FILIPPINE: Ad un anno dalla strage di Maguindanao

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Ad un anno dalla strage, 23 novembre 2010, Sitio Masalay, Barangay Salman, città di Ampatuan, provincia di Maguindanao, isola di Mindanao, Sud delle Filippine.

E’ il sito del massacro di Maguindanao ad un anno di distanza. Il ministro della giustizia filippina, Leila de Lima, già presidente della Commissione filippina dei Diritti umani, insieme all’attuale consigliere del Presidente per il Processo di Pace,Teresita “Ging” Deles, commemora quel tragico evento insieme ad una folla di 3000 persone giunte con tutti i mezzi da tutta Mindanao.

Ampatuan

Furono uccise 58 persone, di cui 32 giornalisti, quando centinaia di uomini armati, comandati dal sindaco di Datu Unsay, Andan Ampatuan il giovane, fermarono un convoglio di sei veicoli di famigliari, e con loro i giornalisti, del vice sindaco Toto Mangudadatu sull’autostrada, mentre si dirigevano ad Shariff Aguak per presentare la candidatura a governatore della provincia di Maguindanao di Toto Manganatura. Insieme a loro furono fermati e condotti verso Masalay anche occasionali passanti. Qui furono trucidati, chi violentati, poi sepolti con le loro vetture in una grande fossa comune. Andal Ampatuan il giovane aveva deciso di correre come governatore della provincia e nessuno si sarebbe mai dovuto permettere di intralciare il suo percorso.

Leila de Lima ha espresso l’impegno di tutto il governo a far sì che il processo sia seguito dalla televisione dal vivo perché “sotto processo non vi sono solo gli accusati, ma tutto il nostro sistema giudiziario. Finché non sarà fatta giustizia nessuno può dire che i filippini si sono ripresi la propria umanità… Abbiamo il sangue delle vittime sulle nostre mani collettive. Quel giorno ci siamo svegliati in un mondo che non può più essere lo stesso. Per le famiglie che hanno perso i loro cari quel giorno infame e anche per il resto dei filippini che hanno visto la manifestazione di un male privo di vergogna, puro, … Non si è persa solo l’innocenza quel giorno, ma anche l’umanità.” Un massacro che ricorda quello tremendo del Ruanda, secondo solo all’Olocausto.

Ricordando le parole del presidente Aquino, questo processo è la cartina al tornasole del nostro sistema giudiziario.” Ed ancora: “Non avremo pace finché non sarà fatta giustizia”

Il ministro ha tenuto a precisare che “si sta facendo di tutto per evitare ritardi, per proteggere i testimoni dal terrore e la paura e per far sì che tutti possano seguire gli eventi del processo che si vuole concluso durante il mandato di Aquino.

Ma, nonostante le forti rassicurazioni del ministro, la gente vive nella provincia avvolta nella paura e nel sospetto. Gli Ampatuan sono ancora molto forti. Se loro non ci sono o non si vedono in giro, i loro lacchè sono vivi e vegeti e le vendette sanguinose sono sempre possibili. Le loro armate, quelli che riuscirono a scappare, sono ancora nascosti in varie località remote di Mindanao e sono responsabili della morte di almeno 5 testimoni potenziali del processo in corso a Manila. “In ogni momento possono ricevere istruzione via telefono”

In questa situazione fortemente volatile, il nuovo governatore Mangudadatu, la cui moglie è morta nel massacro, ha spostato la sua residenza di lavoro a Shariff Aguak e si muove sempre coperto dalla scorta armata dell’esercito.

Va notato che dei 34 sindaci eletti nelle scorse elezioni di maggio 2010, otto sono parenti degli Ampatuan. Ma le questioni più gravi appaiono anche durante il processo stesso. Una grande questione a cui non vi è risposta ufficiale è come è stato possibile che munizioni ed armi del governo usate nel massacro siano potute finire nelle mani del clan Ampatuan.

Il ministero della difesa e le forze armate non sanno ancora che rispondere: non esiste ad un anno di distanza un rapporto ufficiale. Mentre le forze armate hanno detto di aver consegnato al ministero di giustizia un rapporto confidenziale, il pubblico ministero sostiene di non aver mai ricevuto alcun documento ufficiale dalle forze armate e di non capire in che modo un tale rapporto possa danneggiare le indagini e il processo, considerato che l’inchiesta deve riguardare solo il personale militare coinvolto. Forse non c’è mai stata alcun rapporto, sostiene qualcuno.

Nel frattempo, la sinistra filippina chiede a gran voce l’abolizione di due leggi: quella che permette l’esistenza di forze paramilitari in funzione antiguerriglia e la legge “Oplan Bantay Laya” con la copertura della quale le Forze Armate e la Polizia, con la scusa di operare contro l’insorgenza comunista, si sono macchiati di una serie molto grande di violazioni dei diritti umani da arresti senza mandato, a detenzioni senza processo che durano mesi.

L’amministrazione Aquino, che tutt’ora vanta un’alta popolarità, è pressata ad intervenire, a prendere posizione ed operare. Non solo dalla sinistra ma anche da varie organizzazioni internazionali dei diritti umani.

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