Ferita infettata delle relazioni tra religioni e etnie nel meridione thailandese

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Quando furono uccisi nel tempio nel profondo meridione thailandese i due monaci una settimana fa, tutti i gruppi dei diritti umani andando da Human Rights Watch alla Thailandese Cross Cultural Foundation denunciarono la violenza come inaccettabile.

Questo non ha fermato un monaco buddista dall’affermare sui media sociali l’opposto rinfocolando le proteste.

“A cosa serve avere dei militanti dei diritti? O sono tutti morti? I soldati sono uccisi, e loro se ne stanno tranquilli. Gli abitanti dei villaggi e loro se ne stanno tranquilli. Si uccidono i monaci e loro se ne stanno tranquilli” ha scritto il monaco su Facebook con il nome di Phra Ajarn Frank Power of Awakening Chayakaro. “Quando si prendono gli joen si alzano in piedi a proteggere i joen”
Il termine Joen è un eufemismo onnicomprensivo per descrivere i separatisti malay musulmani ed è come dire “sgherri” o “banditi”.

L’assassinio dei monaci ha ulteriormente infiammato le tensioni tra religioni ed etnie, mentre militanti e studiosi paragonano l’attuale clima ad una ferita infetta di sfiducia in entrambe in cui le due parti ricordano quello che vogliono.

“E’ come una ferita infettata” dice Wichai Kanchanasuwon, direttore dell’Istituto degli Studi di Pace dell’Università di Prince of Songkla ad Hat Yai, che si batte per una soluzione pacifica della violenza legata all’insorgenza nelle province di Pattani, Yala e Narathiwat.

Sia le comunità locali e quelle buddiste sono arrabbiate per l’attacco di una settimana fa che ha fatto due morti e due feriti, mentre alcuni chiedono una rapida vendetta.

“Ma hanno dimenticato di guardare al fatto che sono stati uccisi anche tre capi religiosi musulmani di recente” dice Wichai che aggiunge come questa notizia sia passata inosservata né ha creato l’agitazione di stessa grandezza nella società thai, a predominanza buddista, quando accadono è accaduta.

D’altronde Wichai dice che alcuni capi religiosi musulmani hanno adombrato qualche teoria cospirativa domandandosi se non fosse stata un’operazione fatta dallo stato per seminare più odio contro di loro.

“Dicono che il tempio non era lontano da una postazione dell’esercito, e nessuno è stato arrestato finora” dice Wichai.

Wichai monitora l’uso dei media sociali e dice che l’odio crescente è diventato molto diffuso nella società thailandese, paragonandolo ad una brocca colma fino all’orlo.

“La violenza non risolve i problemi. Alla fine morirà altra gente innocente, non gli estremisti”dice Wichai e include così anche i messaggi di risentimento verso i gruppi dei diritti umani che hanno protestato contro gli abusi come la tortura e l’esecuzione di presunti militanti senza il dovuto processo.

Ad essere presa nel fuoco incrociato è stata Angkhana Neelapaijit, espressione di punta dei diritti umani, presidente di fatto della Commissione Nazionale dei diritti umani. Angkhana è una musulmana di Bangkok sposata ad un avvocato dei diritti umani fatto scomparire e probabilmente ucciso 15 anni fa.

Dice di essere stata un obiettivo di molti attacchi sui media sociali a causa delle problematiche che promuove per le quali l’hanno accusata di parteggiare con i separatisti.

“Il nostro compito è di verificare fatti e fare proposte” ha detto Angkhana la quale lo scorso anno fece delle denunce alla polizia per delle minacce contro di lei.  “Misero una mia foto e domandavano perché una persona come me dovrebbe vivere”

Angkhana teme che crescerà l’odio reciproco tra le due religioni e le due etnie con il conflitto che va avanti senza soluzioni di continuità. Sono morte oltre 7000 persone nei 15 anni passati di conflitto.

Completamente d’accordo sull’analogia della ferita infettata è Pornpen Khongkachonkiet di Cross Cultural Foundation, gruppo di difesa dei diritti umani che promuove i diritti e pubblicò un rapporto sulla tortura praticata dai militari thailandesi.

Pornpen crede che i discorsi di odio sui media sociali non sarebbero efficaci se non ci fosse una rabbia e frustrazione reciproca che cova sotto la superficie.

“Questo disagio non lo si attiva con i media sociali soltanto. Deve esservi il germe che infetta”
I militanti dei diritti che lavorano nel meridione sono spesso definiti come inutili se non assistenti dei nemici dello stato thai, quando difendono i diritti civili e politici dei malay musulmani incriminati dalle autorità.

Pornpen ha riconosciuto il dolore dei buddisti che hanno visto le ciotole delle offerte dei monaci bucate dai proiettili dicendo che quelle immagini entrano nel profondo dei cuori di molti buddisti che però non ricordano le immagini delle moschee attaccate o dei religiosi musulmani uccisi.

L’odio è stato piantato dagli estremisti di entrambe le parti per creare la divisione, sospetta Pornpen.

Questi discorsi di odio prevalgono online da entrambe le parti dove esistono gruppi pubblici di Facebook come “Amiamo il buddismo ed odiamo l’Islam”. Sebbene vanti solo 180 membri esemplifica il linguaggio di fuoco usato nel conflitto. D’altro canto pagine Facebook come “Amiamo il buddismo” raccontano la questione dall’altra parte.

Sulla pagina che ha oltre 25mila like, un monaco di Yala in un breve video messo qualche giorno dopo l’attacco, ha detto di essere stato minacciato di morte da giovani malay musulmani che gli hanno detto di non andare in giro la mattina per la questua.

Il suo messaggio di essere stato ignorato anche dai media sociali ha colpito ed in una settimana il suo video è stato visto 345mila volte e condiviso 12 mila volte.

Pravit Rojanaphruk, Khaosodenglish

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