Fallimento del governo malese, crisi sanitaria e politiche di base emergenti

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Il fallimento del governo malese nella gestione della crisi sanitaria ha portato un milione di infezioni ed oltre 8000 morti, mentre a livello di base si aprono spiragli nell’orizzonte politico malese

La Malesia ha superato la fatidica soglia di un milione di infezioni da Coronavirus da quando è iniziata la pandemia raggiungendo ieri un picco di oltre 17000 infezioni, dopo settimane di oltre 10mila infezioni giornaliere.

fallimento del governo malese
AZHAR MAHFOF/The Star

I dati disaggregati vedono quattro stati con infezioni riportate a quattro cifre: Selangor con 6,508, Johor con 1,449, Kuala Lumpur con 1,425 e Kedah con 1,160 infezioni ciascuno.

Con le ultime 207 morti, un record giornaliero mai visto prima, il totale delle persone scomparse per COVID-19 ha superato gli 8000, mentre i tamponi fatti si aggirano di media attorno ai 120mila.

I pazienti in terapia intensiva sono un migliaio mentre oltre 500 quelli che sono intubati.

Ci sono in Malesia oltre 32mila casi ogni milione di abitanti contro i 12 mila dell’Indonesia e 14700 delle Filippine, 11400 di Singapore, 7400 della Thailandia.

Questo tragico risultato lo si è avuto nonostante sia stata indetta una serrata che ha sospeso le attività economiche e sociali ad eccezione dei servizi essenziali, alimentato dalla variante delta del Coronavirus che è molto più contagiosa e che si trasmette molto più velocemente rispetto.

Nelle regioni più severamente colpite dalla pandemia sono stati imposti vincoli più severi, quali il permesso di uscire dalla casa ad una sola persona per famiglia per i bisogni di prima necessità.

La Malesia ha anche accelerato la vaccinazione della popolazione che ha raggiunto finora oltre 11,5 milioni di persone con la prima dose e oltre 5,4 milioni di persone con la seconda dose, il 17,7% della popolazione malese di oltre 31 milioni di persone.

Secondo il ministero della sanità malese, le nuove infezioni si ritroverebbero specialmente tra i non vaccinati che al momento sono la maggioranza del paese.

Dei 33 nuovi focolai tenuti sotto osservazione dal ministero della sanità malese, 21 sono localizzati su posti di lavoro in imprese e fabbriche.

Traduciamo un articolo dell’analista Bridget Welsh sulle conseguenze politiche in Malesia, dove è stato nominato dal Sultano un governo non uscito dalle elezioni, il parlamento è stato sospeso e non ha votato alcuna misura di serrata. Nei giorni scorsi il Sultano Abdullah Ri’ayatuddin ha costretto il governo di Muhyiddin Yassin a presentarsi in parlamento per discutere il piano di ripresa, dopo che un partito di governo ha minacciato di ritirare il suo sostegno.

Il fallimento del governo malese nella gestione della pandemia trasformerà la politica malese

In tutta la Malesia è di tendenza l’hashtag #Kerajaangagal (governo in crisi). Sebbene la Malesia non sia sola nel dibattersi nella debilitante pandemia, a rendere la sua crisi differente è come si manifesta politicamente.

Forse la Malesia vive la sua crisi maggiore dai disordini razziali del 1969 che furono guidati dalla elite e le politiche successive trasformarono in modo sostanziale il paese.

Si potrebbe dire la stessa cosa dopo il periodo della crisi finanziaria asiatica del 1997-1999 che provocò una crisi nella elite che diede i natali al movimento Reformasi.

La pessima gestione del COVID-19 da parte del governo Muhyiddin ha evocato una reazione sociale senza precedenti e nel fallimento del governo malese ha trasformato le narrazioni e la mobilitazione politiche.

L’erosione del sostegno a favore del governo di Muhyiddin è legato a quattro questioni.

La prima è la pessima gestione della crisi sanitaria. La Malesia è passata da una storia positiva nel 2020 al disastro del 2021. Ha registrato oltre un milione di casi in totale, ma oltre i 110mila degli scorsi 15 giorni. Il peso sul sistema sanitario ha scosso la gente ed ha portato ai paragono con l’Italia e l’India.

Questo si ha mentre i responsabili sanitari rifiutano nuovi approcci e si inimicano il personale medico tra cui la giovane generazione di medici.

Mentre crescono i morti e le infezioni, la rampante variante delta ed appena il 13% della popolazione vaccinata del tutto, la crisi sanitaria non scomparirà presto. Il costo sulla società non avvezza a queste cifre è grave.

Devastanti sono anche gli effetti economici. Un’assuefazione a serrate poco convinte ha stancato la popolazione devastando le imprese. Il sostegno finanziario per le imprese ed i lavoratori è del tutto inadeguato. Con la disoccupazione record i lavoratori colpiti di più sono i giovani malesi.

Il tasso di disoccupazione ha raggiunto un enorme 9,2% e tenderà a salire. Un terzo dei malesi vive gravi sofferenze perché la rete di sicurezze sociali non è stata una protezione sufficiente. Sono cifre che si estendono oltre le fasce più basse verso le fasce medio basse. La cattiva gestione del governo è sotto accusa.

Ha accresciuto le cifre dell’assistenza della pandemia sbandierate per 126 miliardi di dollari quando erano 20 miliardi di stimolo fiscale, includendo ritiri dai risparmi delle pensioni e moratoria dei prestiti gestiti dalle banche. Si chiede maggiore spesa e migliore controllo su di essa. La crisi ha messo in luce un sistema malato troppo dipendente dai trasferimenti irregolari e legati troppo strettamente al patronato politico.

C’è la percezione crescente che a chi sta al potere non interessa nulla. I ministri sono coloro che regolarmente violano i protocolli sanitari ed accettano multe modeste quando invece si impongono pene enormi sui cittadini ordinari.

C’è una grande distanza tra le durezze vissute dalla gente normale e le libertà della elite che se ne va in giro e all’estero liberamente.

Cresce la frustrazione nella comunità. La storia mostra come dalle crisi emergano nuove narrazioni politiche e nuove forze. In Malesia questo accade già.

C’è una crescita di movimenti nella comunità per affrontare le incertezze del governo nel campo dell’assistenza.

Dai movimenti #kitajagakita (ci assistiamo l’un l’altro) e #rakyatjagarakyat (il popolo si prende cura di sé) dello scorso anno si passa al più recente movimento di richiesta di aiuto della Bandiera Bianca #benderaputih, il cui centro si è spostato sugli sforzi straordinari della gente normale.

Il fallimento del governo ha portato a ripensare il proprio ruolo di risolutore di problemi. Più attenzione e apprezzamento per il potere dell’azione dal basso.

C’è anche stato un ripensare a quello che significa essere malesi. La crisi è stata una esperienza collettivamente condivisa e l’assistenza ha superato le linee etniche. Le circostanze aprono la strada per la collaborazione attraverso precedenti linee di faglia politiche.

Piuttosto che l’altro etnico, la narrazione più forte è quella di “chi ha contro chi non ha”. I ricchi influenti ripetutamente violano le regole e le personalità degli affari che definiscono pigri chi soffre si uniscono ai politici nel venire attaccati sui media sociali.

Il COVID-19 ha posto la questione dell’ineguaglianza al centro portando alla superficie divisioni secolari ma in un modo che si scosta dalle lenti etniche passate.

Questo lo si deve in parte ai fallimenti del governo. Il governo Tutto Malay di Muhyiddin ha dato ai nazionalisti etnici quello che chiedevano e non ha funzionato. Sempre più malesi vedono con asprezza il governo etnonazionalista e lo trova carente.

I malay hanno vissuto il numero maggiore di morti e sono i più colpiti dalle deficienze delle reti di sicurezza sociali.

Sta cambiando il loro modo di vedere i propri capi politici.

Ma lo si può dire per la società nel suo complesso. Guidati da professionisti di tutte le razze, ci sono forti richieste di un governo competente non legato alla razza o attento alle elite ricche. Ci sono meno paure di protestare e si è più aperti ad ascoltare.

Mentre il virus muta ed i politici annaspano, il COVID-19 ha costretto i cittadini a cercare informazioni per la propria sopravvivenza.

Le generazioni più giovani di malesi guida questo cambio politico. I giovani medici chiedono contratti più equi. I militanti dei diritti del voto chiedono il voto per chi ha 18 anni. I giovani militanti sociali guidano gli sforzi di raccolta di fondi. La risposta al COVID-19 è diventato una base di addestramento politico al di fuori delle gerarchie di partito e radicate nella esperienza della crisi.

Quale sarà l’evoluzione di questa mobilitazione non è ancora chiaro. Le nozioni differenti di diritti, responsabilità e comunità coincidono con i modelli più limitati di razza, esclusione e diritti della elite.

E’ troppo presto per dire se le nuove narrazione sostituiranno quelle più vecchie. Tuttavia nella cacofonia delle voci politiche c’è una tendenza verso una Malesia differente.

Le crisi del 1969 e 1999 riformularono la politica malese e ci sono segni che dicono che anche la crisi sanitaria del COVID-19 lo farà

Bridget Welsh, EAF

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