a risparmiare e investire nelle Filippine.

Il ministero degli esteri ha anche modificato i propri paradigmi benché in ritardo considerato che la legge 8042 era del 1994. Con la vittoria del 2004 la Arroyo ordinava al ministero degli esteri l’inclusione dei filippini oltremare come un pilastro della politica estera della nazione. Quindi a tutti i consolati e ambasciate presenti all’estero fu ordinato di includere, tra l’altro, il servizio per i lavoratori domestici, le infermiere, i lavoratori delle costruzioni, irregolari o senza documenti.

Un programma e un servizio per i connazionali all’estero sono cose che altri stati non hanno; ha un senso servire i filippini all’estero, osserva Patricia Santo Thomas, presidente della Banca di Sviluppo delle Filippine.

Questo però non significa che lo stato affronti con efficienza il fenomeno migratorio. Come è stato osservato, mentre il governo fa del suo meglio per servire e proteggere i filippini all’estero, ovunque possano trovarsi, il numero e la dispersione globale in oltre 220 nazioni degli 8 milioni e più di cittadini, secondo le ultime stime, può essere un numero troppo grande da maneggiare da parte di corpi dello stato privi di risorse. Qualcuno ha osservato come alcune misure a favore degli emigranti sono state più di reazione, come l’istituzione del NRCO fatta nel 2006 in seguito alla crisi in Libano e il conseguente rimpatrio di centinaia di domestiche filippine.

Erano anni, infatti, che le associazioni della società civile si battevano per l’istituzione di un programma di intervento sulla reintegrazione dei lavoratori filippini all’estero.

Tuttavia rimanevano ancora isolati impatti del fenomeno della migrazione sulle FIlippine: riduzione del numero di poveri per le rimesse, una persistenza dell’ineguaglianza, fuga di cervelli in settori critici, come la salute, l’aviazione il campo ingegneristico, il forte sviluppo delle industrie di costruzione nelle province, le banche, le tele comunicazioni, la compravendita immobiliare ed altro ancora. Ed ogni volta che ci si trova di fronte ad una  crisi, fiscale del 2004 o globale del 2008, sono sempre i lavoratori filippini all’estero a  salvare la nazione, come affermato dalla Banca Mondiale e dalla Banca di Sviluppo Asiatica.

Routine

Quando si parla di Filippine, «ci ricordiamo sempre dei lavoratori emigrati» dice l’economista David Bloom.

Questo è tutto quello che la presidente Arroyo ha fatto questo millennio: sia consciamente che incosciamente, l’economia filippina è una una «economia di migrazione» proprio mentre continuano ad andare male l’agricoltura e il manifatturiero e crescono i servizi. Ma, come i precedenti presidenti dal 1974, quando il dittatore Ferdinando Marcos promulgò la Legge del Lavoro che includeva alcune politiche legate all’esportazione di lavoro,l’emigrazione all’estero ha mitigato molte cadute dell’economia nazionale.

I dati dal 2001 al 2009, citati in uno studio recente finanziato dall’Università di Saint Thomas, mostrano perché l’emigrazione dà respiro all’economia:
– gestione dell’emigrazione. Mentre le uscite aggregate di lavoratori e di emigranti crescono, si fanno massicci i casi pendenti a fine anno di assunzione e aggiudicazione illegale nell’amministrazione del lavoro di lavoratori filippini all’estero.
– Indicatori del mercato del lavoro. L’uscita annuale di lavoratori temporanei o permanenti è già la metà della forza lavoro disoccupata della nazione. L’emigrazione non ha aumentato o diminuito il numero di disoccupati a casa, mentre anche combinando gli sforzi di mandare nuovi lavoratori all’estero e di generare nuovi posti di lavoro in casa sembra non sia abbastanza per contenere l’ondata di disoccupazione nella nazione.
– emigrazione e macroeconomia. Le rimesse, nella media su nove anni, sono quasi un decimo del PNL e della produzione nazionale lorda; sono almeno il 14% dei consumi domestici; sono la terza maggiore risorsa per le riserve internazionali e del debito estero. Il governo Arroyo vedeva inoltre le rimesse degli emigranti molto ma molto prima degli investimenti stranieri diretti e di ufficali aiuti allo sviluppo. Si immagini cosa succederebbe alla nostra bilancia dei pagamenti se i filippini non rimettessero i soldi al sistema bancario formale dello stato.
– Emigrazione e sviluppo sociale in casa. Sul lato buono, le rimesse hanno ridotto il numero dei poveri, mentre sul lato negativo l’ineguaglianza non è stata attenuata dalle rimesse poichè a poter emigrare erano quelli che avevano risorse finanziarie. Da notare, con la popolazione filippina di 93 milioni l’emigrazione cresce anche.
– Sfruttare il potenziale di sviluppo dell’emigrazione filippina. E’ auspicabile che ci saranno più risparmi ed investimenti da parte dei filippini all’estero che siano diretti nelle Filippine. Con la tendenza di mezzo decennio a promuovere consapevolezza finanziaria negli emigranti filippini, i risparmi e gli investimenti dei lavoratori migranti non sono al momento abbastanza per creare un grosso impatto economico.

La strada

Presto Aquino da presidente dirigerà direttamente un impegno completo della burocrazia verso la protezione dei filippini e verso la massimizzazione del contributo socio economico. Farà Noynoy quello che sua madre Corazon e gli altri presidenti fecero rispetto alla migrazione e allo sviluppo?

Dato il modo in cui l’emigrazione influenza varie aree della società filippina, potrebbe essere il momento di sviluppare un sistema migrazione-sviluppo, non semplicemente un sistema che dirige l’uscita della gente affinché l’economia di casa riceva solamente più rimesse. Un sistema integrato emigrazione-sviluppo vedrà la burocrazia coordinata nel proteggere il benessere dei lavoratori emigrati e nel rendere massimo il potenziale di sviluppo della migrazione all’estero. Questo potrebbe essere l’agenda per il prossimo Piano di sviluppo a medio termine delle Filippine.

La dipendenza della nazione dall’emigrazione e dalle rimesse sembra notevole e sistemica, tuttavia ci si domanda perché la nazione resta meno sviluppata in tutti questi anni. Questa dipendenza è stata la principale conseguenza del programma della Arroyo, emigrazione e sviluppo, e ci domandiamo se le Filippine hanno ancora la capacità di produrre e di sperare in qualcosa di meglio a casa.

Guardiamo allora a come le nazioni in precedenza di emigrazione hanno fatto, come la Corea o il Portogallo. La lezione è che l’economia nazionale di quelle nazioni esplose. Un’altra lezione, come dice un avvocato famoso dice, è l’autosufficienza che si basa meno sull’emigrazione e che anche usa le risorse dei lavoratori all’estero per tirare su, più di prima, l’economia nazionale.

Mentre non possiamo impedire alla gente di andarsene, una tale visione sull’emigrazione e sviluppo per le Filippine di sicuro va a braccetto con i sogni di un migliore futuro economico di ogni individuo filippino che emigra .

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